16 febbraio 2012

L’artigianato regge grazie agli imprenditori extracomunitari
il Giornale, 16-02-2012
L'artigianato di Milano e provincia ha chiuso il 2011 con un lieve incremento dello 0,86% nel numero di imprese. Il saldo sarebbe di segno opposto se non concorresse in misura decisiva lo sviluppo delle aziende avviate dai cittadini stranieri, che incide per il 2,07%. «La bilancia resta attiva solo grazie all'imprenditorialità degli immigrati, con 1.032 nuovi esercizi nel 2011» precisa Marco Accornero, segretario generale dell'Unione Artigiani della provincia di Milano.
Al 31 dicembre scorso le aziende straniere hanno raggiunto le 12.273 unità con un aumento del 9,2% rispetto al 2010. La loro incidenza ha raggiunto il 22,9%. Tra le nazionalità più rappresentate prevale quella egiziana con il 31,2% che distanzia nettamente la Romania, l'Albania, la Cina, il Perù, l'Ecuador, il Marocco. Ci hanno pensato loro a risollevare le sorti del mercato. I settori dove l'imprenditoria straniera incide sono i servizi vari, come l'assistenza, la pulizia, i corrieri. Seguono la ristorazione, l'abbigliamento, la pelletteria, costruzioni ed edilizia. «Tira una brutta aria di «uniformizzazione». Mi riferisco alla possibilità che il Governo, con un'opera di mediazione pericolosa, decida di estendere l'articolo 18 anche alle imprese con meno di 15 dipendenti, cioè a gran parte delle nostre aziende manifatturiere che per ora ne sono escluse».



"Un altro giorno senza di noi" Il 1° marzo sciopero degli immigrati
Per la terza volta senza operai, braccianti, infermieri, muratori, imprenditori, colf e badanti. Si dovrebbe trattare più che altro di "mobilitazione". Si chiede l'abrogazione della legge Bossi-Fini, la cancellazione del contratto di soggiorno per lavoro, la chiusura di tutti i Cie in Italia e in Europa, la cittadinanza immediata ai bambini nati in Italia
la Repubblica, 15-02-2012
VLADIMIRO POLCHI
ROMA - Un giorno senza di noi, senza operai, braccianti, infermieri, muratori, imprenditori, colf e badanti. È lo sciopero degli immigrati. Riparte il passaparola su internet: il terzo appuntamento è fissato per il prossimo primo marzo. "Nel 2010 e 2011 - si legge nell'appello del comitato promotore 1  - in decine di città italiane lavoratori migranti e italiani hanno scioperato assieme contro la legge Bossi-Fini. La data del primo marzo è diventata così un punto di riferimento importante e anche quest'anno vogliamo che sia un giorno di mobilitazione".
Gli "scioperi" del 2010 e 2011. Più che di sciopero si dovrebbe parlare di "mobilitazione". Le esperienze dei due anni passati ne sono la riprova: salvo parziali astensioni dal lavoro in alcune fabbriche del Centro-Nord (soprattutto in Emilia-Romagna), lo sciopero, in senso tecnico, degli immigrati non ha funzionato. Perché? Tanti i motivi: primo, i sindacati non hanno voluto, né potuto, indire uno sciopero su base etnica; secondo, i lavoratori stranieri sono facilmente ricattabili dai datori di lavoro (difficile pensare allo sciopero di un bracciante) e lavorano in molti casi in nero; terzo, gli immigrati sono spesso divisi e non un corpo omogeneo capace di muoversi compatto. Ma l'iniziativa (soprattutto nel 2010) non è stata un flop: decine di manifestazioni locali e buona visibilità mediatica della protesta. E ora il tam tam
sulla rete riparte.
Dopo i fatti di Firenze. "La mobilitazione - scrivono i promotori del Primo marzo - questo anno è ancora più importante dopo l'uccisione a Firenze di Samb Modou e Diop Mor. È ora di fare chiarezza e dire che il razzismo non è solo un fenomeno culturale, ma si appoggia su leggi e provvedimenti amministrativi che considerano i migranti come braccia da sfruttare o nemici da combattere.  È così nel contratto di soggiorno per lavoro e nella presenza dei Cie. È stato così nella sanatoria truffa del 2009 e nella logica dei flussi. È così per i figli dei migranti che, compiuti 18 anni, devono sottostare alle impossibili regole di un permesso di soggiorno per studio, o diventare subito braccia da sfruttare con un permesso per lavoro".
