17 febbraio 2012

Immigrati. Caritas: 7 su 10 vivono in condizioni di disagio
Oltre il 10% soffre inoltre di disturbi post traumatici da stress. Lo rilevano i dati dell’Area sanitaria Caritas presentati ieri all'Istituto superiore di Sanità. Garaci (Iss): "Non bisogna mai dimenticare che lo sradicamento e la solitudine possono far ammalare il corpo".
Quotidiano sanità.it, 17-02-2012
17 FEB - "I dati ci dicono che oltre 7 stranieri su 10 nel nostro Paese vivono in condizioni di grave disagio. Questo, unitamente al fatto che più del 10% soffre di un disturbo post traumatico da stress, conferma che il concetto di cura è un concetto globale e va oltre il singolo intervento terapeutico”. Sono le parole con cui Enrico Garaci, presidente dell’Iss, ha scelto di lanciare l’11° Convegno dell’Italian National Focal Point - Infectious Diseases and Migrant, che si è svolto il 16 Febbraio 2012 nell’Aula Pocchiari dell’Istituto Superiore di Sanità. Argomento dell’incontro è stato proprio l’intervento socio-sanitario per le persone migranti.
 Un meeting che voleva porre al centro del dibattito non solo le malattie infettive(infezione da HIV, AIDS, malattie sessualmente trasmesse e tubercolosi), che da anni sono argomento di numerosi studi dell’ISS, ma anche il disagio e la sofferenza psicopatologica che i e le migranti subiscono ogni giorno nel nostro paese. “Nella popolazione immigrata è fondamentale un’attenzione altissima alla sofferenza psichica che può riflettere forti disagi materiali”, aveva affermato Garaci. “Senza dimenticare mai che anche lo sradicamento e la solitudine possono far ammalare altrettanto il corpo in quell’unità indivisibile che è la persona”.
Il riferimento è ai più recenti dati dell’Area sanitaria Caritas,presentati all’ISS durante il convegno. Su un campione di 391 migranti visitati nel servizio di medicina generale del poliambulatorio Caritas di Roma per persone in condizione di fragilità sociale (immigrati non inseriti e richiedenti asilo), il 73,65% riporta gravi difficoltà di vita in Italia e più del 10% soffre di un disturbo post traumatico da stress (PTSD). Inoltre, per ogni difficoltà post-migratoria in più, il rischio relativo di avere un PTSD aumenta di 1,19 volte.
"Il Disturbo Post Traumatico da Stress porta l'individuo a vivere in uno stato emotivo di forte allarme, con pensieri intrusivi e ricorrenti delle esperienze traumatiche vissute, difficoltà a concentrarsi, insonnia, incubi, tendenza a isolarsi per paura di subire nuove violenze, dolori e altri sintomi somatici su base psicologica”, ha spiegato Massimiliano Aragona, psichiatra del progetto Caritas Ferite Invisibili. “Le persone in questo stato hanno grandi difficoltà nella vita quotidiana; non riuscendo a concentrarsi non riescono ad apprendere e possono avere difficoltà sul lavoro, nei casi più gravi sono così spaventati che possono addirittura non andare in questura a presentare la domanda per il riconoscimento del loro status di rifugiato (ad es. perché la vista di una persona in divisa gli ricorda violenze subite in patria da uomini in divisa)”.
Su questa condizione si inseriscono le difficoltà di vita post-migratorieche sono un fattore ritraumatizzante che fa insorgere o peggiorare i sintomi del disagio psicologico. Riguardano difficoltà sociali, lavorative, abitative, di accesso alla salute, di discriminazione, ma anche la preoccupazione per le famiglie lasciate nel paese d’origine. “Si comprende come queste persone siano persone vulnerabili da proteggere e curare, altrimenti possono avere serissime difficoltà a integrarsi nel tessuto della nostra società", ha aggiunto Aragona.
Il Convegno è stato organizzato dall’Unità Operativa Ricerca psico-socio-comportamentale, Comunicazione, Formazione del Dipartimento di Malattie Infettive dell’ISS, per promuovere il confronto tra i professionisti, i rappresentanti delle istituzioni e quanti operano nel settore della tutela della salute del paziente immigrato. Nella speranza di riuscire a giungere ad una linea d’azione condivisa, per prevenire e contrastare la diffusione di malattie infettive, ma alla quale si aggiunge anche l’ulteriore prospettiva che tiene conto della condizione di fragilità anche psicologica del migrante, dovuta in primo luogo al vissuto di sradicamento dal contesto di vita originario.
Un approccio di questo tipo potrebbe infatti tradursi, secondo gli organizzatori, in interventi e strategie finalizzati a consentire l’adattamento e l’integrazione della persona straniera nella società ospite.



Immigrazione, il Friuli è la regione più accogliente
Avvenire, 16-02-2012
​ Vengono attratti soprattutto dalle città della Lombardia, ma potenzialmente le migliori condizioni di accesso al welfare e al lavoro le trovano rispettivamente in Friuli Venezia Giulia e Toscana. Se dovessero quindi scegliere una regione italiana o, in alternativa, una macro area in cui sistemarsi e sentirsi accolti, gli immigrati dovrebbero optare per il Friuli e il Centro Italia. Il "consiglio" arriva dall'VIII Rapporto del Cnel sugli Indici di integrazione degli immigrati in Italia, presentato oggi a Roma.
In una scala da 1 a 100 il Friuli ottiene, in quanto a "potenziale di integrazione" (elaborazione che si ricava dagli indici di inserimento sociale e occupazionale), 70,6 e si rivela la regione più "accogliente"; seguono Toscana (66,0) e Umbria (65,7). Fanalino di coda la Puglia (34,3), che, con Molise, Campania e Basilicata, si inserisce nella fascia a bassa integrazione. "Alte" invece le performance di Veneto, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e Liguria. Le province più virtuose sono Trieste (71,9), Prato (69), Reggio Emilia (68,4).
Secondo il Cnel, il governo dovrebbe "ripensare a leggi e politiche per l'integrazione degli stranieri": su questi argomenti la politica è "latitante". Il ruolo del governo, ha spiegato il sottosegretario al Welfare, Maria Cecilia Guerra, è "coordinare" i territori "affinchè i fondi specifici" per l'immigrazione "vengano spesi nel modo giusto". Nel frattempo però l'esecutivo sta pensando a una norma "per allungare fino a un anno, o più in caso di ammortizzatori sociali", il tempo a disposizione degli immigrati disoccupati per cercare un nuovo lavoro. Guerra delega però alla "mediazione parlamentare" la discussione sul diritto di cittadinanza degli immigrati.
TANTI MINORI IN LOMBARDIA, A MILANO RECORD DENSITÀ
Secondo dati del 2009, in Lombardia i bambini sono il 24,5% della popolazione immigrata (la media nazionale è 22%), indice questo della stabilità di una famiglia in un luogo. La regione ottiene anche il primato per densità di stranieri residenti (41,2 ogni kmq contro 14,1), record a Milano (205,4 per kmq).
AFFITTI PIÙ ACCESSIBILI IN FRIULI
In questa regione gli affitti di case di medio-piccole dimensioni incidono per il 22,3% sul reddito degli immigrati, contro la media nazionale del 35,4%. Nella classifica delle province Milano è al 94/mo posto per accessibilità, Roma al 98/mo, Napoli all'ultimo.
DEVIANZA? DIPENDE DA ABITAZIONE E FAMIGLIA
Secondo il Rapporto del Cnel "circa l'80% delle denunce contro stranieri è correlata alla difficoltà di accesso all'abitazione e all'impossibilità di creare una famiglia".
INSERIMENTO SOCIALE? MEGLIO IN PICCOLI CENTRI
Ai primi posti di questa classifica, guidata a livello regionale dal Friuli Venezia Giulia, si trovano le province di Trieste e Vicenza. Napoli è al 92/mo, Roma al 95/mo, Milano al 97/mo.
IN UMBRIA RECORD STABILITÀ PERMESSI
In questa regione il 74,3% dei permessi di soggiorno è stabile, la loro "mortalità" è più frequente nelle grandi città. In Trentino si contano invece le maggiori naturalizzazioni: 8,9 ogni 1.000 stranieri (5,4 è la media italiana).
IL MIGLIOR INSERIMENTO OCCUPAZIONALE
Brilla anche l'iniziativa privata straniera: 6,4% del totale delle imprese contro la media nazionale di 3,6%. Friuli e Trentino detengono il primato di occupati stranieri sul totale degli occupati con il 24,7% e il 19,8% (16,1% la media italiana). Ugualmente per i redditi più elevati: in Friuli si arriva a 14.203 pro capite (contro 11.023 euro; in Trentino si toccano i 13.057. Boom di occupazione femminile invece nel Lazio: lavora
il 61,3% delle immigrate.



Il Mandela del Salento: «Così i neri fecero sciopero»
L’ingegner Sagnet, bracciante per casoYvan, studente al Politecnico di Torino va a raccogliere pomodori in Puglia. E diventa leader della rivolta
il Fatto Saturno 17.2.12
Alessandro Leogrande
PERCHÉ MAI proprio quel giorno anziché un altro? In Shah-in-shah, l’appassionante reportage sul crollo del regime di Reza Pahlavi, Ryszard Kapuscinski si interroga sulla genesi dei moti di rivolta. Perché, si chiede, la gente in genere accetta la miseria e l’oppressione come se disegnassero l’ordine naturale delle cose e poi all’improvviso, un giorno, quell’ordine salta in aria? «È un processo insolito», continua Kapuscinski, «che talvolta si compie in un attimo come per una specie di choc liberatorio: l’uomo si sbarazza della paura e si sente libero. Senza questo processo, non ci sarebbe alcuna rivoluzione». Viene da pensare a questo celebre passo del narratore polacco, leggendo il diario di Yvan Sagnet, portavoce l’estate scorsa di una singolare rivolta che ha scosso le campagne del Meridione d’Italia. Il diario è contenuto in Sulla pelle viva (DeriveApprodi), ed è davvero una pagina di storia contemporanea. PER LA PRIMA VOLTA, l’estate scorsa, centinaia di braccianti africani, vessati dai caporali nella raccolta dei pomodori, si sono ribellati contro un sistema di sfruttamento pre-moderno. Hanno incrociato le braccia e hanno bloccato la raccolta dell’oro rosso per almeno due settimane. Da quel momento, per la prima volta, qualcosa nel circolo vizioso di miseria e oppressione, che regola le raccolte agricole e lo sfruttamento delle braccia migranti nelle nostre campagne, si è rotto per sempre. È accaduto a Nardò, nel profondo Salento, e in pieno agosto, a due passi dagli ombrelloni di Gallipoli.
Yvan Sagnet, divenuto in breve uno dei leader della protesta, a Nardò ci è capitato quasi per caso. Studente di ingegneria al Politecnico di Torino, è nato in Douala (in Camerun) nel 1985. Da quattro anni vive in Italia, e quando qualcuno gli ha proposto di andare a raccogliere angurie e pomodori all’altro capo del paese, non ci ha pensato due volte: era l’unico modo per pagare le tasse universitarie. Solo dopo essere giunto lì ha scoperto il sotto-mondo del caporalato: «Un’altra Africa, un’altra Italia».
Sagnet spiega molto bene quale sia stata «la scintilla della protesta», l’attimo in cui ogni sopruso è apparso inaccettabile. Dall’istante in cui hanno sfidato il loro caporale, guardandolo negli occhi e rifiutando i suoi ordini, una gabbia disciplinare è andata in frantumi. Ma per capire la portata di quel gesto, occorre spiegare anche la “legge” infranta, il “normale” sistema di sfruttamento cui si sono opposti. Nelle campagne del Sud Italia si è realizzato un intreccio perverso tra globalizzazione e arcaicità. I frutti della terra non vengono più raccolti dai cafoni di Levi o Silone, bensì da braccianti tunisini, sudanesi, ivoriani, ghanesi, rumeni, bulgari... L’irrompere in massa di questa manodopera globale ha prodotto la più radicale trasformazione antropologica del Mezzogiorno rurale degli ultimi 15-20 anni. Tuttavia si lavora ancora sotto caporale, esattamente come un secolo fa. La giornata di un bracciante africano è drammaticamente simile a quella di un lavoratore dei tempi di Di Vittorio, come se nulla intorno fosse cambiato. Stessa fame, stessa sete, stessa precarietà. Stesso sistema di lavoro. Nella raccolta del pomodoro ad esempio, i braccianti di Nardò sono stati pagati a cottimo: 3,50 euro per ogni cassone di pomodoro raccolto. Un cassone contiene 4 quintali di prodotto, e un uomo adulto, ben allenato, mediamente riesce a riempirne 6-7, in un “turno” che va dalle 4,00 del mattino fino alle 6,00 di pomeriggio. Poi, però, a quella magra paga vanno sottratti 5 euro da dare al caporale, il signore dei campi, l’unico intermediario tra quelle braccia senza diritti e le imprese italiane che se ne servono.
