TRIBUNALE DI VERONA

Rito lavoro

Ricorso a norma dell’art. 442 cpc

di

 

 

contro

Inps - Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale

 

nonché contro

Ministero dell’Economie e delle Finanze

 

nonché contro

Regione Veneto

 

 

Oggetto della domanda

Š    Corresponsione somme a titolo di ratei arretrati di indennitą di accompagnamento ex art. 1, l. n. 18/80

Fatto

1.   __________, nato a _________, il ___________, ed ivi residente in ___________, figlio dei coniugi ______________________, di nazionalitą marocchina, regolarmente soggiornanti sul territorio italiano, Ź affetto dalla nascita da “malformazioni congenite multiple cranio encefaliche” (verbale di visita Ministero del Tesoro 22-09-00 e Ulss 20 di Verona del 22-1002 di conferma del precedente), purtroppo non regredibili, che lo rendono del tutto incapace di svolgere gli atti quotidiani della vita propri di un bambino della sua etą, rendendolo dipendente dall’altrui assistenza.

2.   Il padre, __________, soggiorna regolarmente in Italia sin dal 1987 per motivi di lavoro e, da allora, Ź sempre stato in possesso di permesso di soggiorno di durata non inferiore all’anno, di volta in volta rinnovato; ciė gli ha consentito di ottenere il ricongiungimento familiare (artt. 28, Tu Immigrazione) con la moglie, la signora _________, che, quindi, lo ha raggiunto nel 1993, provvista di permesso di soggiorno per motivi di famiglia (la cui durata, perciė, Ź sempre stata corrispondente a quella del permesso di soggiorno del marito e, cioŹ, non inferiore all’anno: art. 30 co. 3, Tu Immigrazione)

3.   I tre figli minorenni, compreso ___________--, tutti nati in Italia, sono sempre stati regolarmente iscritti sui permessi di soggiorno dei genitori (art.31 Tu Immigrazione).

4.   Nell’aprile 2001, avendone tutti i requisiti di legge, i coniugi ______________ hanno richiesto la carta di soggiorno (titolo di soggiorno di durata indeterminata), effettivamente rilasciata dalla Questura di Verona in data 14-11-2001, e sulla quale sono stati iscritti i tre figli.

5.   In accoglimento della domanda proposta, in data 1 febbraio 2000, dalla madre, sig.ra __________, in nome e per conto di _________, l’Inps, con provvedimento del 13 maggio 2002, sulla base dell’avvenuto accertamento, da parte della competente commissione medica del Ministero del Tesoro (verbale visita 22-09-00), dello stato di invalido civile totale, bisognoso di assistenza continua per il compimento degli atti quotidiani della vita, ha riconosciuto come dovuta al piccolo __________ l’indennitą di accompagnamento ex art 1, legge n. 18/1980, con decorrenza dal marzo 2000 (mese successivo a quello della domanda).

6.   Nel liquidare i ratei arretrati (dal marzo 2000, appunto) delle prestazioni economiche maturate, l’Istituto ha, perė, omesso il periodo dal gennaio al novembre 2001, per il quale non Ź stata erogata somma alcuna.

7.   Sia per il periodo successivo che attualmente, il piccolo __________ gode delle previdenze di cui alla l. n. 18/80

8.   Vana Ź stata la richiesta di corresponsione degli arretrati anche per il suddetto periodo, avanzata dalla sig.ra __________ per mezzo dell’assistenza, in via amministrativa, del Patronato Inca-Cgil.

9.   Nel periodo in questione il bambino non Ź mai stato ricoverato gratuitamente in alcun istituto di assistenza né, ovviamente (purtroppo), la sua patologia invalidante Ź regredita.

Diritto

Non sono in discussione, nella fattispecie in esame, i presupposti di fatto che danno diritto all’indennitą di accompagnamento ex art. 1, l. n. 18/80.

___________, infatti, Ź stato giudicato invalido totale bisognevole di continua assistenza con giudizio sanitario fatto proprio dall’Inps nel suo provvedimento di concessione/liquidazione dell’indennitą di accompagnamento che, quindi, Ź stata regolarmente erogata sia per il periodo che va dal marzo al dicembre 2000 sia per quello, successivo, che va dal dicembre 2001 al giugno 2002 e mantenuta anche attualmente.

ť oggetto di causa, invece, la spettanza di tale provvidenza economica anche per il periodo che va dal gennaio al novembre 2001, periodo in cui, pur sussistendo tutti i requisiti, in punto di fatto, richiesti dalla legge n. 18/80, il bambino non ha ricevuto alcuna somma dall’Istituto convenuto.  

Si osserva, per mero scrupolo defensionale (gravando il relativo onere probatorio unicamente sull’Inps, in caso di contestazione sul punto) che, durante tale periodo di tempo, il bambino non Ź mai stato ricoverato in istituti di assistenza (sola ipotesi in cui, ai sensi dell’art. 1, u.c., l. n. 18/80, pur in presenza dell’inalterata situazione invalidante, l’erogazione della provvidenza avrebbe potuto essere legittimamente sospesa).

La ragione di sospensione dell’erogazione nel periodo di cui si tratta, per quel che Ź dato presumere (risultando assente, nel provvedimento Inps, qualsiasi motivazione), potrebbe, allora, essere rinvenuta in una (a parere dello scrivente) errata o, in ogni caso, incostituzionale, interpretazione dell’art. 80, Legge n. 388/00 (Finanziaria 2001), in vigore a decorrere dal 1 gennaio 2001.

Secondo tale interpretazione, la norma in questione escluderebbe dall’erogazione di qualsiasi provvidenza economica di natura assistenziale, compresa l’indennitą d’accompagnamento, tutti gli stranieri e, conseguentemente, i lori figli minori iscritti sul titolo di soggiorno, che siano titolari di permesso di soggiorno (sebbene con durata non inferiore ad un anno) anziché di carta di soggiorno.

L’Inps, infatti, ha disconosciuto il diritto di _______- all’indennitą di accompagnamento per il periodo 1° gennaio – 30 novembre 2001: dalla data di entrata in vigore della Finanziaria 2001 fino al primo giorno del mese successivo a quello in cui fu rilasciata la carta di soggiorno ai genitori.

Appare opportuno testualmente riportare l’art. 1, legge n. 18/80: “Ai mutilati ed invalidi civili totalmente inabili per affezioni fisiche o psichiche di cui agli articoli 2 e 12 della legge 30 marzo 1971, n. 118, nei cui confronti le apposite commissioni sanitarie, previste dall'art. 7 e seguenti della legge citata, abbiano accertato che si trovano nella impossibilitą di deambulare senza l'aiuto permanente di un accompagnatore o, non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita, abbisognano di un'assistenza continua, Ź concessa un'indennitą di accompagnamento, non reversibile, al solo titolo della minorazione, a totale carico dello Stato (…) La medesima indennitą Ź concessa agli invalidi civili minori di diciotto anni che si trovano nelle condizioni sopra indicate. …”

Come meglio si argomenterą oltre, Ź evidente, gią dalla lettera della legge, che la provvidenza in questione Ź concessa al minore affetto da grave handicap in ragione – unicamente – della sua miniorata condizione di salute; non si tratta, quindi, di un’erogazione a sostegno del reddito della famiglia dell’invalido, ma di una provvidenza concessa direttamente allo stesso in ragione della sua necessitą di continua assistenza altrui e della quale egli, e non altri, Ź il titolare.

