Fra cronaca nera e integrazione

Fotografia della realtł nomade in Italia

di CLAUDIA FUSANI (..da Repubblica.it di maggio-giugno 2007)

ROMA - Nella capitale li metteranno fuori dal raccordo anulare, trenta chilometri dal centro. Da Appignano del Tronto scappano dopo i quattro ragazzi del muretto, tutti tra i sedici e i diciannove anni, travolti da Marco "lo zingaro" che quella sera guidava ubriaco. C'Ć il romeno arrestato per il duplice omicidio di Mendicino, in Calabria. E il rom bosniaco che per rubare una macchina, a Giugliano, s'Ć trascinato dietro la proprietaria uccidendola.

 

E' solo la cronaca delle ultime settimane da quel fronte caldo, bollente, che Ć l'emergenza rom. C' Ć il rischio - forte - che la "pancia" del paese prevalga sulla testa, l'istinto sul buon senso. Le cronache dei giornali sono ricche di lettere di protesta, di frasi che iniziano cosô: io non sono razzista ma...

 

L'emergenza - Faccenda complicata, questa dei rom. Resa ancora piŁ complessa negli ultimi mesi da un'ulteriore emergenza denunciata da Massimo Converso, presidente nazionale dell'Opera nomadi: "Oltre ai 160 mila tra rom, sinti, camminanti e rom romeni gił presenti in Italia, potrebbero aggiungersi nei prossimi mesi almeno altri 60 mila rom romeni che andranno a modificare quei gił difficili equilibri raggiunti dopo lunghi anni di compromessi e fallimenti". In Romania c'Ć una "bomba" potenziale di due milioni e mezzo di rom in partenza verso l'occidente per cui si stanno spalancando le porte dell'Europa. La Caritas stima che "anche nel 2007, come gił nel 2006, arriveranno in Italia almeno altri 60 mila romeni". Sono tutti cittadini europei, hanno libero accesso, e non tutti sono rom.

 

Una miccia innescata, insomma, su un allarme sociale che era costante ma stazionario.

 

Quanti sono - A febbraio l'Opera nomadi, ente morale nato nel 1965 con trenta sezioni provinciali, ha aggiornato la fotografia sul variegato mondo rom e sinti in Italia in un congresso nazionale. Non esistono censimenti ufficiali che dicano con esattezza quanti sono. Stime ufficiali parlano di 160 mila persone di cui 70 mila con cittadinanza italiana e 90 provenienti dai Balcani, di cui la metł dalla ex Jugoslavia a partire dal 1966 con punte altissime nei primi anni novanta, e l'altra metł da Bulgaria e soprattutto Romania "direttrice che registra un costante aumento".

 

In Europa la minoranza rom/sinta Ć stata definita "la minoranza piŁ numerosa dell'Unione europea". In Italia "pesa" con una percentuale pari allo 0,3 per cento della polazione. In genere si puś dire che Ć un popolo con una bassa speranza di vita, l'etł media Ć tra i 40 e i 50 anni, e con un'alta percentuale di minori (il 60 per cento ha meno di 18 anni). Tra questi il 47 per cento ha dai 6 ai 14 anni; il 23 per cento tra i 15 e i 18; il trenta per cento tra 0 e 5 anni. Sono dati, questi, che raccontano bene al tempo stesso della emarginazione e della impossibilitł di un'integrazione: in Italia c'Ć una minoranza di migliaia e migliaia di persone che nonostante viva qui da anni e in molti casi abbia anche la cittadinanza, resta fuori - si mette fuori - da un sistema sanitario evoluto e per lo piŁ gratuito. Non mancano certo le convenzioni sanitarie per controlli e vaccinazioni. Ma il piŁ delle volte sono gli stessi rom che rifiutano l'assistenza.

 

Ma potrebbero essere il doppio - Sapere con una buona certezza quanti sono i rom Ć il primo problema che devono risolvere amministratori locali, prefetti e governo. Probabile la creazione di un ufficio nazionale per coordinare iniziative e ragionare su numeri reali. Tanto per dare un'idea del fenomeno clandestino basti dire - sono cifre della Prefettura di Roma - che nella capitale sono 7 mila i rom regolari e 12-13 mila quelli irregolari. I campi sono 5-6 quelli ufficiali, tra cui quello gigantesco sulla Pontina all'altezza di Castel Romano dove vivono 1.200 persone. Ma, dice il prefetto Serra, "almeno venti sono i campi irregolari, lungo il Tevere o dietro Trastevere".

 

Non cambia la situazione a Milano. Le stime questa volta sono dell'Ismu e sono aggiornate al mese di febbraio. Secondo la Fondazione per le iniziative e gli studi della multietnicitł in Lombardia vivono "almeno 13 mila rom che abitano 240 insediamenti conosciuti ma sono tra i 290 e i 350 quelli realmente esistenti". La situazione piŁ grave Ć a Milano dove esistono 45 campi (con una popolazione di circa 4.310 persone) ai quali ne vanno aggiunti un centinaio (2.300-3.100 persone)nel resto della provincia. Lega, An e Forza Italia tendono ad aumentare queste cifre.