Le richieste. Diverse le richieste con le quali il primo marzo si scenderà in piazza: "Per l'abrogazione della legge Bossi-Fini, la cancellazione del contratto di soggiorno per lavoro e la chiusura di tutti i Cie in Italia e in Europa; per la cittadinanza immediata ai bambini nati in Italia; per dire no al permesso a punti e a nuove tasse sul rinnovo del permesso di soggiorno; per una regolarizzazione generale di chi non ha un permesso di soggiorno".



Unar: in aumento la discriminazione su media e internet, sono un quarto delle segnalazioni.
Appello al Parlamento perché ratifichi il protocollo del Consiglio d’Europa sul cybercrime.
Immigrazione Oggi, 16-02-2012
Un quarto delle istruttorie svolte nel 2011 dall’Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni etniche e razziali riguardavano episodi avvenuti sui media e la rete.
“Nel corso del 2011 – ha dichiarato il direttore dell’Unar, Massimiliano Monnanni – a fronte di 1000 istruttorie svolte dall’Ufficio, il 22,4% (rispetto al 12,4 % delle 373 istruttorie del 2009) ha infatti riguardato il settore dei media e di queste ben l’84% è stato relativo a fenomeni di xenofobia o razzismo su internet”. Negli ultimi tre anni è cresciuto “esponenzialmente” il numero di siti, blog e post oscurai e rimossi dalla Polizia Postale e le segnalazioni di reato all’autorità giudiziaria per incitamento all’odio razziale da parte dell’Unar.
“Rammentiamo – sottolinea Monnanni – che, secondo la normativa vigente, chi propaganda o istiga a commettere atti di discriminazione basati su superiorità e odio razziale o etnico compie un reato e l’Unar, una volta accertata l’effettiva consistenza della segnalazione ricevuta tramite il sito www.unar.it o il numero verde 800.90.10.10, non mancherà di provvedere ad attivare la Polizia Postale o l’Autorità giudiziaria, così come peraltro ormai dal 2010 fa in piena autonomia e anche in assenza di segnalazioni da parte di terzi, sulla base della quotidiana rassegna stampa e del costante monitoraggio di siti, social network e di internet in generale del nostro Contact Center”.
L’Unar ha inoltre lanciato un appello al Parlamento italiano perché provveda quanto prima alla ratifica del Protocollo addizionale alla Convenzione del Consiglio d’Europa sul cybercrime, sottoscritto il 9 novembre 2011 dal Governo italiano e che, oltre a rafforzare il quadro giuridico in materia di reati a sfondo razzista e xenofobo perpetrati via internet, consentirà alle autorità di polizia e giudiziaria di operare con piena efficacia anche sui siti xenofobi e razzisti operanti al di fuori del territorio nazionale”.



Immigrati: Cancellieri, dovere civile contrastare 'mercanti' vite
(ASCA) - Roma, 15 feb - Pur riconoscendo che per l'Italia, come per il resto d'Europa, quello dell'immigrazione si presenta come un ''problema epocale'', il contrasto all'immigrazione clandestina, ma ancor prima ai ''mercanti della vita umana'' e' un dovere civile e morale. A sottolinearlo e' stato stamane il ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, inaugurando a Roma, presso il Polo Tuscolano, il nuovo centro nazionale di coordinamento per l'immigrazione intitolato a Roberto Iavarone, il giovane poliziotto caduto in servizio nel 1984 presso l'aeroporto di Fiumicino mentre tentava di difendere dalle minacce di un cittadino di origine slava i passeggeri in transito nell'aeroscalo. Un centro, quello nato oggi nel nostro Paese, tra i pochi in Europa anche se richiesto esplicitamente dall'Europa che coordinera' gli sforzi dei vari corpi di Polizia e della capitaneria di porto in tema di lotta ai flussi migratori illegali e gestione integrata delle frontiere.
Il ministro Cancellieri ha definito proprio il centro una ''realta' significativa, perche' - ha detto - ci vede tutti insieme lavorare in rete per un problema che pone l'Italia tra le prime nazioni piu' esposte al fenomeno''.
La stessa Cancellieri ha poi definito le organizzazioni criminali che gestiscono l'immigrazione clandestina veri e propri ''contrabbandieri della speranza che si arricchiscono sulla vita di quanti, disperati, sono costretti a lasciare le proprie terre in cerca di fortuna''.
''I nostri sforzi - ha poi detto la Cancellieri - serviranno anche come garanzia di vita per queste persone e come tutela alla loro sopravvivenza''. ''La posizione del nostro Paese al centro del Mediterraneo - ha poi aggiunto il ministro - e' sicuramente una grande sfida per il nostro Paese che ci pone in una situazione molto delicata. Questo nuovo centro ci consentira' di avere una visione completa del fenomeno e certamente dara' delle risposte significative al drammatico fenomeno dell'immigrazione clandestina''.



Profughi dal Nord Africa, per la metà c’è il diniego alla protezione.
Nel 2011 sono state 33.576 le domande presentate, 24.233 quelle esaminate e 10.520 hanno avuto esito negativo. Boldrini (Unhcr): “dobbiamo chiederci come risolvere il problema di chi ha ricevuto il diniego”.
Immigrazione Oggi, 16-02-2012
Alla maggior parte dei profughi dal Nord Africa, l’Italia non sta riconoscendo alcuna forma di protezione giuridica internazionale. Nel 2011 le richieste d’asilo sono state 33.576, quelle esaminate 24.233 mentre 10.520 hanno avuto esito negativo. L’asilo politico è stato concesso solo a 1.959 profughi, la protezione sussidiaria a 2.460 migranti e a poco più di 5 mila quella umanitaria.
I dati sono stati resi noti dal prefetto Angela Pria, capo dipartimento per le Libertà civili e Immigrazione del Ministero dell’interno, intervenuta al convegno “Libia: i migranti a un anno dalla crisi” organizzato ieri a Milano da Ispi e Cesvi.
Secondo la portavoce dell’Unhcr, Laura Boldrini “rimane una grande incertezza sul loro destino. Chi ha ricevuto il diniego sta facendo ricorso ma certo dobbiamo chiederci come risolvere il problema di chi resterà senza alcun tipo di permesso di soggiorno”.



A Baires tornano los italianos
il Riformista, 16-02-2012
GIULIA DE LUCA
■ La Boca, Buenos Aires. Quella che oggi è una Strada per turisti, con negozi tipici che arrivano fino al secondo piano dei palazzi, un tempo era il quartiere degli immigrati. Era sporco, maleodorante e colorato - caratteristica che mantiene ancora - ma solo perché la pittura copriva la ruggine dei tetti e il marciume dei muri. Zona di prostitute, di traffici loschi e di bastimenti che riversavano sulle strade centinaia di poveri diavoli alla ricerca di una nuova vita.
Molti di loro erano italiani, arrivavano poveri, scappando da un primo mondo che nonostante la rivoluzione industriale non ga- rantiva loro una vita degna. In Europa, dicevano, era stato già fattotutto. Qui, invece, era ancora tutto da fare. E oggi, sebbene siano passati più di cento anni dalla prima immigrazione documentata, è ancora cosi.
I bastimenti sono diventati aerei, la valigia non è più di cartone, gli euro aiutano ma, alla fine, lo scopo è sempre lo stesso: cercare un'alternativa di vita. O fare un'esperienza all'estero come viene sempre più spesso definita l'ondata di persone, soprattutto giovani, che scelgono di lasciare il proprio Paese.
Spagnoli e italiani sono in vetta alla classifica della migrazione europea verso l'Argentina, secondi solo ai flussi di persone provenienti da altri paesi latinoamericani. La storia si ripete, solo che nessuno arriva più da conquistatore. «Voi adesso state come stavamo noi nel 2001» è una delle frasi che si sente ripetere più spesso, non senza una punta d'orgoglio, quando si palesa la propria identità di straniero. «Te ne sei andato giusto in tempo», è la conclusione più comune.
Negli ultimi anni, il numero di europei che hanno attraversato l'Oceano per cercare fortuna qui è quasi raddoppiato. Secondo i dati dell'ufficio immigrazione, gli Spagnoli che risiedono in Argentina sono aumentati del 40% solo negli ultimi due anni, i francesi del 13,6% mentre per gli italiani la percentuale è inferiore, il 9,3. Una tendenza migratoria in crescita a livello generale per tutti i paesi, sudamericani e non, fatta eccezione per l'Europa dell'est: le uniche cifre in discesa sono infatti proprio quelle che riguardano la popolazione di Russia e Ucraina.