Una provvidenza, quindi, stabilita dalla legge a tutela del fondamentale diritto alla salute (art. 32 Cost.).

Esigenze di chiarezza, poi, rendono necessario un breve richiamo alle norme che si sono succedute a disciplina delle provvidenze economiche di natura assistenziale, in favore di cittadini stranieri, non appartenenti all’Unione Europea, regolarmente soggiornanti sul territorio italiano.

Rilevante nel caso di specie, peraltro, Ź anche la convenzione internazionale, sottoscritta dall’Italia, relativa ai diritti dei fanciulli, cui si farą cenno piĚ oltre.

Quanto al primo gruppo di norme, vengono in considerazione gli artt. 3, l. n. 104/92; 1, 2 e 41 del d.lvo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo Unico sull’Immigrazione), gli artt. 1 e 2 della legge 8 novembre 2000, n. 328 (Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali) ed infine l’art. 80, comma 19, legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Legge finanziaria 2001).

La legge n. 104/92 (Legge quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate) si applica “anche agli stranieri e agli apolidi, residenti, domiciliati o aventi stabile dimora nel territorio nazionale. Le relative prestazioni sono corrisposte nei limiti ed alle condizioni previste dalla vigente legislazione o da accordi internazionali” (art. 3, co. 4, Legge n. 104/92).

Il criterio generale di applicabilitą della legge a tutela del portatore di handicap, quindi, Ź quello (addirittura) della mera “stabile dimora” sul territorio italiano, del tutto a prescindere dalla sua nazionalitą e dal titolo di soggiorno posseduto.

Il TU Immigrazione (adottato al dichiarato scopo di attuare l’impegno assunto dallo Stato italiano con una precisa norma costituzionale, secondo cui “la condizione giuridica dello straniero Ź regolata dalla legge in conformitą delle norme e dei trattati internazionali” - art. 10, comma2 Cost) rappresenta la disciplina organica del complesso di diritti e doveri esistenti in capo al cittadino non comunitario presente in territorio italiano.

Cosď il primo articolo del TU: “Il presente testo unico, in attuazione dell'articolo 10, secondo comma, della Costituzione, si applica, salvo che sia diversamente disposto, ai cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea e agli apolidi, di seguito indicati come stranieri. (…) Quando altre disposizioni di legge fanno riferimento a istituti concernenti persone di cittadinanza diversa da quella italiana ovvero ad apolidi, il riferimento deve intendersi agli istituti previsti dal presente testo unico. Sono fatte salve le disposizioni interne, comunitarie e internazionali piĚ favorevoli comunque vigenti nel territorio dello Stato. (…).” (art. 1, TU Immigrazione).

Il legislatore italiano ha, cosď, inteso predisporre un preciso statuto giuridico dello straniero dotato di una propria coerenza ed organicitą (in dottrina, Diritto degli Stranieri, B. Nascimbene - a cura di -, Cedam, pagg. 16-17; cfr. anche Corte Cost. 7 febbraio 2000, n. 31), rispetto al quale, quindi, in un’ottica di interpretazione sistematica delle norme, le successive leggi in materia di diritti e doveri dello straniero sono chiamate ad armonizzarsi, facendo salve solamente le diverse disposizioni “piĚ favorevoli” allo straniero.

Il successivo art. 2 TU Immigrazione detta, poi, il fondamentale principio, secondo cui: “Allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai princďpi di diritto internazionale generalmente riconosciuti.  Lo straniero regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato gode dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano, salvo che le convenzioni internazionali in vigore per l'Italia e il presente testo unico dispongano diversamente”.

Si distinguono, quindi, due categorie di cittadini stranieri: quelli “comunque” presenti sul territorio dello stato, a prescindere dal possesso di un titolo di soggiorno, ai quali debbono essere, in ogni caso, riconosciuti (e, ovviamente, garantiti) i diritti fondamentali della persona umana, ed i cittadini stranieri in possesso di un titolo di soggiorno per i quali, invece, Ź stabilita la regola generale della piena equiparazione, quanto alla titolaritą di diritti in materia civile (esclusi, quindi, solo i diritti politici) ai cittadini italiani.

Principio recepito dai piĚ moderni sistemi legislativi europei che, opportunamente, si dirigono verso il riconoscimento di una pluralitą di “diritti di cittadinanza”, basati non gią sulla “nazionalitą” formale del singolo, ma sulla partecipazione attiva dello straniero, nella legalitą, alla vita sociale del Paese ospitante.

Principio, inoltre, che risponde pienamente all’obiettivo di incentivare l’immigrazione regolare (riconoscendo allo straniero regolarmente soggiornante uno status giuridico “privilegiato”) e scoraggiare quella irregolare.

Principi legislativi che, peraltro, saldamente si innestano sul principio di paritą di trattamento imposto dalla Costituzione italiana e dalle Convenzioni internazionali cui ha aderito lo Stato italiano che hanno pari dignitą (art. 10 Cost.).

L’art. 41 Tu Immigrazione, poi, con disposizione che specifica, in relazione ad una determinata categoria di diritti civili (quelli alle provvidenze, anche economiche, di natura assistenziale), il principio generale affermato nella prima parte del Tu in commento, cosď statuisce: “gli stranieri titolari della carta di soggiorno o di permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno, nonché i minori iscritti nella loro carta di soggiorno o nel loro permesso di soggiorno, sono equiparati ai cittadini italiani ai fini della fruizione delle provvidenze e delle prestazioni, anche economiche, di assistenza sociale, incluse quelle previste per coloro che sono affetti da morbo di Hansen o da tubercolosi, per i sordomuti, per i ciechi civili, per gli invalidi civili e per gli indigenti (art. 41 TU Immigrazione).

La norma or ora citata conferma, quindi, rafforzandolo, il principio di paritą di trattamento tra immigrati regolari di lunga durata (escludendo solamente coloro che siano in possesso di un permesso di soggiorno di durata inferiore ad un anno e, quindi, in pratica, gli stranieri presenti in Italia o per lavoro stagionale o per turismo) e cittadini italiani.

Sono parificati ai cittadini italiani, secondo la lettera della legge, del tutto inequivoca sul punto, sia gli stranieri titolari di permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno sia i titolari di carta di soggiorno.