 

La mappa delle etnie unite dalla stessa lingua: il romanĆs - Si fa presto a dire zingari. In realtł in Italia ci sono una dozzina di etnie molto radicate in precisi territori, ognuna con proprie tradizioni. Partiti dal nord dell'India e dal Pakistan intorno all'anno mille, gli zingari si sono stabilizzati nell'est europeo da dove hanno poi ricominciato altre migrazioni. In Italia i primi arrivano alla fine del 1300. Un flusso incostante, segnato da persecuzioni - nei lager nazisti sono stati serminati 500 mila zingari - che da allora non si Ć piŁ fermato. Sono possibili tre grandi divisioni: italiani; slavi; romeni.

 

I 70 mila con cittadinanza italiana - Anni di difficili studi - quella rom Ć una delle societł piŁ chiuse e tribali che si conoscano - li hanno suddivisi in dieci gruppi. I rom abruzzesi e molisani: i piŁ tradizionalisti, conservano intatto l'uso del romanô e sono arrivati in Italia dopo la battaglia del Kosovo nel 1392 a seguito dei profughi arbares'h (albanesi). Si dedicano ai mestieri tradizionali come l'allevamento e il commercio di cavalli ed Ć molto duffusa tre le donne (rumrił) la chiromanzia. Praticamente le donne che vengono a chiedere l'elemosina augurandovi "tanta fortuna". O sfortuna, se non mettete mano al portafoglio.

 

Rom napoletani (detti napulengre). Fortemente mimetizzati nel capoluogo, fino a una trentina d'anni fa fabbricavano arnesi per la pesca e facevano spettacoli ambulanti. Sono piŁ pochi quelli che esercitano i vecchi mestieri. Con i rom cilentani (una grande comunitł di 800 persone vive a Eboli e alcune donne hanno raggiunto la laurea), lucani (una delle comunitł piŁ integrate), pugliesi, calabresi (i piŁ poveri di tutta Italia: 1.550 vivono ancora in baracche) e i camminanti siciliani, questi primi sette gruppi contano circa 30 mila persone.

 

Sinti giostrai - Sparsi soprattutto tra il nord e il centro Italia sono almeno trentamila. Arrivati in Italia all'inizio del 1400, sono i depositari del piŁ antico dei mestieri rom, quello dei giostrai. Un mestiere perś che sta scomparendo trasformandoli in rottamatori di oggetti recuperati tra i rifiuti e venditori di bonsai artificiali. In migliaia hanno aderito al credo evangelista.

 

I Rom harvati e il sottosgruppo dei kalderasha, circa 7 mila persone arrivate dal nord della Jugoslavia dopo le due guerre mondiali, e i rom lovara (non piŁ di mille) chiudono il gruppo dei rom con cittadinanza italiana.

 

I rom jugoslavi - E' possibile suddividerli in due grandi ceppi, i khorakhanĆ (musulmani) e i dasikhanĆ (i cristiano-ortodossi). Vivono per lo piŁ nei campi nomadi del nord e del centro Italia. Tra i minori neppure il 10 per cento va a scuola e minima Ć anche la percentuale degli adulti che lavorano. L'Opera Nomadi non lo dice esplicitamente ma sono loro il nocciolo duro del piŁ vasto problema zingari.

 

I rom romeni - Quello dalla Romania Ć ormai un flusso continuo e inarrestabile. Le piŁ grandi comunitł sono a Milano, Roma, Napoli, Bologna, Bari, Genova ma ormai il fenomeno Ć in crescita in tutta Italia. Drammatico il tasso di scolarizzazione tra i rom romeni: solo il 3 per cento dei bambini ha una frequenza minima accettabile.

 

Le caratteristiche sociali - Il rapporto annuale dell'Opera nomadi Ć impietoso nel tratteggiare le caratteristiche del mondo rom: "quasi totale disoccupazione"; "analfabetismo diffuso"; "degrado ambientale", "emergenza abitativa", "emarginazione sociale", "devianze varie", leggi microcriminalitł; "tossicodipendenza", "alcolismo", "condizioni igienico sanitarie allarmanti". Se Ć sbagliato generalizzare e dire che tutti i rom delinquono, Ć anche vero che, ammette Converso, esistono comunitł che "delinquono al cento per cento". Converso ha "paura" a dare cifre e percentuali. La materia Ć bollente e il pregiudizio nei confronti dei rom Ć un fuoco che gił brucia e non ha bisogno di altra legna. Poi ammette: "E' ragionevole pensare che solo il 10 per cento dei 160 mila sia integrato". Lavorano nel commercio, a volte anche nei servizi pubblici, fanno i muratori. E il restante 90 per cento? Un' altra caratteristica, che diventa un problema, Ć l'endogamia: "Si tratta di organizzazioni sociali arcaiche, chiuse, patriarcali, non si fanno scalfire, si autoriproducono e non si mescolano".

 

Dove vivono - I rom "italiani" nel tempo si sono per lo piŁ "mimetizzati" andando a vivere in case popolari o in abitazioni che si sono costruiti in aree che il comune ha destinato a loro. Fondamentale per i rom Ć non dividersi e non mescolare con altri gruppi "la famiglia estesa" che puś arrivare anche fino a 60 persone. L'ideale sarebbero i micro-villaggi. Gli esperimenti, perś, raccontano per ora solo di fallimenti. A Cosenza, in un villaggio rom dall'urbanistica perfetta realizzato nel 2001, resiste il 70 per cento di evasione scolastica ed Ć un concentrato di microcriminalitł. Non va meglio ad Arghillł, nei pressi di Reggio Calabria. Le cosiddette micro-aree stanno nascendo a Firenze, Modena, Padova: qui si chiamerł "Villaggio della speranza", undici casette di 54 metri quadrati ognuna con rimessa auto e giardino.