Secondo l'ultimo censimento realizzato nel 2010 dall 'Istituto nazionale di statistica (Indec), gli italiani residenti in Argentina sono piú di 140 mila mentre gli Spagnoli sono circa 94mila. Questo per quanto riguarda coloro che sono nati nei rispettivi Paesi, perché se si guardano i numeri delle persone originarie di Spagna e Italia, ci si rende conto che il Paese ha piú della metà della popolazione che discende dai cugini europei.
L'Argentina continua quindi a essere una delle mete principali dove andare a cercare fortuna. E spesso non delude le aspettative. Lo sa bene Marco, 30 anni, che ha lasciato l'Italia quasi tre anni fa: ha preso la laurea, il master e ha fatto le valigie. Arrivato a Buenos Aires, ha cominciato a cercare lavoro e un po' alla volta è riuscito a costruirsi una vita. Dopo aver cambiato diversi impieghi, sempre retribuiti, ha trovato posto in un centro di assistenza al cliente che non ha nulla a che vedere con i nostri call center, almeno dal punto di vista contrattuale.
«Dopo il colloquio di lavoro e le visite mediche obbligatorie - racconta - ho firmato un contratto tipo da impiegato argentino di base. I primi tre mesi in prova (pagati, ndf) e una volta conclusi il contratto si è trasformato automaticamente a tempo indeterminato».
Ha l'assistenza sanitaria e un buono stipendio - circa 4.000 pesos, 700 euro netti, tenendo presente che in Argentina il salario medio è di 2.800. Come lui, altri hanno preso questa via. Teresa, per esempio, è una ragazza spagnola di 29 anni, di Malaga, dagli occhi, e intelligenza, vivi. Parla e scrive quattro lingue e lavora come traduttrice. E arrivata qui due anni fa e ammette che «le cose mi vanno davvero bene. Un po'grazie al cambio e un po' grazie al fatto che c'è molto lavoro. Mi piacerebbe prima o poi tradurre un libro di cucina, per copiare tutte le ricette. L'ultima cosa che ho tradotto era un manuale di primo soccorso ed è stato piuttosto deprimente» dice ridendo, prima di buttare giú un sorso di birra gelata a fine giornata.
Il vecchio continente però, nonostante tutto, continua ad attirare le fantasie di molti argentini. «Vorrei provare ad andare in Europa - dice Gonzalo, 30 anni, psicologo - sono curioso di conoscere il primo mondo. Forse però adesso non è un buon momento, meglio aspettare qualche anno».



Immigrati: comitato promotore Palermo raccoglie duemila firme per diritti migranti
Libero.it, 15-02-2012
Palermo, 15 feb. - (Adnkronos) - Duemila sono le firme raccolte dal comitato promotore di Palermo, composto da 25 associazioni, per la campagna ''L'Italia sono anch'io''. Insieme alla Cgil, alla raccolta di firme finalizzate alla presentazione in Parlamento di due proposte di legge di iniziativa popolare per estendere i diritti degli immigrati, hanno partecipato Arci, associazione ''L Via'', istituto ''Fernando Santi'', Uisp e Arca. ''Abbiamo trovato una sensibilita' particolare da pare dei cittadini, dei giovani, che mostravano meraviglia per il fatto che nella norma nazionale non fosse previsto il riconoscimento della cittadinanza ai bambini nati in Italia'', dice Zaher Darwish, responsabile immigrati per la Cgil di Palermo.
Rispetto all'estensione del diritto al voto, la petizione chiede a livello nazionale una norma che introduce il diritto al voto per gli immigrati regolari da 5 anni. ''Il paradosso della legge italiana e' che gli immigrati ad esempio alle primarie del centrosinistra a Palermo, il 4 marzo, potranno votare ma poi non possono votare alle amministrative'', aggiunge Darwish.
Il 5 aprile 2011 e' stata introdotta nella riforma elettorale della Regione siciliana l'obbligo ai comuni di istituire consulte comunali per l'immigrazione come soluzione transitoria al diritto di rappresentanza dei cittadini immigrati. ''Ancora oggi nonostante siano trascorsi i termini dei 90 giorni, scaduti a luglio, nessun comune ha adottato la norma - dichiara la componente della segreteria Cgil di Palermo Concetta Balistreri - La Cgil, assieme alle comunita' di immigrati, ha presentato a palazzo delle Aquile una sua proposta di istituzione della consulta alla presenza dei consiglieri comunali, che hanno condiviso l'iniziativa. Ma a tale proposta non ha fatto seguito nessun atto ufficiale. L'abbiamo trasmessa anche all'assessorato regionale alla Famiglia affinche' venisse adottato in tutti i comuni siciliani''.



Jeremy Lin, il figlio di immigrati che fa impazzire gli Usa
Giornalettismo, 16-02-2012
Andrea Mollica
In dieci giorni gli Stati Uniti hanno trovato un nuovo eroe, un giocatore di origini cinesi che è diventata la nuova stella della NBA
Diventare più famosi di Gesù in dieci giorni, conquistando i cuori di decine di milioni di persone in tutto il mondo dormendo la sera sul divano del proprio fratello. E’ quanto è riuscito a fare lo strabiliante Jeremy Lin, il cestista più amato degli Stati Uniti in questo momento, e ormai una superstar globale dello sport professionistico. Due settimane fa, non si sapeva neanche chi fosse, visto che era solo un panchinaro di una squadra nobile ma decaduta come i New York Knicks.
LINSANITY – New York City è ritornata la capitale dello sport americano nel 2012. A rimettere la Grande Mela al centro dell’enorme attenzione mediatica ci hanno pensato prima i New York Giants, vincendo in rimonta contro i New England Patriots il loro quarto Superbowl, ottavo titolo in totale per una delle squadre di football più prestigiose d’America. Ma il momento di gloria è durato poco per Eli Manning, Victor Cruz e gli altri eroi del XLVI di Indianapolis. L’eroe della stampa newyorchese degli ultimi dieci giorni ha gli occhi a mandorla e gioca una palla rotonda, non l’ovale del football. Il suo nome è Jeremy Lin, un giovane americano di origini cinesi, taiwanesi per la precisione, che in sei partite da titolare ha stupito il mondo risollevando le sorti dell’intera NBA. La lega professionistica del basketball americano è partita solo a Natale quest’anno, colpa di una trattativa fallita un’infinità di volte tra proprietari e giocatori per rinnovare il contratto collettivo del NBA. Dopo mesi di blocco tutto è ripartito, ma le polemiche avevano lasciato molte tracce in uno sport, il basket, che è da tempo oscurato dal football nelle preferenze degli appassionati statunitensi. Nell’ultimo decennio sono comparsi pochi, grandissimi fenomeni per i quali perdere la testa, come era successo negli anni ottanta con le sfide tra Larry Bird e Magic Johnson, oppure l’epica saga di Michael Jordan che ha conquistato miliardi di sportivi nel decennio successivo. La prima decade del 2000 è stata contrassegnata dall’infinito talento di Kobe Bryant, dall’elegante classe di Tim Duncan o dall’estrosa incostanza di Lebron James, però qualcosa di magico mancava perché si potesse ricreare quella follia collettiva che suscitavano Magic o Jordan. Il 2012 sembra aver portato in dote una favola capace di far innamorare tutti quelli che seguono la pallacanestro, ma anche di affascinare chi ha un rapporto più distaccato con i parquet dove si gioca. E’ la storia di un ragazzo che dal nulla diventa una superstar, un figlio di immigrati cinesi che diventa il grande protagonista nello sport per eccellenza dei giganti, una fiaba nella quale il duro lavoro e la capacità di cogliere il momento giusto trasformano un perfetto sconosciuto in una persona più popolare di Gesù. Quest’uomo è Jeremy Lin, il playmaker dei New York Knicks che ha trascinato la sua squadra a sei vittorie consecutive con medie di realizzazione superiori a quelle dei grandissimi del basket di sempre. Nelle sue prime quattro partite di NBA da titolare Lin ha segnato 109 punti, battendo così il record di Allen Iverson che ne aveva fatti 101. Michael Jordan, il giocatore più forte di sempre, si era fermato a 100.