Per maggior chiarezza, si osserva che la carta di soggiorno “puė” essere richiesta dallo straniero “…regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato da almeno sei anni, titolare di un permesso di soggiorno per un motivo che consente un numero indeterminato di rinnovi…” e, quindi, costituisce un titolo di soggiorno facoltativo (che lo straniero puė chiedere come non), a differenza del permesso di soggiorno, in assenza del quale lo straniero non Ź abilitato al soggiorno in Italia.

La differenza essenziale tra i due titoli di soggiorno consiste nella durata: a tempo determinato (ma rinnovabile senza limiti) il permesso di soggiorno, a tempo indeterminato la carta di soggiorno.

Funzione della carta di soggiorno, in sostanza, Ź quella di evitare allo straniero di “ricominciare da capo” ad ogni scadenza del permesso di soggiorno, dovendo dimostrare alla Questura competente di avere i requisiti per il rinnovo del permesso.

Il rilascio a tempo indeterminato della carta di soggiorno, in altre parole, “inverte l’onere della prova” della permanenza dei requisiti per la permanenza in Italia: non sarą piĚ lo straniero a doverne provare, di volta in volta, il possesso, ma sarą lo stato (la Questura competente) a rilevare, in ipotesi tassativamente determinate, il sopravvenire di condizioni ostative al soggiorno (per esempio la commissione di reati di particolare gravitą).

Ciė non significa, peraltro, che anche il titolare di carta di soggiorno non possa abbandonare l’Italia “da un giorno all’altro”, per rimpatriare o per recarsi in un altro Stato.

In altre parole, l’essere titolari di carta di soggiorno non rappresenta una “garanzia” di stabilitą sul territorio italiano piĚ del permesso di soggiorno di lunga durata posto che, tanto il titolare di carta di soggiorno quanto il titolare di permesso di soggiorno possono, ovviamente, decidere di lasciare l’Italia.

Sotto altro profilo, poi, sebbene il permesso di soggiorno per motivi di lavoro sia rilasciato “a termine”, ciė non significa che il suo titolare abbia un progetto migratorio di breve durata essendo tale titolo di soggiorno, comunque, rinnovabile senza limiti.

Nel caso di specie, ad esempio, il sig. ___________-- ha avuto un permesso di soggiorno per motivi di lavoro sin dal 1987, l’ha regolarmente rinnovato ad ogni scadenza, essendo in possesso di tutti requisiti di legge per il rinnovo e, non appena ne ha avuta la possibilitą, ha chiamato a vivere con sé la moglie, dalla quale ha avuto tre figli, tutti nati in Italia, cosď chiaramente manifestando la volontą di stabilire definitivamente qui la sua vita e quella della famiglia.

Se, quindi, appare del tutto ragionevole escludere dal godimento delle provvidenze di natura assistenziale i turisti (o, comunque, gli stranieri con permesso di durata inferiore ad un anno: solitamente per la frequenza di un corso di studi di brevissima durata o per motivi religiosi, etc.), parimenti ragionevole appare la piena equiparazione, ai medesimi fini, tra cittadini italiani, stranieri titolari del permesso di soggiorno e titolari di carta di soggiorno, ma comunque da tempo soggiornanti nel nostro paese e, quindi (quel che rileva ai fini della presente controversia) la piena equiparazione tra i figli minori iscritti su tali titoli di soggiorno.

I titolari dell’uno e dell’altro documento, infatti, non si distinguono né per una maggiore o minore precarietą della loro presenza sul territorio italiano (potendo entrambi restare come andarsene dall’Italia in qualsiasi momento) né per una maggiore o minore possibilitą di contribuire alla vita sociale ed economica del Paese ospitante (essendo entrambi abilitati a svolgere attivitą lavorativa autonoma o subordinata e contribuendo in maniera identica alla fiscalitą generale), né, in sé e per sé, per una maggiore o minore permanenza sul nostro territorio.

In modo del tutto coerente rispetto al quadro legislativo sino ad ora descritto, infine, la legge n. 328/00, finalizzata a coordinare, mediante linee guida qualificate come “…principi fondamentali  ai sensi dell’art. 117 della Costituzione” (art. 1 Legge quadro), l’erogazione degli interventi e servizi sociali e, quindi, anche “…tutte le attivitą relative alla predisposizione ed erogazione … di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltą che la persona umana incontra nel corso della sua vita…” (art. 1 Legge quadro e art. 128 d.lvo n. 112/98) ha ricompreso fra i beneficiari di tali interventi e servizi sociali “…gli stranieri individuati ai sensi dell’art. 41 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286” (art. 2 Legge quadro).

Il legislatore ha, poi, espressamente incluso, tra gli interventi che costituiscono “il livello essenziale delle prestazioni sociali erogabili sotto forma di beni e servizi…”, le “misure economiche per favorire la vita autonoma e la permanenza a domicilio di persone totalmente dipendenti o incapaci di compiere gli atti propri della vita quotidiana” (art. 22 Legge quadro servizi sociali) misure che comprendono, all’evidenza, proprio l’indennitą di accompagnamento, erogata anche a favore dei minori con gravissimo grado di disabilitą.

La Legge quadro sui servizi sociali, quindi, nel rinviare all’art. 41 TU, ha anch’essa, condivisibilmente, sancito l’eguale diritto a tutte le provvidenze assistenziali e, in particolare, a quelle essenziali come l’indennitą d’accompagnamento, di cittadini italiani, appartenenti all’Unione Europea, non comunitari in possesso di permesso di soggiorno di durata non inferiore a un anno e titolari di carta di soggiorno.

In un quadro armonico e coerente come quello sin qui descritto, si Ź, perė, inserito, con disposizione non priva di ambiguitą, l’art. 80, comma 19, legge 23-12-2000, n. 388 (di soli pochi giorni successivi alla legge quadro sui servizi sociali!) che cosď stabilisce: “ai sensi dell’art. 41 del decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286, l’assegno sociale e le provvidenze economiche che costituiscono diritti soggettivi in base alla legislazione vigente in materia di servizi sociali sono concesse alle condizioni previste dalla legislazione medesima, agli stranieri che siano titolari di carta di soggiorno; per le altre prestazioni e servizi sociali l’equiparazione con i cittadini italiani Ź consentita  a favore degli stranieri che siano almeno titolari di permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno”.

L’interpretazione attribuita a quest’ultima norma dall’Inps Ź stata quella di escludere (ravvisando, quindi, nel disposto, una tacita abrogazione delle disposizioni di legge sopra esaminate) dalla concessione di ogni tipo di provvidenza economica assistenziale, compresa, quindi, l’indennitą di accompagnamento, tutti gli stranieri (non comunitari) regolarmente soggiornanti sul territorio italiano, anche di lungo periodo, privi della carta di soggiorno.

I) La debenza dell’indennitą di accompagnamento agli stranieri regolarmente soggiornanti, con permesso di soggiorno di durata superiore ad un anno, anche dopo l’entrata in vigore della Legge Finanziaria 2001.

L’interpretazione proposta dall’Inps, Ź, a parere dello scrivente, in primo luogo, errata.

Perché possa aversi abrogazione tacita per successione delle leggi nel tempo, la legge successiva deve regolamentare in modo assolutamente inconciliabile con le disposizioni precedenti, la stessa, identica, fattispecie disciplinata dalla norma precedente di pari rango.

Nel caso di specie, manca, innanzitutto, una perfetta coincidenza tra le fattispecie disciplinate dalle leggi in commento le quali, semmai, si pongono (le prime) in rapporto di specialitą rispetto ad una norma (la seconda) di contenuto certamente assolutamente generale.

Con conseguente applicazione del notorio principio secondo cui specialis per generale non derogatur

Le leggi antecedenti (legge n. 104/92, Tu Immigrazione e Legge quadro sui servizi sociali), espressamente ed inequivocabilmente, includono le prestazioni anche economiche riconosciute a favore degli invalidi civili (art. 41 Tu Immigrazione e art. 2 Legge quadro) e dei portatori di handicap grave (artt. 3 e 4 legge n. 104/92) tra i servizi essenziali da erogare anche ai cittadini stranieri con permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno (e, addirittura, avente la sola “stabile dimora” in Italia).

La legge successiva (Finanziaria 2001) espressamente richiamando l’art. 41 Tu Immigrazione, limita, invece, la corresponsione dell’assegno sociale, in particolare, e di generiche “provvidenze economiche” ai soli titolari di carta di soggiorno.

La fattispecie disciplinata da quest’ultima norma, all’evidenza, non Ź sovrapponibile a quella disciplinata dalle norme precedenti che, come si Ź visto, si riferiscono non gią, genericamente, a “provvidenze economiche” (che potrebbero essere finalizzate, come, in effetti, l’assegno sociale Ź finalizzato, al sostegno del reddito) ma, specificamente, alle provvidenze economiche erogate dallo Stato e dagli Enti locali a tutela del fondamentale diritto alla salute e, piĚ precisamente, garantite agli invalidi civili totali.

La legge in questione, inoltre, non appare inequivocabilmente incompatibile con quelle precedenti ma, al contrario, laddove interpretata in una corretta ottica sistematica, Ź con esse agevolmente coordinabile.

Deve, infatti, innanzitutto rilevarsi come un’interpretazione della norma che separasse in due categorie distinte le “provvidenze economiche” intese sic et simpliciter come tutte le possibili forme di erogazione di denaro alla persona (attribuibili, secondo questa tesi, solo ai titolari di carta di soggiorno) dalle “altre prestazioni” intese come servizi diversi dall’erogazione di somme (ricovero ospedaliero, per esempio), introdurrebbe un elemento di totale incoerenza nella disciplina dei servizi sociali

Disciplina che, dopo la riforma di cui alla legge quadro, va nella direzione di un “sistema integrato dei servizi” cosď definito: “Il sistema integrato di interventi e servizi sociali si realizza mediante politiche e prestazioni coordinate nei diversi settori della vita sociale, integrando servizi alla persona e al nucleo familiare con eventuali misure economiche, e la definizione di percorsi attivi volti ad ottimizzare l'efficacia delle risorse, impedire sovrapposizioni di competenze e settorializzazione delle risposte.” (art. 22 legge n. 328/00).

All’interpretazione letterale dell’art. 80, co.19, della legge n. 388/00, quindi, deve, necessariamente, affiancarsi un’interpretazione logico-sistematica e, cioŹ, la lettura del testo alla luce dei principi generali, desumibili dall’ordinamento, che informano la disciplina dei servizi sociali a favore degli invalidi ed il riconoscimento di diritti civili (peraltro, nel caso di specie, definiti dallo stesso legislatore “essenziali”) allo straniero regolarmente soggiornante.

Ed un’interpretazione logico-sistematica (e, come si vedrą oltre, costituzionalmente orientata), impone di ritenere che le “prestazioni economiche” riservate ai soli titolari di carta di soggiorno non includono le prestazioni, anche economiche, che siano “essenziali” ai fini della tutela della salute degli invalidi civili.

Interpretazione che, in conclusione, non puė portare a negare ad __________, figlio minore di cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia dal 1987 (e che da allora contribuiscono all’economia ed alla fiscalitą del nostro Paese!), per il solo fatto del possesso del “solo” permesso di soggiorno per lavoro (rinnovabile, si ripete, senza alcun limite di tempo e di fatto rinnovato da quasi un ventennio!!) anziché della carta di soggiorno.

Interpretazione che, secondo quanto si argomenterą di seguito, Ź l’unica conforme a costituzione e, come tale, deve essere preferita dall’interprete alle altre, pur possibili, letture della norma.

E’, infatti, del tutto notorio che: “eventuali residue incertezze di lettura sono destinate a dissolversi una volta che si sia adottato, quale canone ermeneutico preminente, il principio di supremazia costituzionale che impone all'interprete di optare, fra piĚ soluzioni astrattamente possibili, per quella che rende la disposizione conforme a Costituzione" (sentenze n. 316 del 2001 e n. 113 del 2000 nonché, in senso analogo, ordinanza n. 277 del 2000).” (Corte Cost. 5 giugno 2003, n. 198).

In tema di diritti dei lavoratori stranieri invalidi, poi, la Corte Costituzionale ha, recentemente, dichiarato infondata la questione di legittimitą costituzionale che era stata sollevata sulla base del presupposto dell’assenza di una norma che, espressamente, consentisse allo straniero inabile di iscriversi nelle liste del collocamento obbligatorio, ritenendo, al contrario, che, pur in mancanza di una disposizione espressa sul punto, una lettura di tipo sistematico e costituzionalmente orientata doveva indurre l’interprete a riconoscere l’esistenza di tale diritto al collocamento mirato anche  allo straniero soggiornante in Italia.