 

I campi rom - Sono un centinaio quelli autorizzati e controllati dai comuni dove, nel tempo, ai container di metallo su due piani si sono sommati roulotte, tende, macchine, accrocchi di legno e metallo senza forma e alcun tipo di sicurezza dove vivono intere famiglie e dove spesso muoiono, per colpa di una stufa o di una bombola di gas, bambini piccolissimi. Almeno 500 sono i campi illegali e abusivi su cui, tanto a Roma quanto a Milano, si scatena di tanto in tanto la rabbia dei residenti. Sono abitati per lo piŁ da ex jugoslavi e romeni. Di questi ultimi solo il 10 per cento vive in strutture pubbliche. Gli altri si arrangiano nelle favelas che spuntano qua e lł lungo gli argini dei fiumi e in qualche spazio verde alla periferia delle cittł.

 

La scuola - Non esistono dati certi sull'abbandono scolastico che Ć comunque altissimo. In genere si puś dire che solo il dieci per cento di tutta la polazione rom presente in Italia arriva al diploma di terza media. Poche decine - e si parla delle primissime migrazioni - i laureati. Un numero secco e accertato parla da solo: sono ventimila i minori romeni che non vanno a scuola e sono analfabeti. In generale i pochi che frequentano, anche per brevi periodi, "non riescono a memorizzare, non riescono a stare concentrati, hanno difficoltł nella lettura e nella scrittura. Appartengono a una tradizione orale, un mondo di suoni e di azione, non di parole. L'italiano resta, anche dopo anni, la terza lingua".

 

La sanitł - C'Ć una vera e propria emergenza di "copertura vaccinale" tra i minori piŁ piccoli. Tra i romeni sono ventimila quelli che non sono mai stati vaccinati. Tra gli adolescenti il problema Ć la tossicodipendenza e l'alcolismo che Ć in aumento con l'aggressivitł e i comportamenti devianti. Per le donne un dato su tutti che arriva da Foggia: se in generale vengono effettuati 130 aborti ogni cento parti, tra le donne rom la percentuale Ć di 300 aborti ogni cento parti. Da brivido la scheda delle patologie infantili piŁ diffuse: malattie respiratorie, dermatologiche, addominali, carie, basso peso e bassa statura, disturbi del comportamento alimentare e disagio psicologico.

 

La parola d'ordine, e obbligata, Ć integrare. Ma da dove cominciare?

 

ROMA - "Mi chiamo Belykize, nella mia lingua era il nome della regina di Saba. Ho 19 anni, sono zingara e ne sono fiera. E questa, l'Italia, Ć la mia terra". Belykize Ć una rom kosovara nata in Italia, a Napoli, dove la sua famiglia Ć arrivata nel 1985 da Mitrovica, cittł ora sotto il controllo delle Nazioni Unite, uno di quei distretti simbolo dei furori etnici scoppiati nei Balcani. Belykise Ć sempre andata a scuola, fin dall'asilo, e ora frequenta l'ultimo anno dell'istituto tecnico "Adriano Olivetti" di Fano. "So cucire, modifico i vestiti, so ballare, mi porto dietro tutti i colori e i suoni della cultura della mia gente e il mio sogno Ć aprire un negozio oppure lavorare come commessa".

 

Poi le voci di Arif Thairi, il padre di Belykise; di Costantin Marin Vintila, rom romeno, un judicator a capo del cris, il tribunale della sua comunitł che Ć il campo nomadi vicino al Cimitero Maggiore a Milano. E di Walter Tanoni, un sinti italiano, giostraio figlio di una famiglia di giostrai da quattro generazioni e ora preoccupato di segnare le differenze: "I sinti italiani sono zingari ma piŁ nomadi: siamo cittadini italiani in tutti i sensi e paghiamo le tasse. Il problema sono gli altri zingari, gli slavi e adesso i romeni, che rischiano di avere piŁ diritti di noi". Sono quelli che ce l'hanno fatta. Che si sono integrati senza omologarsi, senza rinunciare a ciś per cui i popoli e le culture zigane sono riuscite nel tempo - ma sempre meno - ad affascinare: quel misto di anarchia mescolato alla capacitł di fare festa, di gioire e di convivere con le tragedie quotidiane. Secondo il presidente dell'Opera Nomadi Massimo Converso "in Italia solo il 10 per cento dei 160 mila rom ufficiali si sono integrati". Forse una percentuale ottimista. Di sicuro minima. Ognuno di loro ce l'ha fatta in un modo diverso.

 

Belykize, 19 anni, fiera di essere zingara - La voce di Belykize arriva squillante via cellulare. E' domenica sera ed Ć appena tornata dal mare con gli amici "...e col mio fidanzato". Italiano? "No, rom kosovaro come me, della mia stessa cittł...". E le scappa da ridere. La prima cosa che impressiona Ć la qualitł dell'italiano. "Per forza, sono nata qui, sono andata a scuola da sempre, fin dall'asilo. Comunque, oltre all'italiano, so parlare cinque lingue: romanô (l'idioma dei rom ndr), inglese, serbo, croato, bosniaco. Con i miei cugini perś parliamo sempre italiano". Belykize abita a Fano, nella Marche. "Io e la mia famiglia viviamo in una casa, ho appena finito di cucire delle tende che a me piacciono molto, piene di colori, mi sono fatta dare degli scampoli nei negozi, li buttavano via e me li hanno regalati. Essere sempre vissuta in una casa Ć stata, forse, la cosa piŁ importante, non mi sarebbe piaciuto vivere in una roulotte. Quando andavo a trovare mio nonno a Napoli, al campo, non mi piaceva. Ora vive in Francia, in un casa, anche lui" .

