Roma, 18.07.2000

 

 

COMUNICATO STAMPA

 

Nel gran parlare di questi giorni sulla necessità di nuovi immigrati da inserire nel mondo del lavoro, sorprende che non vi sia alcuna menzione di quanti sono già in Italia disponibili a proseguire il cammino di integrazione qualora ne avessero la possibilità.

Vi sono infatti circa 4.000 kossovari rimasti tra quelli giunti in Italia durante la guerra e accolti per motivi umanitari fino allo scorso 30 giugno (chi ricorda il campo di Comiso?). Ora il governo, in collaborazione con l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), ha organizzato per loro un programma di rimpatrio e non ha disposto il rinnovo dei permessi di soggiorno che permetta ai kossovari di lavorare. Da notare che si tratta di persone che sono in Italia da oltre un anno, che hanno imparato la lingua e che hanno già fatto piccoli lavori.

Inoltre molte organizzazioni non governative e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) evidenziano costantemente la non stabilità politica e militare del Kossovo con i relativi rischi per la sicurezza delle persone.

Sembra davvero strano che da un lato si richieda manodopera dall'estero e dall'altro si organizzi il rimpatrio con incentivi economoci per stranieri che sono già qui che avrebbero difficoltà, anche in termini di sicurezza personale, a ritornare nel loro paese.

 

Discorso analogo si può fare per i richiedenti asilo.

Alcune migliaia di persone provenienti principalmente dai paesi del Medio Oriente (Kurdistan, Iraq, Iran, Afganistan, Turchia), dell'Africa (ex-Zaire, Congo, Burundi, Sudan, Sierra Leone, Angola) e dall'Europa dell'Est (Georgia, Armenia, Azerbaijan), appartenenti a minoranze etniche o religiose discriminate o a partiti di opposizione, sono in Italia come richiedenti asilo. Purtroppo la mancanza di una legge che regolamenti il diritto di asilo in Italia fa si che essi non abbiano la risposta della Commissione per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato prima di 15-18 mesi. In tutto questo periodo essi non potrebbero lavorare e non si sa come dovrebbero vivere. L'assistenza dello stato italiano assicura un contributo economico di . 34.000 per i primi 45 giorni di permanenza in Italia e poi i comuni per un certo periodo, che a Roma è di nove mesi, assicurano il vitto e l'alloggio (questa assistenza nei primi 45 giorni è alternativa al contributo economico).

Si tratta dunque di persone che sono state costrette a fuggire dal loro Paese e chiedono protezione al nostro, ma spesso vivono in condizioni anche peggiori di quelle che hanno lasciato. La loro dignità è di nuovo, anche se diversamente, umiliata.

Anche costoro costituiscono una forza lavoro che è già in loco e che molto probabilmente vi resterà. Perché non permettere loro di lavorare regolarmente, magari dopo sei mesi dal loro arrivo in Italia e dalla formulazione della richiesta di asilo politico, visto che per sopravvivere sono costretti a lavorare irregolarmente?

 

P. Francesco De Luccia SJ

Direttore Centro Astalli

Sez. Italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS)