La delocalizzazione della morte

di Paolo Cuttitta (Universitą di Palermo)

 

Quando le tragedie dell’immigrazione vanno in scena nei nostri mari, quando i loro protagonisti vengono soccorsi dalla nostra guardia costiera, curati nei nostri ospedali e poi rinchiusi nei nostri centri di detenzione, allora Ź impossibile ignorarle. Stampa e televisione hanno riferito esaurientemente della vicenda delle 28 persone che, partite dalla costa libica, sono morte, all’inizio di agosto, nel tentativo di raggiungere le coste siciliane. Le immagini dei 72 superstiti incapaci di reggersi in piedi, lo sguardo perso nel vuoto dopo dieci giorni senza acqua né cibo, sono entrate in tutte le case italiane. I loro racconti del viaggio e dei cadaveri dei compagni gettati in mare giorno dopo giorno hanno scosso l’opinione pubblica e riacceso dibattiti e polemiche tra le parti politiche. Con un po’ di fortuna si riuscirą anche a seguire le loro procedure di asilo o di espulsione. Come per i sopravvissuti del 19 ottobre 2003. Allora un peschereccio siciliano incrociė una barca alla deriva: tra i corpi ancora a bordo – tanti cadaveri erano gią finiti in mare – fu difficile distinguere i morti dai vivi. I superstiti aspettano ancora oggi una risposta alla loro domanda di asilo. Anche quelle immagini di morti e moribondi accatastati su un guscio di noce fecero il giro del mondo, e qualcuno colse le impressionanti analogie tra la barca dei migranti e la zattera della Medusa del celebre dipinto di Géricault.

Ma ormai sempre piĚ spesso il palcoscenico di queste tragedie Ź un teatro di periferia: la costa libica o quella tunisina, le acque internazionali o addirittura il deserto. Non sapremo nulla dei morti coperti per sempre dalle sabbie del Sahara e di quelli affogati in mare senza lasciare tracce, mentre in tanti altri casi – come quello dei 30 somali morti lo scorso 10 aprile vicino la costa libica – dobbiamo accontentarci di scarni comunicati di agenzie di stampa. Cosa ne sarą in questi casi dei sopravvissuti – se verranno, per esempio, respinti nelle braccia delle dittature dalle quali volevano fuggire – non ce lo diranno certo le autoritą di regimi totalitari come la Tunisia e la Libia cui l’Italia sta delegando i controlli.

Dunque lo spostamento delle frontiere, il trasferimento dei controlli dai confini del nostro paese ai paesi di transito e di origine dei flussi migratori, non ha il solo scopo di tenere migranti e profughi lontano dall’Europa. Si vuole anche evitare che le conseguenze piĚ spiacevoli di questa politica di chiusura – le migliaia di morti ma anche il mancato rispetto di diritti umani fondamentali – costringano la societą civile occidentale a fare troppo spesso i conti con la propria coscienza.

Intanto questo processo di delocalizzazione dei controlli Ź ormai a uno stadio avanzato. Per convincere i paesi extracomunitari a collaborare si usano argomenti tanto stringenti sul piano pratico quanto deprecabili sul piano etico, come la minaccia di tagliare gli aiuti allo sviluppo: una misura esplicitamente prevista sia a livello comunitario (dal Consiglio dei ministri di Siviglia del giugno 2002) che a livello nazionale (dalla legge Bossi-Fini, entrata in vigore lo stesso anno).

Troppo spesso, poi, nella foga di trasferire il peso dell’immigrazione indesiderata ai paesi di transito, l’Italia finisce per non distinguere piĚ coloro i quali – in quanto profughi da zone di guerra, o rifugiati da persecuzioni – avrebbero tutte le ragioni (oltre che il diritto) di ottenere l’asilo o altre forme di protezione umanitaria. A costoro l’Italia spesso nega l’ingresso nel proprio territorio o impone il respingimento coatto immediato, violando obblighi giuridici internazionali e la stessa costituzione della repubblica.

Ma i diversi governi italiani hanno sempre sorvolato su questi particolari, preferendo esibire i risultati della loro politica estera. L’attuale esecutivo, ad esempio, ama citare l’accordo di cooperazione di polizia concluso nel 2002 con l’Egitto, in virtĚ del quale sarebbero stati pressoché azzerati gli arrivi di cittadini dello Sri Lanka, che raggiungevano le coste italiane passando per il Canale di Suez. Dall’ottobre 2002 un ufficiale della polizia italiana di stanza in Egitto partecipa al controllo del traffico navale che attraversa il Canale: i migranti irregolari intercettati vengono rispediti dall’Egitto al paese d’origine con charter messi a disposizione dall’Italia. A ben vedere, perė, la prima ragione della forte riduzione degli arrivi dallo Sri Lanka Ź l’armistizio firmato proprio nel 2002 tra il governo cingalese e i ribelli tamil. Inoltre, centinaia di egiziani continuano a lasciare il loro paese per raggiungere l’Italia dalle coste libiche, e tanti altri migranti che in precedenza passavano per il Canale di Suez (pakistani, per esempio), lungi dal rinunciare al viaggio, sono costretti a optare per la ben piĚ rischiosa rotta sahariana, dal Mar Rosso meridionale fino al Mediterraneo. Turare una falla, insomma, significa aprirne un’altra, ma poco importa: purché la falla non sia troppo visibile dall’Europa, purché i cadaveri dei pakistani si squaglino silenziosamente al sole del deserto e non giungano sin sulle nostre spiagge a bordo di qualche zattera fantasma.

Oltre che della cooperazione di polizia sull’esempio egiziano, oggi si parla della costruzione di centri di raccolta in Libia come di un nuovo, decisivo strumento nella lotta ai clandestini. Ma in Nordafrica tali strutture esistono gią da tempo. Nell’accordo firmato nel 1998 l’Italia (allora governata dal centrosinistra) si impegnava con il governo tunisino a contribuire economicamente alla “realizzazione in Tunisia di centri di permanenza” finalizzati al rimpatrio dei cittadini di altri paesi bloccati in Tunisia per aver tentato di raggiungere illegalmente l’Italia o respinti in Tunisia dalle autoritą italiane. Il regime di Ben Alď ha costruito un centro vicino Tunisi e un altro vicino GabŹs. Vi si sopravvive in condizioni subumane. Altri undici centri tunisini, invece, si trovano in localitą segrete. Nessuna organizzazione umanitaria, nessun giornalista, nessun legale vi ha mai avuto accesso. Nessuno sa cosa avvenga a chi vi viene rinchiuso. Secondo fonti non ufficiali gli stranieri verrebbero da lď condotti fino alle frontiere meridionali del paese e quindi abbandonati, in pieno deserto, alla loro sorte. Ma si tratta di testimonianze di seconda mano, difficilmente verificabili. Come stabilire se i tanti cadaveri periodicamente rinvenuti nel Sahara algerino e libico sono persone morte durante il viaggio d’andata, verso il Mediterraneo, o durante il viaggio di ritorno, dopo essere state respinte? Anche questa distinzione, peraltro, appare probabilmente di scarso rilievo a chi allora decise di costruire quei centri e a chi adesso vuole costruirne di nuovi. Ancora una volta, la preoccupazione principale sembra un'altra: che l’orrore di questi campi di concentramento del terzo millennio venga sottratto ai riflettori dell’informazione occidentale, e che i migranti, se proprio devono morire, lo facciano con discrezione, lontano dalle nostre spiagge e dalle nostre coscienze.