In tale occasione, cosď si Ź espressa la Corte Costituzionale: “Questa Corte invero ha ricondotto la speciale disciplina sul collocamento obbligatorio degli invalidi alle forme di attuazione del diritto che "gli inabili e i minorati" hanno, a norma dell'art. 38, terzo comma, della Costituzione, all'avviamento professionale (cfr. sentenze n. 38 del 1960, n. 55 del 1961): diritto del quale gode anche lo straniero avente titolo ad accedere al lavoro subordinato nel territorio dello Stato in condizioni di uguaglianza con i cittadini, non essendovi, sotto questo profilo, ragione di differenziarne il trattamento rispetto al cittadino italiano. Che se poi si volesse includere tale beneficio nell'ambito dei diritti e degli interventi afferenti all'assistenza sociale delle persone che si trovano in specifiche condizioni di necessitą, non lo si potrebbe negare allo straniero, in un quadro legislativo nel quale non solo, come si Ź ricordato, lo straniero regolarmente soggiornante gode in linea di principio dei "diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano" (art. 2, comma 2, del testo unico n. 286 del 1998), ma gli stranieri titolari di carta di soggiorno o di permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno ‘sono equiparati ai cittadini italiani ai fini della fruizione delle provvidenze e delle prestazioni, anche economiche, di assistenza sociale, incluse quelle previste’, fra l'altro, ‘per gli invalidi civili’ (art. 41 del testo unico n. 286 del 1998), e, piĚ in generale, gli stranieri aventi stabile dimora nel territorio nazionale sono tra i soggetti cui si applica la legge contenente i principi dell'ordinamento in materia di diritti e assistenza delle persone handicappate (art. 3, comma 4, della legge 5 febbraio 1992, n. 104).” (Corte Cost. 30 dicembre 1998, n. 454; cfr anche Corte d’Appello di Firenze, sez. I, 2 luglio 2002, ord. Memetko c. Azienda Sanitaria Ospedaliera di Pisa: anche in questo caso si Ź fatto ricorso ad un’interpretazione sistematica, applicando i principi generali in materia di statuto dello straniero e – nel caso di specie – principio di paritą di trattamento tra lavoratori italiani e stranieri anche extra Cee, al fine di riconoscere il diritto dello straniero extracomunitario all’assunzione presso un Ente pubblico).

II) In subordine: illegittimitą costituzionale dell’art. 80, comma 19, legge n. 388/00

Nella denegata ipotesi in cui il Giudicante intendesse aderire alla tesi interpretativa dell’Inps, in quanto ritenuta l’unica possibile in ragione della lettera dell’art. 80, comma 19, legge n. 388/00, si eccepisce l’illegittimitą costituzionale di tale norma per contrasto con gli articoli 3, 10, 31 co. 2, 32 Cost., chiedendo che il Giudicante, ritenutala non manifestamente infondata, sollevi la relativa questione innanzi la Corte Costituzionale.

ť palese, infatti, l’assoluta irragionevolezza della discriminazione operata dalla legge in commento, in piena violazione dell’art. 3 Cost., sia tra cittadini italiani e stranieri regolarmente soggiornanti di lungo periodo sia – ancor piĚ platealmente! – tra cittadini stranieri, tutti regolarmente soggiornanti, titolari di permesso di soggiorno e titolari di carta di soggiorno.

Sotto il primo profilo, la Corte Costituzionale ha, da tempo, sancito l’applicabilitą del principio di non discriminazione tra cittadini italiani e stranieri nella tutela di diritti “fondamentali” qual Ź, certamente, il diritto alla salute.

Sotto altro profilo, inoltre, la Corte ha, altresď, statuito nel senso che l’art. 3 Cost. vieta al legislatore italiano di distinguere tra cittadini tutti stranieri, se non in applicazione del criterio di ragionevolezza.

In tema di principio di paritą di trattamento tra cittadini italiani e stranieri, cosď si Ź espressa la Consulta: “Il testuale riferimento all'art. 3 comma 1 Cost., ai soli cittadini non esclude che l'eguaglianza davanti alla legge sia garantita anche agli stranieri, ove si tratti di assicurare la tutela dei diritti inviolabili (come la Corte costituzionale ha affermato ripetutamente…” (Corte Cost. 21 giugno 1979, n. 54; cfr anche Corte cost. 18 luglio 1983, n. 215).

E piĚ di recente, “quando venga riferito al godimento dei diritti inviolabili dell'uomo, quale Ź nel caso la libertą personale, il principio costituzionale di eguaglianza in generale non tollera discriminazioni fra la posizione del cittadino e quella dello straniero, va tuttavia precisato che inerisce al controllo di costituzionalitą sotto il profilo della disparitą di trattamento considerare le posizioni messe a confronto, non gią in astratto, bensď in relazione alla concreta fattispecie oggetto della disciplina normativa contestata.” (Corte Cost. 24 febbraio 1994, n. 62; cfr. anche Corte Cost. 18 luglio 1986, n. 199 che censura per illegittimitą costituzionale la disciplina sulle adozioni laddove non estende, retroattivamente, la giurisdizione e disciplina italiana al minore straniero in stato di abbandono in Italia, discriminandolo rispetto al minore italiano).

Con quest’ultima sentenza la Corte Costituzionale, per quel che qui rileva, ha affermato che persino la disciplina dell’espulsione dello straniero (ambito tradizionalmente riservato alla piĚ totale discrezionalitą del legislatore nazionale) Ź “… limitata, sotto il profilo della conformitą a Costituzione, soltanto dal vincolo che le sue scelte non risultino manifestamente irragionevoli”.

Nel caso di specie, la concreta fattispecie cui la disciplina in discorso potrebbe dare origine, sarebbe la seguente: due bambini, entrambi residenti in Italia da lungo periodo, di cui uno italiano e l’altro straniero, sono entrambi affetti da gravissime patologie congenite che li rendono del tutto invalidi, cosď da necessitare un’assistenza continua per il compimento dei piĚ basilari atti della vita.

Solamente il primo, perė, puė beneficiare di un servizio sociale “essenziale” qual Ź la corresponsione dell’indennitą di accompagnamento.

Essendo l’indennitą di accompagnamento, non gią una misura a sostegno del reddito, ma, per espressa previsione di legge (art. 1, l. 18/80 e Legge quadro Servizi sociali) uno dei servizi essenziali ai fini della tutela della salute del portatore di handicap, la discriminazione operata dalla legge in questione tra cittadini italiano e straniero appare, del tutto irragionevole.

La condizione dello straniero puė distinguersi da quella del cittadino sotto molteplici profili, ma non gią sotto quello dell’eguale bisogno di tutela di un diritto fondamentale come quello alla salute!

Né potrebbe essere addotta a fondamento della discriminazione operata la del tutto ipotetica precarietą della presenza del bambino straniero sul territorio italiano: il permesso di soggiorno nel quale risulta iscritto, si ribadisce, Ź rinnovabile senza limite di tempo!

Non solo, ma il possesso di permesso di soggiorno, cosď come dimostra la fattispecie concreta, non Ź nemmeno sinonimo di brevitą del soggiorno sul nostro territorio, posto che la durata del medesimo, in fatto, Ź del tutto indipendente dal titolo giuridico che la legittima.

In altre parole, il sistema legislativo, quando anche si volesse ritenere che determinate provvidenze debbano essere concesse solo agli stranieri da tempo sul nostro territorio, non Ź in alcun modo idoneo a raggiungere tale ipotetica (e potenzialmente razionale) finalitą

L’art. 80, legge n. 388/00, quindi, viola palesemente anche il combinato disposto degli artt. 3 e 32 Cost, laddove, in modo del tutto irragionevole, nega una provvidenza “essenziale” alla tutela della salute ai fanciulli stranieri titolari di permesso di soggiorno, che siano nelle stesse condizioni di (non) salute dei bambini italiani e, magari, da lunghissimo tempo nel nostro paese.

Stabilisce l’art. 32. comma 1, Cost: “La Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettivitą, e garantisce cure gratuite agli indigentisenza operare alcuna distinzione tra cittadini e stranieri.

Né la natura economica della prestazione di cui Ź causa puė, per ciė solo, esimere il legislatore dal rispetto del combinato disposto di cui sopra.

Non solo perché – come si Ź gią piĚ volte sottolineato – la corresponsione di una somma in denaro si inserisce, in modo organico, in un “sistema integrato” di servizi alla persona tutti finalizzati alla tutela della salute, ma anche e soprattutto alla luce della giurisprudenza costituzionale che ha sancito il diritto di paritą di trattamento tra cittadino italiano e straniero anche con riguardo a provvidenze di tipo economico che costituiscano un mezzo per l’esercizio di diritti fondamentali.

In materia di gratuito patrocinio, la Corte Costituzionale, nel rigettare una prima questione di legittimitą, ha cosď statuito: “…nella sua prospettazione piĚ radicale la censura non Ź fondata perché anche lo straniero fruisce della garanzia costituzionale in ordine ai diritti civili fondamentali, in particolare in ordine al diritto di difesa (sent. n.10 del 1993), nel quale Ź compresa anche la difesa dei non abbienti (sent. n. 194 del 1992) Con il disposto del comma 6 dell'art. 1 cit. il legislatore obbedisce a questo imperativo costituzionale, apprestando una disciplina concessiva del beneficio anche allo straniero” (Corte Cost. 1 giugno 1995 n. 219).

Laddove, in parole diverse, il legislatore si fosse limitato a garantire (anche) allo straniero il diritto di essere assistito da un avvocato nella sua difesa in giudizio, senza estendergli anche il beneficio, di natura prettamente economica, del gratuito patrocinio, avrebbe violato l’art. 3 Cost in combinato disposto con l’art. 24 Cost.

Analogamente, una legge che assicuri solamente in astratto il diritto alla salute allo straniero, regolarmente soggiornante, invalido totale, senza il riconoscimento, allo stesso, delle provvidenze stabilite a favore del cittadino italiano ed essenziali per rendere effettivo tale diritto, si pone in netto contrasto con gli artt. 3 e 32 Cost.

Le provvidenze economiche quali l’indennitą di accompagnamento, come si Ź visto, sono definite dallo stesso legislatore come misure essenziali al fine di garantire il diritto alla salute; si noti, infatti, che esse risultano alternative al ricovero gratuito in struttura pubblica, cosicché non sarebbe ragionevole garantire allo straniero l’una misura (il servizio rappresentato dal ricovero gratuito in struttura pubblica) e non l’altro ad esso alternativo (la corresponsione dell’indennitą): strumenti entrambi finalizzati a tutelare in modo concreto il fondamentale diritto alla salute.

E, anche sotto questo profilo, l’elemento normativo differenziatore introdotto dal legislatore Ź privo di qualsiasi razionale giustificazione.

Se allo straniero munito di permesso di soggiorno lo stato assicura il gratuito ricovero in ospedale non Ź dato comprendere, infatti, per quale motivo a quello stesso soggetto non possa essere erogata una previdenza che, di quel ricovero, Ź espressamente sostitutiva ed alternativa!!

L’art. 3 Cost. Ź violato anche sotto un diverso profilo e, cioŹ, per avere la legge in commento distinto arbitrariamente tra stranieri, tutti regolarmente soggiornanti “di lungo periodo”, a seconda del possesso del permesso di soggiorno o della carta di soggiorno.

In applicazione del principio di ragionevolezza quale parametro di legittimitą costituzionale di leggi tutte disciplinanti la situazione giuridica di cittadini stranieri, infatti, la Corte Costituzionale si Ź cosď pronunciata: “La situazione del soggetto, che abbia perduto la cittadinanza italiana, a seguito dell'acquisto di quella di un altro Stato, presso il quale abbia prestato servizio militare, non si differenzia da quella prevista, nel caso di doppia cittadinanza, dalla convenzione di Strasburgo ratificata con l. 4 ottobre 1966 n. 876, che ha accolto il principio secondo cui non si Ź tenuti a prestare il servizio militare in due diversi Stati; pertanto, gli art. 1 lett. b) d.P.R. 14 febbraio 1964 n. 237 e 8 comma ultimo l. 13 giugno 1912 n. 555 sono incostituzionali, per violazione dell'art. 3 cost., nella parte in cui non prevedono che siano esentati dall'obbligo del servizio militare in Italia coloro che abbiano perduto la cittadinanza italiana a seguito dell'acquisto di quella di un altro Stato presso il quale abbiano gią prestato servizio militare.” (Corte Cost. 19 ottobre 1988, n. 974; cfr anche Corte Coste 22 dicembre 1982, n. 258).

E piĚ di recente: “L'art. 86 comma 1 t.u. 9 ottobre 1990 n. 309, nella parte in cui obbliga il giudice ad emettere, senza l'accertamento della sussistenza in concreto della pericolositą sociale, prevista in via generale dall'art. 31 l. 10 ottobre 1986 n. 663, contestualmente alla condanna, l'ordine di espulsione dello straniero, condannato per uno dei reati in materia di stupefacenti e sostanze psicotrope, previsti dal t.u. stesso, e con conseguente preclusione della sospensione condizionale della pena, Ź costituzionalmente illegittimo, per violazione dell'art. 3 cost., in quanto per le altre ipotesi di espulsione dello straniero, previste dagli art. 235 e 312 c.p., per reati altrettanto gravi, Ź consentita al giudice la valutazione in concreto della pericolositą dello straniero condannato.” (Corte costituzionale, 24 febbraio 1995, n. 58).

In entrambe le sentenze citate la Corte Costituzionale ha, quindi, sancito il seguente principio: il legislatore non puė arbitrariamente stabilire regole differenti a disciplina di singole posizioni giuridiche in capo a cittadini stranieri, ma deve, anche in questo caso, attenersi al principio di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost.

Nel primo caso il legislatore aveva distinto tra cittadini di nazionalitą straniera che avevano perduto la cittadinanza italiana (egualmente obbligati al servizio militare) e cittadini stranieri con cittadinanza plurima (sottratti a tale obbligo); nel secondo caso, invece, il legislatore aveva distinto tra stranieri colpevoli della commissione di alcuni reati (per i quali era prevista l’espulsione automatica) e stranieri colpevoli di reati diversi (per i quali era prevista la previa valutazione della pericolositą sociale della persona).

La fattispecie concreta che il giudice Ź ora chiamato ad esaminare vede, analogamente, l’esistenza di regole differenti per bambini stranieri portatori di handicap titolari di permesso di soggiorno rinnovabile senza limiti di tempo (esclusi dall’indennitą di accompagnamento) e bambini stranieri portatori di handicap titolari di carta di soggiorno (che possono accedere alla provvidenza) del tutto a prescindere dal loro (o dei genitori) pregresso periodo di permanenza in Italia: discriminazione, all’evidenza, parimenti censurabile per violazione dell’art. 3 Cost., posto che appare del tutto irrazionale distinguere tra persone, egualmente affette da patologie invalidanti, egualmente soggiornanti “di lungo periodo” sul nostro territorio!

Se, infatti, puė avere un riscontro nel principio di ragionevolezza l’esclusione da determinati benefici sociali degli stranieri “di passaggio” quali sono, evidentemente, i turisti (con permesso di soggiorno sempre inferiore all’anno), del tutto irragionevole e, quindi, contrastante con l’art. 3 Cost, appare la distinzione, ai fini della titolaritą del diritto, tra stranieri, tutti egualmente “stabilizzati” sul territorio, sulla base della tipologia di titolo di soggiorno posseduto.

Con l’effetto paradossale che bambini gravemente invalidi, i cui genitori sono presenti in Italia da oltre vent’anni, hanno perduto, a decorrere dal 1° gennaio 2001, il diritto all’indennitą di accompagnamento sino ad allora corrisposta, mentre altri bimbi stranieri, con pari grado di inabilitą, i cui genitori, di immigrazione, magari, assai piĚ recente (almeno 6 anni in base al nuovo art. 9 Tu Immigrazione), hanno deciso di richiedere la carta di soggiorno (documento che, si ribadisce, ha, quale unico effetto, quello di evitare i laboriosi rinnovi del titolo di soggiorno) e l’hanno ottenuta, hanno ancora diritto all’indennitą.

Discriminazione del tutto irragionevole e tanto piĚ odiosa, differenziando tra bambini egualmente affetti da gravissime patologie e che debbono legittimamente attendersi un’eguale tutela da parte dello Stato in cui risiedono!

Per lo stesso motivo, Ź violato il combinato disposto degli artt. 3 e 31 co.2, laddove la legge in questione predispone, in modo del tutto irragionevole, livelli di tutela dell’infanzia del tutto differenti, per bambini nella medesima situazione di necessitą.

Discriminazione, infine, che si pone in radicale contrasto con la Convenzione Onu per i diritti del fanciullo, sottoscritta a New York il 20 novembre 1989 e ratificata con legge 27 maggio 1991 n. 176.

La violazione di leggi di ratifica di convenzioni internazionali comporta, come Ź noto, la violazione dell’art. 10, comma 2, Cost che impegna lo Stato italiano (e, quindi, il legislatore) al rispetto delle norme di diritto internazionale, la cui fonte tipica Ź esattamente la convenzione internazionale.

La Convenzione internazionale citata impegna, innanzitutto, gli Stati aderenti a garantire i diritti stabiliti dalla Convenzione stessa a tutti i fanciulli “… senza distinzione di sorta ed a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacitą, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza.” (art. 2, comma 1).

Inoltre “In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autoritą amministrative o degli organi legislativi, l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente. Gli Stati parti si impegnano ad assicurare al fanciullo la protezione e le cure necessarie al suo benessere, in considerazione dei diritti e dei doveri dei suoi genitori, …, ed a tal fine essi adottano tutti i provvedimenti legislativi ed amministrativi appropriati” (art. 3, comma 2)

Ancora: “Gli Stati parti riconoscono che i fanciulli mentalmente o fisicamente handicappati devono condurre una vita piena e decente, in condizioni che garantiscano la loro dignitą, favoriscano la loro autonomia ed agevolino una loro attiva partecipazione alla vita della comunitą. (…) riconoscono il diritto dei fanciulli handicappati di beneficiare di cure speciali ed incoraggiano e garantiscono, in considerazione delle risorse disponibili, la concessione, dietro richiesta, ai fanciulli handicappati in possesso dei requisiti richiesti, ed a coloro i quali ne hanno la custodia, di un aiuto adeguato alle condizioni del fanciullo ed alla situazione dei suoi genitori o di coloro ai quali egli Ź affidato” (art. 23 Convenzione).

Ancora: “Gli Stati parti riconoscono il diritto del minore di godere del miglior stato di salute possibile e di beneficiare di servizi medici e di riabilitazione. Essi si sforzano di garantire che nessun minore sia privato del diritto di avere accesso a tali servizi.” (art. 24 Convenzione).

E se si tiene a mente che l’indennitą di accompagnamento costituisce una prestazione alternativa al ricovero in struttura pubblica, Ź del tutto ovvio che deve anch’essa essere considerata tra i servizi “medici e di riabilitazione” di cui al succitato articolo.

Infine: “Gli Stati parti riconoscono ad ogni fanciullo il diritto di beneficiare della sicurezza sociale, compresa la previdenza sociale, ed adottano le misure necessarie per garantire una completa attuazione di questo diritto in conformitą con la loro legislazione nazionale. Le prestazioni, se necessarie, dovranno essere concesse in considerazione delle risorse e della situazione del minore e delle persone responsabili del suo mantenimento e tenendo conto di ogni altra considerazione relativa ad una domanda di prestazione effettuata dal fanciullo o per suo conto” (art. 26 Convenzione).

L’indennitą di accompagnamento, infatti, fa parte, come si Ź detto, delle prestazione “essenziali” finalizzate a “… favorire la vita autonoma e la permanenza a domicilio di persone totalmente dipendenti o incapaci di compiere gli atti propri della vita quotidiana” ed Ź espressamente riconosciuta ai “minori” (art. 1, l. 18/80): si tratta, quindi, di uno dei benefici relativi alla “sicurezza sociale” al quale debbono essere ammessi tutti i fanciulli, del tutto a prescindere dalla loro nazionalitą.

Il tutto si ripete, senza alcuna distinzione in base all’origine nazionale del fanciullo.

La convenzione, quindi, se da un lato, molto pragmaticamente, tiene in considerazione l’ipotesi in cui lo Stato aderente non abbia risorse disponibili per corrispondere provvidenze economiche o fornire servizi di aiuto gratuiti ai bambini affetti da gravi menomazioni, stabilisce, perė, che, reperita tale disponibilitą economica, le provvidenze economiche a sostegno del bambino affetto da handicap non possono essere negate in ragione della razza, dell’origine etnica o nazionale, e, comunque, in base a criteri diversi dall’effettivo bisogno e del superiore interesse del bambino.

Laddove, allora, lo Stato italiano, avendone le risorse, riconosce al bambino italiano affetto da grave handicap l’indennitą di accompagnamento, non puė negarla a bambini stranieri, in eguale situazione di invaliditą, solamente in ragione della loro origine nazionale!

Una legge che, al contrario, operi una simile discriminazione viola, allora, platealmente la Convenzione citata e, di riflesso, l’art. 10, comma 2, Cost che impegna il legislatore italiano al rispetto del diritto internazionale convenzionale.

Sulla legittimazione passiva

La richiesta dell’indennitą di accompagnamento di cui Ź causa Ź stata proposta dopo il 3 settembre 1998 (120° giorno dall’entrata in vigore del d.lgs n. 112/98).