 

Belikyze trasmette normalitł e leggerezza. "Non mi sono mai vergognata di essere una rom. Anche a scuola, non ho mai avuto problemi. Io parlo, sono una aperta, se qualche volta qualcuno mi ha detto "tu sei una zingara" non l'ho mai rinnegato, anzi, me ne vanto. Lo so cosa vuoi sapere, te lo dico subito: mi vesto come una qualsiasi ragazza italiana, sono pulita e in casa mia nessuno Ć mai andato a rubare. Quindi nulla di cui vergognarmi. Quest'anno mi diplomo, ho gił fatto degli stage di due settimane in un supermercato e in un negozio. Il preside Ć stato molto contento".

 

La giornata tipo di Belykize Ć la mattina a scuola, "il pomeriggio aiuto un po' mia mamma in casa dove viviamo in otto e faccio i compiti" Le piace ballare, anzi Ć una apprezzata ballerina di cocek, tipo danza del ventre, e di oro, un ballo di gruppo gitano. "Appena posso guardo la tv, soprattutto i telefilm che mi piacciono tanto. Seguo molto anche i telegiornali per capire in che mondo mi trovo". La questione nomadi nelle ultime settimane Ć spesso nei tg. "Io non posso dare la mia mente e il mio cuore agli altri - dice Belykize - se questi rom trovano normale uccidere, rubare, bere, vivere con i soldi degli altri e non fare nulla, restare sporchi e incivili, io posso dire che sbagliano, che stanno sbagliando tutto. Lo dico, sempre, anche a scuola. Ma poi loro sono loro e io sono io. Voglio dire che noi zingari non siamo tutti uguali, non andiamo tutti a rubare e non siamo dei mostri".

 

Zingaro deriva dal nome del monte Athinganos con cui i greci indicavano una setta eretica di intoccabili. Gitano e zigano deriva da egiziano. Rom vuol dire fango. Ma uno dei primi nomi degli zingari Ć stato anche bohĆmien, chi vive in miseria della propria arte e delle proprie passioni, glielo aveva dato il re di Bohemia. La condanna, ma anche le contraddizioni, delle gente rom comincia dall'inizio, dal nome. E si nutre di secoli di ruberie, furti, violenze, maltrattamenti. Cervantes nel '500 cosô raccontava la vita con gli zingari in Spagna: "Sembra che gitani e gitane non siano sulla terra che per essere ladri; nascono da padri ladri, sono educati al furto, s'istruiscono nel furto e finiscono ladri belli e buoni al centro per cento". E l'inventore di Don Quixote era certamente un sognatore democratico.

 

Belykize ne Ć consapevole. "Quasi comprendo il disprezzo per la mia gente. Molti rubano, sono sporchi. Ma qualcuno ce la puś fare, se il padre lavora il figlio andrł a scuola, se la donna Ć rispettata anche la figlia lo sarł, se avranno un lavoro potranno avere una casa, pagare affitto e bollette e tenerla pulita. Da qualche parte bisogna cominciare". La prima cosa che farebbe Belykize Ć "riscattare le donne, toglierle dalla rassegnazione che devono subôre". "Nella nostra societł - ammette - il capofamiglia Ć e sarł sempre un uomo ma questo non vuol dire che le donne debbano accettare un marito ubriaco che le picchia o fa altro".

 

Arif, tre nazioni in una sola casa - Belykize non Ć un "miracolo". E quindi puś non essere un'eccezione. Se lei ce l'ha fatta - e senza nemmeno troppo faticare - dietro di lei ci sono un padre e una madre che invece di fatica ne hanno fatta molta. Arif Thairi, il padre, oggi ha la sua partita Iva e una ditta di autotrasporti e facchinaggio a Fano. Prima, per 14 anni, ha lavorato nei cantieri navali. Prima ancora ha lottato con le unghie e con i denti nei campi rom di Napoli e Messina. E' originario di Mitrovica ed Ć arrivato in Italia nel 1985. Ha 45 anni ma se lo ascolti sembra che abbia gił fatto sette vite. "Da Mitrovica negli anni Ć scappato un intero quartiere, 180 mila persone, prima per le persecuzioni poi per la guerre. La mia famiglia Ć di origine rom, zigana, ma noi a Mitrovica avevamo la nostra casa e quando ci passavano davanti quelli con le roulotte dicevamo che non avremmo mai voluto fare quella fine. Poi siamo dovuti scappare e adesso non abbiamo piŁ documenti di nulla, nĆ della casa, nĆ del casellario giudiziario, nĆ del comune perchĆ Mitrovica non si sa piŁ di chi Ć. Cosô, io che potrei avere la carta di soggiorno e chiedere la cittadinanza, non posso avere nulla perchĆ l'Italia non sa se sono serbo, kosovaro o croato".