FAVOLA SUL PARQUET - I numeri del playmaker di New York sono incredibili, ma non sono la vera sostanza della favola sportiva che ha fatto innamorare prima il palazzetto sportivo più famoso del mondo, il Madison Square Garden, e poi ha suscitato un’ondata di emozioni che ha rarissimi precedenti nella storia recente. Jeremy Lin è un americano figlio di immigrati cinesi, e già questo lo rende unico. Nella storia della Nba gli statunitensi di origine asiatica sono stati pochissimi, e Lin è il primo ad avere origini dalle terre che furono dell’Impero di Mezzo. I suoi genitori provengono da Taiwan, ma la sua famiglia ha origini cinesi. Le peculiarità del più famoso sportivo d’America non si fermano qui. Lin non proviene dai classici college dove i ragazzi più dotati sportivamente vanno a giocare a basket per prepararsi al professionismo della NBA, ma ha studiato ad Harvard, la più prestigiosa università dell’Ivi League. Harvard non offre borse di studio sportive, e di conseguenza Lin ha dovuto indebitarsi come fanno moltissimi suoi coetanei per poter frequentare i suoi corsi e giocare a basket, a differenza dei suoi colleghi di Nba. Normalmente chi frequenta l’Ivy League e gioca a sport non diventa poi un professionista, ma Jeremy Lin è riuscito a superare anche questo tradizionale ostacolo, ottenendo nel frattempo una laurea in economia in uno dei college più prestigiosi del mondo. Il suo arrivo nella NBA non è arrivato nel modo più consueto, ovvero tramite il Draft, la selezione dei nuovi giocatori che avviene ogni anno alla conclusione della stagione. Nessuna squadra l’ha scelto nel Draft 2010, probabilmente a causa della sua provenienza, visto che nessun giocatore professionista degli ultimi cinquant’anni aveva giocato ad Harvard al college. La sua prima stagione nella lega professionista di pallacanestro si è così svolta vicino a casa, nei Golden State Warriors di Oakland. Jeremy Lin non ha convinto però nel suo primo anno, giocando relativamente poco, e suscitando curiosità ed attenzione più per la sua etnia che per le sue doti atletiche. In California vive una delle più grosse comunità sino-americane degli Usa, e molti tifosi con gli occhi a mandorla tributavano regolarmente grossi applausi al loro Jeremy, cresciuto a Palo Alto, nella Bay Area di San Francisco. Il suo team però si è liberato di lui, e all’ultimo momento, poco prima che iniziasse la stagione, Jeremy Lin è riuscito a strappare un contratto con New York Knicks. Un’offerta arrivata all’ultimo momento, a causa degli infortuni di due giocatori che avevano ruoli simili a quello di Lin, che prima di diventare la stella del team era stato perfino mandato a giocare in una squadra satellite.
LA STELLA DI NEW YORK – I New York Knicks sono una delle più celebri franchigie d’America, ma negli ultimi decenni sono noti per i loro insuccessi cronici a dispetto di una dotazione finanziaria con pochi eguali nel resto della NBA. La stagione scorsa i Knick hanno cercato di potenziarsi ancora di più affiancando la (quasi) stella Carmelo Anthony al top player della squadra, Stoudemire. I risultati però non sono stati molto soddisfacenti, e l’inizio della stagione 2011 -2012 è stato piuttosto incerto, tanto che l’allenatore Mike D’Antoni, noto anche in Italia per aver giocato ed allenato nel nostro campionato, aveva una panchina molto traballante. I Knicks erano reduci da numerose sconfitte, e i due giocatori più rappresentativi della squadra erano infortunati. Tutto però è cambiato quando sul parquet è entrato da titolare Jeremy Lin. Dopo avergli fatto giocare soli 55 minuti nelle ventitre precedenti partite, Mike D’Antoni decide di provare quel playmaker dagli occhi a mandorla che non si era fatto per nulla notare, tanto che all’ inizio di questo mese era stato sul punto di essere ancora una volta mandato via dalla sua squadra. E’ il 4 febbraio, solo dieci giorni fa, e Jeremy Lin segna venticinque punti, prende cinque ribalzi e sforna sette assist contro i New Jersey Nets, risultando l’uomo decisivo per la vittoria del suo team. Nel derby cestistico si vedono i prodromi della Linsanity, la follia per Lin, che si paleserà negli incontri successivi. Nella partita contro gli Utah Jazz, Jeremy debutta da titolare confezionando ben 28 punti e otto assist, mentre nell’incontro susseguente con i Wizards di Washington, Dc i punti calano, 23, ma gli assist diventano ben 10, numeri da massimo interprete del ruolo di regista. Ma la superperfomance di Lin diventa leggendaria nella partita contro i Los Angeles Lakers, squadra un po’ decaduta ma che conta tra le sue fila il più forte giocatore della lega, Kobe Bryant. Il play dei Knicks mette in carniere 38 punti, portando al quarto successo consecutivo la squadra di D’Antoni, che ringrazia il destino che gli ha portato in dote uno dei giocatori più forti della Nba praticamente dal nulla. Dopo la prestazione stellare contro Kobe, che perde il confronto diretto segnando 4 punti in meno, Jeremy Lin è ancora una volta protagonista contro Minnesota Timberwolves, con 20 punti e 8 assist che alla fine risultano decisivi per la quinta vittoria consecutiva dei Knicks versione sino americana. E siamo a ieri, quando con una tripla incredibile a fine partita Lin mette a segno il canestro che permette a New York di espugnare Toronto, proseguendo così una striscia di successi semplicemente leggendaria. Il play dei Knicks stabilisce il record di maggior punti segnati per il giocatore partito titolare per la quinta volta, un primato sottratto a leggende del basket.