L’art. 130 d.lgs n. 112/98, applicabile, perciė, al caso di specie, ha, da un lato, stabilito che “la finzione di erogazione di pensioni, assegni e indennitą spettanti … agli invalidi civili Ź trasferita ad apposito fondo di gestione istituito presso l’Istituto Nazionale della previdenza sociale” e, dall’altro, conferito alle Regioni “le funzioni di concessione dei nuovi trattamenti economici a favore degli invalidi civili….”.

Quanto alla legittimazione passiva, infine, il terzo comma del medesimo articolo recita: “nei procedimenti giurisdizionali ed esecutivi, relativi alla concessione delle prestazioni e dei servizi, attivati a decorrere dal termine di cui al comma 1 del presente articolo, la legittimazione passiva spetta alle regioni ove il procedimento abbia ad oggetto le provvidenze concesse dalle regioni stesse ed all'INPS negli altri casi”.

Nel caso di specie _____________, rappresentato dalla madre, ha ricevuto unicamente un provvedimento Inps di liquidazione della prestazione: non Ź dato conoscere (mancando, completamente, ogni riferimento ad un altro, eventuale, provvedimento, della Regione Veneto, inerente la concessione della provvidenza) se l’Inps abbia provveduto alla liquidazione (parziale) della prestazione sulla base di un proprio atto ricognitivo del diritto dell’istante, ovvero sulla base di un atto proveniente dalla Regione Veneto.

Non avendo, il ricorrente, alcuno strumento per accertare tale elemento, appare opportuno estendere il contraddittorio ad entrambi gli Enti.

Con pronuncia recente, la Suprema Corte ha cosď interpretato l’art. 130, d.lgs 112/98: “…il legislatore ha ora attribuito la legittimazione passiva alle controversie giurisdizionali ‘alle regioni se il provvedimento abbia ad oggetto le provvidenze concesse dalle regioni ed all’Inps negli altri casi’(la norma parla di "legittimazione passiva" con lessico processualistico, e non importa stabilire in questa sede se trattisi di legittimazione ordinaria, ossia di titolaritą del rapporto obbligatorio sostanziale, oppure di legittimazione straordinaria, ossia di sostituzione processuale ex art. 81 cod. proc. civ. alle Amministrazioni statali centrali, come sostiene l'Avvocatura dello Stato). (…) NŹ tale assetto normativo appare alterato dalla normativa statale sopravvenuta al d. lgs. n. 112 del 1998, in materia di distribuzione delle funzioni amministrative fra regioni, enti locali ed Inps. (…)In definitiva la legislazione statale attualmente vigente, interpretata in conformitą ai principi di garanzia del diritto di difesa in giudizio (art. 24, secondo comma, Cost.), di economia, di ragionevole durata del processo (art. 111, secondo comma, Cost.) e di diritto all'assistenza sociale (art. 38, primo comma Cost.) Ź nel senso che soltanto gli enti chiamati dalle leggi statali o regionali - con le quali potrą avvenire la ripartizione della titolaritą dei rapporti processuali - a rispondere del debito, regione oppure Inps, debbano essere convenuti in giudizio, tanto nelle azioni di mero accertamento dei singoli diritti alle prestazioni di assistenza sociale quanto nelle azioni di condanna. E ciė quali che siano i soggetti amministrativi della cui opera regioni e Inps si avvalgono, e che in senso civilistico assumono la figura di ausiliari del debitore (art. 1228 cod. civ.).” (Cass. 17 giugno 2003, n. 9681).

ť, peraltro, successivamente intervenuto l’art. 42 d.l. n. 269/03 (convertito nella legge n. 24-11-03 n. 326), secondo il quale “gli atti introduttivi dei procedimenti giurisdizionali concernenti l’invaliditą civile (…) devono essere notificati anche al ministero dell’Economia e delle Finanze. (…) nei predetti giudizio il Ministero dell’Economia e delle Finanze Ź litisconsorte necessario ai sensi dell’art. 102 del codice di procedura civile”.

Il legislatore non ha, in questa occasione, distinto tra procedimento giurisdizionali diretti solo al pagamento di somme di denaro e quelli diretti anche all’accertamento del diritto, cosicché l’estensione del contraddittorio al Ministero in questione appare necessitata.

Mezzi istruttori

Nel caso di contestazione avversaria in ordine alla durata (non inferiore ad un anno) del permesso di soggiorno (sul quale risulta iscritto il ricorrente) posseduto dai coniugi ______________ nel periodo dal gennaio al novembre 2001 nonché della durata della regolare permanenza dei medesimi sul territorio italiano, si chiede che il Giudicante voglia, ai sensi dell’art. 210 cpc, ordinare alla Questura di Verona l’esibizione giudiziale del fascicolo relativo ai coniugi _______________ e, in particolare, i permessi di soggiorno in forza dei quali hanno regolarmente soggiornato ed in base ai quali Ź stata rilasciata la successiva carta di soggiorno (con conseguente ritiro del documento precedentemente legittimante la loro permanenza sul territorio italiano).

Si producono:

1.     verbale visita Ministero Tesoro del 22-09-00

2.     verbale visita Ulss 20 del 22-10-02

3.     carta soggiorno sig. ________-

4.     carta soggiorno sig.ra __________

5.     provvedimento Inps 13-05-02

6.     impugnazione provvedimento a Inps e Ulss 20 del 15-10-02

Riservata ogni deduzione e produzione in relazione alle deduzioni e contestazioni avversarie.

Conclusioni

In via preliminare

Nella denegata ipotesi di ritenuta interpretazione dell’art. 80, co. 19, della legge n. 388/2000 nel senso di escludere gli stranieri muniti di permesso di soggiorno di durata non inferiore all’anno dai soggetti legittimati a ricevere, nella sussistenza di tutti gli altri presupposti di legge, l’indennitą di accompagnamento di cui alla legge n. 18/80, disporsi la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale per violazione da parte del citato art. 80, comma 19, legge n. 388/2000 degli artt. 3, 10, 31 e 32 Cost.

Nel merito

Š      Accertarsi, nei confronti dei convenuti tutti, il diritto di _____ _____________, rappresentato dalla madre sig.ra ___________, all’indennitą di accompagnamento nel periodo dal gennaio al novembre 2001, condannandosi, per l’effetto, l’Inps, per le causali  tutte di cui al ricorso, alla corresponsione, in suo favore, dei ratei di indennitą maturati, maggiorati degli interessi legali dalla maturazione di ogni rateo al saldo.

Š    Con rifusione di spese, diritti ed onorari di causa, oltre a Iva e Cpa e distrazione a favore del sottoscritto procuratore che dichiara di averle anticipate.

Š    Ai fini di cui all’art. 42 co. 11, d.l. 269/03 convertito nella legge n. 326/03 si dichiara che la ricorrente ed il rappresentato non percepiscono alcun reddito personale imponibile ai fini Irpef