 

Non avendo un paese di origine, Arif e tanti altri come lui non possono neppure avere un paese che li accoglie. Un po' come Tom Hanks nel film di Spielberg The Terminal . Come Tom Hanks, Harif si Ć arrangiato. "Quando con mia moglie e due figli vivevo nel campo nomadi di Napoli, ho trovato lavoro nei cantieri navali di Fano. Ero abbastanza disperato, mi sono fatto coraggio, sono andato dal sindaco e gli ho detto che volevo trasformare la mia famiglia in persone tranquille e normali. Mi ha ascoltato e ha avuto fiducia". Nel 1987 Arif ha avuto il primo permesso di soggiorno. Dal 1990 ha vissuto per undici anni in una casa comunale. Ora in una casa popolare di cui paga affitto, bollette e tutto il resto. "Siamo in otto e tre paesi diversi: io e mia moglie kosovari, due figli croati, due figli e una nipotina di otto mesi italiani". Arif non ha dubbi su quella che puś essere la via dell'integrazione: "La prima cosa che l'Italia deve fare Ć un censimento vero, reale, di tutti i rom dividendoli perś per etnia. Poi ci deve essere una verifica altrettanto reale di chi ha la volontł di cambiare, di faticare e di inserirsi. A quel punto dare i documenti e la possibilitł di un lavoro qualsiasi per responsabilizzare le persone. Vivere nel campo puś andare bene all'inizio, appena arrivi, ma poi te ne devi andare perchĆ, se non ci sono controlli molto severi, il campo serve solo a moltiplicare chi ruba e chi si ubriaca. Chi sbaglia, chi delinque, deve essere fuori per sempre, dall'Italia e dalla comunitł rom. Come quello di Napoli, quello che ha rubato la macchina e ha ucciso la donna: quello faceva meglio a buttarsi gił da un ponte quel giorno". Arif mette in guardia da un rischio che si chiama rom romeni: "Loro adesso stanno arrivando in massa, senza controlli perchĆ sono cittadini europei e avranno molti piŁ diritti di me che invece sono qui da piŁ di vent'anni. L'Italia deve stare attenta perchĆ rischia di fare molti errori con questi nuovi arrivi".

 

Vintila, il rom romeno - Una barbona bianca folta, 54 anni, venti nipoti, capo-famiglia di un clan di 50-60 persone: Costantin Marin Vintila Ć proprio lo zingaro dell'immaginario romantico, per quel poco che puś sopravvivere in qualcuno di noi. "Sono anche judicator - racconta - sono l'anziano che giudica le liti interne e familiari, convoco il cris e decido chi ha torto e chi no". Una giustizia parallela a quella italiana? "No per caritł, sto parlando di questioni interne, liti di famiglia. Per il resto posso dire che siamo l'occhio della polizia dentro il campo". Vintila Ć in Italia dal 1991, vive a Milano nel campo vicino al cimitero Maggiore che ospita 7-800 persone. Non Ć certo uno dell'ultimo flusso dalla Romania. Perś si dichiara con grande orgoglio "cittadino europeo, sono come un francese e un tedesco". Non ha una casa, ("e come potrei se non ce l'hanno neppure gli italiani") ma ha una ditta edile e la sua partita Iva. "I miei figli lavorano con me, uno fa il benzinaio, qualcuno ha trovato casa, in affitto, ma non ha detto di essere rom". Vintila Ć per la tolleranza zero:"Servono piŁ controlli e pene rigorose per i genitori che non mandano i bambini a scuola e li mandano a chiedere l'elemosina. Pene ancora piŁ dure per gli adulti che rubano. Deve restare qui solo chi rispetta le regole. Gli altri fuori, altrimenti danneggiano tutti noi che siamo venuti per lavorare".

 

Walter, il giostraio - In questo viaggio tra i rom che ce l'hanno fatta, la storia di Walter Tanoni Ć forse la anomala - Ć un sinti italiano, quindi cittadino italiano - e la piŁ incredibile. E anche la piŁ simile a un vecchio film. "Ho 38 anni, sono figlio e nipote di giostrai, veniamo dal nord Italia ma ho sempre vissuto nel Lazio. Mio nonno, per dirne una, lavorava con Moira Orfei che abitava nella roulotte davanti a noi. Quando ero ragazzino eravano ancora nomadi, giravamo di paese in paese e la gente ci veniva incontro felice perchĆ portavamo la festa, la musica e l'allegria. Avevo una ragazzina in ogni paese e mia moglie, che Ć italiana di borgata, Ć diventata la mamma dei miei quattro figli anche perchÄ Ć stata l'unica che ha voluto seguirmi sulla roulotte". Da quando, nel 1998, Ć stato abolito il Dipartimento dello Spettacolo viaggiante e i giostrai hanno perso un interlocutore istituzionale vero e unico: "La nostra attivitł sta scomparendo. I giostrai sono sempre meno, restiamo sulle roulotte e non abbiamo una casa. Sono molto preoccupato". Il problema sono quelli che ottengono, per mille altri motivi, le licenze per i parchi giochi e simili. "Ci levano il lavoro e partono troppo avvantaggiati perchĆ hanno il terreno e i mezzi" spiega Walter. La sua Ć una battaglia per la sopravvivenza. Di un favola e di un sogno, come le giostre. "I giostrai hanno la fama di rapire i bambini? Guai a generalizzare. Anche i pastori sardi hanno questa fama...". Walter si Ć arrangiato cosô: "Grazie al comitato di quartiere mi hanno affidato un'area verde in zona Torraccia. Qui ho montato le giostre fisse, tengo pulito e sono un po' il custode del giardino pubblico della zona. Sono anche l'unico punto di aggregazione sociale in questa zona". Walter Ć amico di tutti nel rione. Ma preferisce non dire che Ć zingaro di etnia sinti e che vive con la famiglia in una roulotte a Casal Bertone, un piccolo campo di circa sessanta persone, tutte italiane. "Dico che sto in una casa popolare. Ho quattro figli dai quindici ai tre anni che vanno tutti a scuola, perfettamente integrati, bravi, pago le tasse ma quando chiedo la casa mi dicono che ho solo otto punti. E restiamo nella roulotte. Non capisco e non so piŁ a chi chiedere". Far vivere il mondo delle giostre e dei giostrai. La via dell'integrazione dei popoli rom passa anche da qui.

