FULVIO VASSALLO PALEOLOGO

Universitą di Palermo

 

Accordi di riammissione e diritti fondamentali dei migranti.

 

L’offensiva del governo italiano che rilancia l’idea di centri di detenzione per richiedenti asilo fermati in Africa, strutture camuffate magari da “sportelli” che sulla carta dovrebbero agevolare la selezione delle istanze di asilo, rende bene l’idea diffusa al Ministero degli interni e nei suoi uffici periferici, secondo cui dietro ogni richiedente asilo ci sarebbe un migrante irregolare “che conosce bene le leggi” e che quindi sa come aggirarle. Sarą interessante vedere come le esternazioni del neocommissario europeo Buttiglione sul diritto di asilo si concilieranno con le prassi espulsive delle autoritą italiane, fermamente intenzionate a ridurre persino l’accesso alla procedura, e favorevoli alle politiche di respingimento in mare e di internamento nei centri di detenzione delocalizzati nei paesi terzi confinanti con la nuova Fortezza Europa.

Le intese tra Pisanu ed il ministro degli interni tedesco Schilly, maturate a margine della vicenda della nave Cap Anamur, ed il comportamento ondivago seguito da Malta in quella occasione, e poi le espulsioni “clandestine” dei naufraghi salvati dalla nave tedesca, hanno riproposto con forza la questione della cooperazione internazionale nella esecuzione dei provvedimenti di allontanamento forzato.

Dopo il fallimento delle politiche di blocco e di respingimento delle carrette del mare verso i porti del Nord-africa, la soluzione di tutti i problemi dell’immigrazione sembra adesso proprio la conclusione degli accordi di riammissione con i principali paesi di transito e di provenienza.

Si tratta di accordi che sono previsti gią nel T.U. sull’immigrazione agli articoli 2, 3 e 21, modificati dalla legge Bossi-Fini, con disposizioni che suscitano ancora gravi sospetti di incostituzionalitą perché gli accordi di riammissione, soprattutto nella piĚ recente prassi del governo italiano, sono sottratti alla ratifica parlamentare prevista dall’art. 80 della nostra Costituzione.

Gli stessi accordi, a seconda del loro contenuto, possono violare norme consolidate di diritto internazionale che riconoscono ad ogni persona il diritto di lasciare qualsiasi paese incluso il proprio ( Art. 12, comma 2 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, firmato a New York nel 1966 e l’art. 2, comma 2 del Protocollo n.4 aggiunto alla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo).

 

Il contrasto all’immigrazione clandestina, proprio grazie agli accordi di riammissione stipulati dai principali paesi europei, si Ź tradotto nella negazione sostanziale del diritto di asilo e di protezione umanitaria, anche perché questi accordi sono stati negoziati o sottoscritti con paesi, come la Libia e la Turchia, che non riconoscevano il diritto di asilo, né rispettavano i diritti fondamentali della persona, giungendo a praticare sistematicamente la detenzione in isolamento, senza la possibilitą di contatti con familiari o avvocati, la tortura ed altri trattamenti inumani o degradanti, prevedendo ancora nella legislazione interna la pena di morte. Ma la situazione dei diritti umani non Ź migliore in altri paesi come la Tunisia, lo Sri Lanka, la Nigeria ed il Pakistan, con i quali l’Italia ha concluso accordi di riammissione tanto efficaci da comportare “in premio” modeste quote annuali di ingresso “riservato”.

 

 

Il recente viaggio di una delegazione del Ministero degli interni italiano in Libia e la prossima visita di Berlusconi in quel paese dovrebbero consentire, secondo gli intendimenti del governo, la chiusura di un vero accordo di riammissione tra l’Italia e la Libia, dopo che le “intese” raggiunte lo scorso anno si sono dimostrate del tutto inconsistenti. In vista dei prossimi vertici europei il governo italiano si vuole accreditare ancora una volta come un partner “obbligato” per quegli stati europei, come la Germania, o la Gran Bretagna, che sono interessati alla negoziazione di accordi di riammissione a carattere comunitario con i paesi del Nord africa. E’ anche evidente il calcolo politico del governo libico di dimostrarsi come partner affidabile degli stati europei, utilizzando strumentalmente i destini di migliaia di migranti per ottenere la revoca delle sanzioni economiche, qualche fornitura militare, e magari qualche euro come indennizzo delle antiche politiche coloniali del nostro paese. Certo, la Libia, ormai paese di immigrazione, dovrą rivedere quotidianamente le proprie convenienze, considerando gli ingenti vantaggi economici che lucra sulla pelle dei tanti disperati che dai paesi piĚ poveri dell’Africa vedono in quel paese una prima speranza di sopravvivenza, anche quando questa speranza si traduce di fatto nello sfruttamento e nella schiavitĚ.

