Lettera aperta

alle autoritą civili e religiose veronesi

e alla stampa locale

 

Cosa accadrebbe se domani in un qualsiasi condominio di Borgo Roma, Borgo Trento o Borgo Venezia arrivassero funzionari di Polizia in divisa, svegliando all’alba tutti i membri delle nostre famiglie, per fotografarci di fronte e di profilo, con un cartello identificativo in mano, dicendoci che si tratta di un’operazione di controllo? come reagiremmo? Certamente lo riterremmo intollerabile e gravemente lesivo della nostra dignitą.

 

Noi sottoscritti, cittadine e cittadini veronesi, abbiamo saputo che, all’alba del 5 marzo 2009, agenti di Polizia della Questura di Verona hanno videofilmato e fotografato, di fronte e di profilo, le persone residenti o domiciliate presso il “campo nomadi” di Strada La Rizza, Forte Azzano, famiglie residente in Verona da decenni; si tratta di nostri concittadini italiani che si riconoscono come appartenenti alla minoranza etnico-linguistica Sinti.

Un quotidiano locale riferisce che questi concittadini sarebbero stati fotografati da personale di Polizia con un cartello in mano indicante cognome, nome e data di nascita, nonostante il possesso da parte loro delle carte di identitą e la loro regolare iscrizione ai registri anagrafici; sarebbero stati sottoposti a tale procedura anche alcuni minorenni.

In qualitą di semplici cittadini e cittadine, riteniamo che il possesso di carta di identitą e la regolare iscrizione nei registri anagrafici locali, dovrebbero preservarci, a prescindere dalla nostra appartenenza linguistica, religiosa, etnica o dalle provenienze culturali o geografiche di ciascuno di noi, dal subire metodi di identificazione che, al di fuori dei casi tassativamente previsti dal nostro ordinamento, riteniamo lesivi della dignitą personale.

Se, poi, come risulta da talune agenzie Ansa, tale procedura fosse stata effettivamente programmata unicamente con riferimento a persone residenti nei “campi nomadi” veneti, la nostra preoccupazione non potrebbe che aumentare: il riservare un trattamento deteriore ad un’intera categoria di persone a causa della loro appartenenza ad una minoranza etnica, costituirebbe certamente un’ancora piĚ profonda offesa ai piĚ basilari principi di civiltą giuridica su cui si fonda la nostra comunitą.

Quando una persona qualsiasi compie un reato Ź doveroso che quella persona singola sia punita, condannata; costituisce, invece, una lesione dei piĚ fondamentali principi di giustizia ipotizzare una responsabilitą o pericolositą “collettiva” dei membri della sua famiglia o della sua comunitą, tale da giustificare operazioni di prevenzione su base etnica.

Dove non c’Ź democrazia e dove non c’Ź pace per i Sinti, i Rom, gli “zingari”, non ci sarą pace e democrazia neppure per tutti gli altri.

Non vogliamo limitarci ad una mera testimonianza di solidarietą, ma anche attivarci perché tutti, ma proprio tutti, possano da una parte diventare titolari di diritti civili, economici, sociali, politici e culturali e dall’altra assumersi la responsabilitą di doveri per una inclusione sociale che non comporti annullamento della propria specificitą e non generi e alimenti conflittualitą.