 

 

ROMA - Sono "qualcosa" che non puś essere ignorato. "Esistono" e devi farci i conti. Sono, spesso, un "problema" per gli altri, cioĆ "noi"; ma soprattutto per se stessi: condizioni igienico sanitarie pessime, massimo della devianza, nessuna integrazione. Tutto vero. Eppure se cerchi di capire come l'Europa affronta la questione rom e zingari rimbalzi in un muro di vaghezza e pressapochismo. Nonostante gli sforzi del Dipartimento Roma and Travellers (Rom e camminati, due delle varie etnie zingare), l'ufficio nato nel 1993 a Strasburgo nell'ambito del Consiglio Europeo per fronteggiare la questione rom e che ogni anno produce pagine e pagine di relazioni, rapporti internazionali, raccomandazioni, manca totalmente un progetto esecutivo. Dalle parole non si riesce a passare ai fatti. Risultato: se l'Italia non sa da che parte cominciare per affrontare la questione rom, l'Europa Ć messa piŁ o meno nelle stesse condizioni.

 

"Purtroppo non esiste un modello unico per affrontare la questione" dice Maria Ochoa-Llido, responsabile del Dipartimento rom e migranti del Consiglio di Europa. "La situazione varia da paese a paese e ogni governo affronta la questione con un proprio approccio politico. Negli ultimi venti anni le cose stanno cambiando e il Consiglio d'Europa se ne sta facendo carico sul fronte dei diritti umani, dei diritti delle minoranze e in funzione dell'integrazione sociale".

 

Negli anni, attraverso numerose Raccomandazioni - ad esempio sulle condizioni abitative (2005), sulle condizioni economiche e lavorative (2001), sui campi e sul nomadismo (2004) - si Ć cercato di dare almeno una cornice di riferimento, linee guida ai vari stati per gestire la continua emergenza rom. Buone intenzioni, quindi, ma scarsi risultati. Secondo il Rapporto annuale della Commissione europea contro il razzismo e le intolleranze presentato al Parlamento Europeo il 23 novembre 2005, i Rom risultano la popolazione piŁ discriminata d'Europa. Svantaggiati nel lavoro, nell'alloggio, nell'istruzione e nella legislazione ma anche vittime regolari di continue violenze razziste. Il Rapporto - va detto - non si occupa dell'aspetto devianze, cioĆ criminale, che caratterizza da sempre la popolazione rom e che tanto pesa nel non-inserimento sociale degli zingari.

 

Una minoranza di 9-12 milioni di persone - Uno dei file piŁ aggiornati della Divisione Roma and Travellers sono i numeri. Che vista l'assenza di censimenti della popolazione rom - per il timore che possano diventare strumenti discriminatori - Ć gił tantissimo. In Europa si calcola che viva un gruppo di circa 9-12 milioni di persone, in qualche paese del centro e dell'est europa - Romania, Bulgaria, Serbia, Turchia, Slovacchia - arrivano a rappresentare fino al 5 per cento della popolazione. Scorrendo i fogli delle statistiche ufficiali europee (aggiornate al giugno 2006), colpisce come nei paesi della vecchia Europa, nonostante la presenza e l'afflusso continuo di popolazione rom, manchi del tutto un loro censimento. Eppure conoscere i contorni del problema dovrebbe essere il primo passo per approcciarlo. Sono censiti solo gli zingari che vivono nei paesi dell'est Europa, dal 1400 la "casa" dei popoli nomadi in arrivo dall'India del nord est.

 

La Romania guida la classifica dei paesi con maggior numero di gitani: l'ultimo censimento ufficiale del 2002 parla di una minoranza che si aggira tra il milione e 200 mila e i due milioni e mezzo. Seguono Bulgaria, Spagna e Ungheria a pari merito (800 mila), Serbia e Repubblica Slovacca (520 mila), Francia e Russia (tra i 340 e 400 mila; ma secondo il rapporto di Dominique Steinberger del 2000 in Francia vivrebbero almeno un milione di zingari), Regno Unito (300 mila), Macedonia (260 mila), Repubblica ceca (300 mila), Grecia (350 mila). L'Italia Ć al quattordicesimo posto con una stima, ufficiosa in assenza di un censimento, che si aggira sui 120 mila. Sappiamo che oggi quel numero Ć salito fino a 150-170 mila. Facendo un confronto con i paesi della vecchia Europa, Ć una stima inferiore rispetto a Spagna e Francia, Regno Unito e Germania. Sui motivi di queste concentrazioni la Storia conta poco: se Ć vero che la Germania nazista pianificś, come per gli ebrei, lo sterminio degli zingari (Porrajmos) e nei campi di concentramento tedeschi morirono 500 mila rom, in Spagna la dittatura di Franco ha tenuto in vigore fino agli anni settanta la legislazione speciale contro i gitani eppure gli zingari continuano ad essere, e sono sempre stati, tantissimi.