 

Si puė dunque attendere che anche questo viaggio di Berlusconi sia segnato dalle solite roboanti dichiarazioni alla stampa sulle nuove forme di cooperazione tra le forze di polizia e sui nuovi accordi di riammissione che saranno conclusi con il leader libico, accordi il cui testo non verrą mai conosciuto, né portato all’approvazione del Parlamento, come invece avveniva fino ad alcuni anni fa. Si insisterą ancora sul contrasto dell’immigrazione clandestina con lo scambio di funzionari di collegamento e la fornitura di attrezzature e mezzi. Ma, periodicamente, oltre alle stragi in mare, ed a quelle ben piĚ nascoste nei deserti africani, gli unici risultati nel contrasto dei trafficanti si tradurranno nel solito desolante spettacolo degli sbarchi e dell’arresto dei piĚ deboli, di quei migranti che magari accettano di condurre le carrette del mare perché non hanno i soldi per pagare l’intera tariffa imposta dai trafficanti. E intanto le reti del racket si rinforzano sempre di piĚ, perché, piĚ aumenta la repressione, in assenza di possibilitą effettive di ingresso per lavoro e di accesso alla procedura di asilo, e piĚ aumentano il profitto dei trafficanti, le intimidazioni subite dalle vittime, la loro omertą ( alla quale sono costrette anche dopo gli sbarchi, quando, piuttosto che incontrare mediatori ed interpreti indipendenti, sono costrette a subire estenuanti interrogatori di polizia sulle circostanze del loro viaggio).

 

Il Libro Verde sul rimpatrio delle persone che soggiornano illegalmente in Europa ribadiva nel 2002 che le politiche di rimpatrio dei paesi dell’Unione devono rispettare non solo la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati ed il Protocollo di New York del 1967, ma anche le disposizioni della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e la Carta dei diritti fondamentali approvata a Nizza nel 2000, che sancisce il diritto di asilo e vieta le espulsioni collettive.

Ma di questi principi di diritto umanitario in Italia non se ne parla piĚ, proprio quando si invoca l’Europa per una partecipazione agli immensi costi delle insensate politiche di rimpatrio coatto poste in essere dal Governo dopo la approvazione della legge Bossi-Fini.

Ed adesso sembra aprirsi un'altra polemica nella maggioranza sulla necessitą di modificare una legge il cui fallimento Ź stato decretato persino dalla Corte Costituzionale. Non vorremmo che il solito tentativo di cavalcare le crisi dell’avversario impedisca all’opposizione di rilevare la responsabilitą collettiva di tutte le forze di governo nella gestione -ai confini della sospensione delle garanzie dello stato di diritto- delle politiche di allontanamento forzato ( e di fare, quando occorre, una seria autocritica). O forse qualcuno teme che si ricordi, tra i sedici accordi di riammissione conclusi prima del 2001, lo “Scambio di note tra l’Italia e la Tunisia concernente l’ingresso e la riammissione delle persone in posizione irregolare” concluso il 6 agosto 1998 con il quale si prevedevano supporti tecnici ed operativi e contributi economici ( 15 miliardi di lire per tre anni) , ed in particolare un contributo di 500 milioni di vecchie lire per “ la realizzazione in Tunisia di centri di permanenza”? Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire oggi, se non fosse mutata la situazione internazionale e se le espulsioni con accompagnamento immediato non fossero diventate la norma.

Del resto, nel gravoso compito di contrastare l’immigrazione clandestina, i paesi del Nordafrica hanno dimostrato di “saperci fare” molto bene.

Oggi la Tunisia si Ź dotata di numerose strutture di trattenimento coatto, ben oltre il modesto contributo annunciato allora dal Governo italiano e la maggior parte dei centri di detenzione amministrativa per immigrati irregolari Ź ubicata in localitą segrete. Non Ź dato sapere quali siano gli standard di vita e le garanzie riconosciute alle persone internate in queste strutture. Su queste basi saranno rinegoziati i nuovi accordi di riammissione su scala europea?

 

L’Unione Europea, allargata a 25 paesi, ben difficilmente potrą dare una risposta unitaria ed efficace agli appelli del governo italiano. Ma intanto gli appelli dei nostri ministri servono per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica da Roma a Bruxelles. E nel caldo estivo, mentre il Parlamento Ź chiuso, per sottoscrivere nuovi accordi di riammissione.

 

Il rifiuto degli accordi di riammissione, di questi accordi “clandestini” di riammissione, di cui si apprende qualcosa solo attraverso la stampa, non basta, e non basta neppure ricordare quanto gli stessi accordi funzionavano bene con il centrosinistra al governo.

Occorre invece ripartire da una modifica della normativa italiana che finalmente riconosca il diritto di asilo costituzionale, e reintroduca possibilitą effettive di ingresso per ricerca di lavoro, nella prospettiva di nuovi percorsi di regolarizzazione permanente. Va modificata la disciplina delle espulsioni, anche oltre la limitata portata delle ultime decisioni della Corte costituzionale: va introdotto l’effetto sospensivo dei ricorsi giurisdizionali, e vanno chiusi gli attuali centri di detenzione amministrativa da sostituire con veri centri di accoglienza aperti a tutte le associazioni. Solo a partire da questo diverso progetto di politica migratoria, malgrado le affermazioni di alcuni esponenti della attuale opposizione sulla efficacia dei vecchi accordi di riammissione stipulati dopo il 1996, si potranno creare possibilitą concrete, e non ne rimangono ormai tante, per una inversione effettiva delle politiche in materia di immigrazione ed asilo, ed in questa nuova prospettiva, per rinegoziare o revocare tutti gli accordi di riammissione gią stipulati.

Fulvio Vassallo Paleologo

Universitą di Palermo