PIU’ FAMOSO DI GESU’ - Le prestazioni di Jeremy Lin sono state sportivamente straordinarie, ma la sua storia lo ha trasformato in superstar in un arco temporale di dieci giorni. Tutta la sua vicenda è incredibile, perché ancora una volta evidenzia la forza e la suggestione del Sogno americano, la possibilità di vincere qualsiasi ostacolo e realizzare le proprie ambizioni. Superando pregiudizi sportivi – un giocatore di basket di Harvard, l’equivalente delle serie minori del calcio – e pure etnici, visto che i suoi occhi a mandorla sono una rarità sul parquet, Lin si è affermato partendo dal punto più basso della scala della Nba, il panchinaro a costante rischio di licenziamento. Ancora più incredibile è pensare alla serata in cui ha battuto la leggenda Bryant, il giocatore più forte degli ultimi quindici anni. L’uomo che ha messo quattro punti in più del campionissimo di Los Angeles è tornato a casa dormendo sul divano dell’appartamento di suo fratello, mentre Kobe può contare su un conto banca con il quale potrebbe comprasi l’Ikea. Ancora più incredibilmente, la sera prima della partita che l’ha lanciato nell’Olimpo Jeremy Lin ha dormito sul sofa di un suo compagno di squadra, visto che il party a casa di suo fratello aveva reso il suo letto temporaneo indisponibile. Il divano più famoso d’America è diventato il simbolo di un’attenzione mediatica senza precedenti, che ha catapultato il nome Jeremy Lin al vertice delle ricerche su Google. Neanche Gesù può competere in rete con il protagonista assoluto del Madison Square Garden, anche se questo dato farà sorridere Lin meno di John Lennon. Cresciuto in una famiglia cristiana, Jeremy Lin è profondamente credente, tanto da sperare in futuro di diventare un pastore attivo in opere missionarie.
UNA STELLA PER IL FUTURO – Tra pochi giorni si svolgerà ad Orlando l’All Star Game, la competizione che riunisce i migliori giocatori di basket della Nba. Tra le stelle previste non c’è però Jeremy Lin, visto che il play dei Knicks era un perfetto sconosciuto quando è stata fatta la selezione per l’evento. La rivoluzione Lin di questi giorni però non può passare inosservata, ed è questo il motivo per cui con ogni probabilità il giocatore di New York sarà in campo ad Orlando. La Linsanity sta elettrizzando tutto il mondo che ruota attorno allo sport professionistico statunitense, non solo la Nba, che ha assolutamente bisogno di un nuovo portabandiera per fare innamorare ancora decine di milioni di appassionati sparsi per il globo. Il marchio Lin sta diventando anche un’eccezionale fenomeno da esportazione, visto quanto seguito sono le sue gesta nella terra natale dei suoi avi, la Cina. Nella nazione più popolosa del mondo ci sono tanti appassionati di basket, e anche il regime comunista si sta interessando di Lin, rimarcandone le origini cinesi e non taiwanesi. Il giocatore sembra vivere con serenità il suo nuovo status, e ha finalmente subaffittato un nuovo appartamento dove dormire con maggior comodità. Ora come ora, se volesse, Jeremy Lin potrebbe perfino trasferirsi a Grace Mansion spodestando il sindaco Bloomberg, e durante il tragitto di trasloco i newyorchesi gli farebbero probabilmente la ola.

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