 

Il caso italiano - A scorrere i Rapporti del Consiglio europeo, l'Italia sembra avere la maglia nera nella gestione della questione rom. La lista delle "mancanze" italiane Ć lunghissima. Contrariamente agli altri paesi della vecchia Europa, non abbiamo una politica certa sui documenti di identitł e di soggiorno mentre in altri paesi hanno la carta di soggiorno e anche i passaporti. Nonostante molti Rom e Sinti vivano in Italia da decenni, non hanno la cittadinanza col risultato che migliaia di bambini rom nati in Italia risultano apolidi; gli stessi bambini non vanno a scuola e non hanno accesso all'educazione; non sono riconosciuti come minoranza linguistica. L'Italia, soprattutto, continua ad insistere nell'errore di considerare queste persone nomadi segregandole in campi sprovvisti dei servizi e diritti basilari mentre invece sono persone a tutti gli effetti stanziali. Si legge a pag. 29 del rapporto: "Non si riscontra a livello nazionale un coordinamento. E in assenza di una guida a livello nazionale, la questione non potrł mai essere affrontata in modo valido". Bocciati, su tutta la linea. Persino "puniti" nel dicembre 2004 per la violazione della disposizione sul diritto alla casa. "Puniti" anche Bulgaria e Grecia.

 

Gli Uffici centrali - Il nome di per sÄ evoca scenari da tragedia, liste, schedature, concentrazione di informazioni. Nel 1929 a Monaco nacque "L'Ufficio centrale per la lotta contro gli zingari in Germania", furono schedati, nel 1933 furono privati di tutti i diritti, poi lo sterminio. Eppure un Ufficio centrale sembra essere l'unico modo per affrontare seriamente la questione rom, capire quanti sono, dove vivono, di cosa hanno bisogno, tenere sotto controllo arrivi, partenze, doveri e responsabilitł oltre che diritti. All'estero esiste un po' ovunque qualcosa di simile, in Germania, in Francia, in Olanda, Belgio e in Spagna. "In questi uffici - racconta Massimo Converso, presidente dell'Opera nomadi - lavorano anche i rom, sono mediatori culturali, parlano la lingua e i dialetti, conoscono le abitudini dei vari gruppi, dettagli per noi insignificanti e invece per loro fondamentali. Non si puś prescindere da questo se si vuole affrontare il problema con serietł e concretezza". Ministero dell'Interno e Solidarietł sociale hanno avviato dei "tavoli tecnici" con esperti e rom. Ma il ministro Giuliano Amato sta pensando a qualcosa di piŁ: un Ufficio governativo e una conferenza europea per avere gli strumenti e il luogo dove fronteggiare la questione.

 

Lo statuto francese - Nonostante "la grande preoccupazione" del Consiglio europeo "per i ritardi e l'emarginazione", la Francia (con 340 mila o un milione di manouche) sembra aver adottato il modello migliore sul fronte dell'accoglienza per i rom. Un modello che si muove tra l'accoglienza e la tolleranza zero, due parametri opposti ma anche complementari: da una parte la legge Besson (la prima versione risale al 1990, una successiva Ć del 2000) che prevede che ogni comune con piŁ di cinquemila abitanti sia dotato di un'area di accoglienza; dall'altra la stretta in nome della sicurezza dell'ex ministro dell'Interno, attuale presidente, Nicolas Sarkozy che nel febbraio 2003 ha voluto la stretta e ha previsto (articoli 19 e 19 bis della legge sulla sicurezza interna) sanzioni particolarmente pesanti contro le infrazioni allo stazionamento. Chi non rispetta le regole dei campi e dell'accoglienza Ć fuori per sempre. E chi occupa abusivamente un'area puś essere arrestato e il mezzo sequestrato. La legge Besson immagina i campi come una soluzione di passaggio e prevede, contestualmente, un programma immobiliare di case da dare in affitto ai gitani stanziali e terreni familiari su cui poter costruire piccole case per alcune famiglie semistanziali e in condizioni molto precarie.

 

Di tutto ciś Ć stato realizzato poco ma comunque qualcosa. Nella regione di Parigi sono stati creati campi per 560 posti in dieci anni (ne servirebbero tra i 6 e gli 8 mila) e in tutto il territorio francese ce ne sono 10 mila, un terzo di quelli necessari. Ma molti gitani e manouche vivono in case popolari e in vecchi quartieri. Pagano affitto, luce e acque. "Siamo responsabilizzati - racconta Arif, rom kosovaro, un pezzo della cui famiglia vive in Francia - viviamo nei centri abitati, non siamo emarginati, facciamo lavori come facchino, gommista, piccolo trasporto, pulizie, guadagniamo e firmiamo un Patto di stabilitł per cui i ragazzi sono obbligati ad andare a scuola ed Ć vietato chiedere l'elemosina. Se siamo disoccupati per sei mesi abbiamo il sussidio - un mio parente prende 950euro al mese - e abbiamo anche gli assegni familiari. Certo chi sbaglia, chi delinque, chi ruba, chi non manda i figli a scuola, viene cacciato dalla Francia. E su questo punto siamo noi i primi ad essere d'accordo". Un altro risultato, visibile, Ć che in Francia difficilmente si vedono zingari in giro, ai semafori o nelle vie dei centri cittadini. E' vietata l'elemosina e l'accattonaggio. Recentemente l'ex ministro dell'Interno Sarkozy ha sottoscritto un piano con la Romania per il rimpatrio dei rom romeni.

 

Il caso tedesco - Il Rapporto del Consiglio europeo, datato 2004, parla di "svantaggi sociali, pregiudizio, discriminazione per quello che riguarda la casa, il lavoro e la scuola e di casi clamorosi di razzismo" . Detto tutto ciś in Germania i 130 mila circa tra Rom e Camminanti sono considerati per legge "minoranza nazionale". Hanno diritti e doveri. "Dagli anni sessanta, con la caduta del modello socialista titino - racconta Massimo Converso, presidente dell'Opera nomadi italiana - e con le prime diaspore rom dall'est europeo verso l'occidente europeo che poi si sono ripetute negli anni ottante e novanta con le guerre nei Balcani, la Germania ha accolto queste migliaia di persone in fuga con un progetto di welfare. Sono state assegnate case, singole o in palazzine popolari, hanno avuto il sussidio per il vitto, chi ha voluto Ć stato messo in condizione di lavorare. Tutto questo - continua Converso - al prezzo di rispettare i patti e la legge. Altrimenti, fuori per sempre. Ci sono stati anni in cui interi gruppi stavano per lunghi periodi in Germania, poi venivano in Italia dove invece non Ć mai stato pensato un vero, severo e anche rigido piano di accoglienza e dove gli zingari hanno avuto da sempre maggiori e diverse fonti di reddito, ben piŁ remunerative perchÄ spesso illegali".

 

La Spagna come la Bulgaria - Nonostante Franco, le leggi speciali e le persecuzioni, la Spagna ha una delle comunitł gitane piŁ popolose e in Europa occupa il terzo posto dopo Romania e Bulgaria con 800 mila presenze. Dalla fine degli anni Ottanta il governo centrale ha elaborato un Programma di sviluppo per la popolazione rom anche se il budget annuale sembra abbastanza ridotto (3,3 milioni di euro a cui perś si aggiungono i finanziamenti delle singole regioni e delle ong). Anche in Spagna ogni regione ha un Ufficio centrale che coordina gli interventi e le politiche per gli zingari in cui lavorano sia funzionari del governo che rom con funzioni di mediatori culturali. Il risultato Ć che non esistono quasi piŁ campi nomadi, quasi tutti - chi non lavora ha un sussidio di circa 700 euro al mese per sei mesi - vivono in affitto nei condomini popolari o in case di proprietł, nelle periferie ma anche nelle cittł. Dipende dal livello di integrazione. Che Ć in genere buono anche se resta alto il tasso di criminalitł: furti ma soprattutto spaccio di droga. Sono zingare il venti per cento delle donne detenute nelle carceri spagnole. Negli ultimi mesi nelle periferie delle grandi cittł, a Barcellona come a Madrid, a Siviglia e a Granada, stanno rispuntando baraccopoli e favelas: sono gli ultimi arrivati, i rom della Romania, la nuova emergenza.

 

La ricetta del "politico" gitano - La Spagna ha saputo produrre, finora, l'unico europarlamentare gitano: si chiama Juan de Dios Ramirez Heredia, Ć stato rappresentante dell'Osservatorio europeo contro il razzismo e la xenofobia e nel 1986 ha fondato la Union Romanô, federazione della associazioni gitane spagnole. Heredia , in un'intervista rilasciata al magazine europeo CafĆ Babel , immagina il futuro della comunitł rom: "Potrł essere migliore solo se sapremo mantenere una certa dose di sopravvivenza e riusciremo ad essere presenti dove si prendono decisioni politiche. Non ha senso che in paesi come la Spagna, dove siamo 800 mila, non ci sia un solo gitano deputato o senatore". A gennaio scorso, per la prima volta, la Serbia - 600 mila rom ufficiali senza contare quelli partiti negli anni e ora in giro per l'Europa senza documenti - ha accettato in Parlamento due deputati dei partiti delle minoranze gitane, l'Unione dei rom e il Partito dei rom.

 

Sono 36 milioni gli zingari nel mondo. Diciotto milioni vivono ancora in India. Un milione circa Ć riuscito ad arrivare anche negli Stati Uniti. A parte poche migliaia di loro che sono riusciti ad avere una vita normale e ad emergere, ovunque sono rimasti gli ultimi nei gradini della societł.

Fonti sul web: www. coe. int/romatravellersdivision (Ć il sito generale della Divisione Rom e Camminanti del Consiglio europeo)

 

www.coe.int/t/e/human_rights/ecri/2-Country-by-country_approach

 

www. coe.int/t/e/human_rights/minorities/1Country_specific_eng. asp#P321_1 (questi file contengono i Rapporti della Commissione europea contro il razzismo)

 

www.coe.int/t/dg3/romatravellers/documentation/discrimination/CommDH(2006)1_en. asp

 

(in questi indirizzi si possono consultare i Rapporti dell'Alto commissario per i diritti umani e un altro Rapporto dal titolo: "La situazione dei Rom nell'Unione europea allargata")

 

(3 giugno 2007)