In genere tutto questo viene accettato senza ribellarsi. Qualche anno fa, nella stessa Puglia, un’inchiesta della magistratura sulla riduzione in schiavitù nel comparto agricolo fece emergere addirittura parecchi casi di braccianti uccisi o scomparsi, probabilmente per il semplice fatto di essersi ribellati ai loro kapò. Raramente ci sono stati, negli ultimi anni, esplosioni di rabbia contro quest’ordine delle cose. È accaduto a Rosarno, certo. Ma ciò che è successo a Nardò, in Salento, segna uno spartiacque. Non si è trattato di un semplice moto di ribellione, ma di uno sciopero autorganizzato che ha raggiunto forme particolarmente mature di organizzazione e di riflessione.
Sicuramente ci sono dei fattori che lo hanno favorito. Innanzitutto, i braccianti entrati in sciopero erano alloggiati presso una masseria, all’interno della quale lo scambio di idee con associazioni antirazziste, sindacalisti e attivisti di base contro il lavoro nero è stato forte. La somma delle loro storie individuali ha fatto il resto. Nei campi di Nardò c’erano anche ragazzi africani appena sbarcati dalla Libia. Tuttavia la maggior parte di essi vivevano in Italia da più di dieci anni, e sovente, a causa della crisi, erano stati espulsi dalle fabbriche del Nord. Approdati al Sud, è stato proprio il confronto tra le due condizioni di lavoro e di vita ad accendere la protesta.
Terzo fattore: lo sciopero ha fatto emergere dei portavoce. Non uno, ma parecchi. La vicenda umana di Sagnet non è l’unica, ma è sicuramente la più significativa. Nelle sue parole è possibile leggere qualcosa di antico e allo stesso tempo spiccatamente universalista. In una Italia sempre più multiculturale iniziano a emergere, intorno alle semplici idee di libertà e di giustizia, e intorno al rifiuto dell’oppressione più brutale, forme di associazione, di rappresentanza e di racconto del tutto nuove.



La masseria della lotta
il Fatto Saturno 17.2.12
Yvan Sagnet
IL GIORNO dello sciopero, sabato 30 luglio, c’erano più di dodici gruppi di lavoratori mandati a lavorare nei campi di raccolta delle angurie e dei pomodori. Il gruppo con cui lavoravo e che raccoglieva i pomodori era composto da 28 sudanesi, 11 ghanesi, 5 burkinabe e 1 camerunese, io. D’altra parte, ero l’unico camerunense in tutta la Masseria. Nel mio gruppo già il primo giorno mi ricordo della discussione che ebbi con il caporale che mi aveva rimproverato di non aver lavorato adeguatamente, cioè di non aver raccolto i pomodori caduti per terra. Quello fu un momento particolare perché si creò un elemento psicologico nuovo che diede la forza ad alcuni miei compagni di discutere anche loro con il caporale, molto esigente e aggressivo, che si faceva chiamare M., di nazionalità sudanese. DURANTE le pause con i colleghi non sudanesi si criticavano le pratiche e i metodi di questo caporale; i braccianti sudanesi non prendevano parte alle discussioni per paura e in parte per “rispetto” di M., che veniva considerato da molti come il capo della comunità, nonostante si rendessero conto di quanto ingiusto fosse il suo comportamento. In seguito una buona parte di lavoratori sudanesi iniziò a partecipare alle discussioni e a prendere coraggio rivendicando singolarmente i propri diritti e pretendendo maggiore rispetto dal caporale.
Il primo giorno dello sciopero era la mia quinta giornata di lavoro e si percepiva una sorta di nuova unità tra di noi che, finalmente, non era legata alla nazionalità. Anche nel campo si respirava una tensione condivisa pronta a esplodere. I lavoratori avevano cominciato a parlare delle condizioni di lavoro e M. iniziava a temermi forse perché ero uno studente universitario ed ero riconosciuto, anche per questo, come punto di riferimento tra i lavoratori.
Sabato 30 luglio c’era un datore di lavoro italiano nei campi: egli chiese a M. di farci raccogliere solo i pomodori migliori, un’ulteriore operazione di selezione che avrebbe rallentato enormemente il nostro lavoro e diminuito la nostra paga. M. voleva fare bella figura e mostrare al suo capo italiano come governava il suo gruppo di lavoratori. Si avvicinò a un mio collega ghanese e gli disse che stava lavorando male, minacciandolo di cacciarlo dal campo. Il ragazzo ghanese non si lasciò intimidire e lo accusò di privilegiare i sudanesi; la discussione continuò finché io e un altro lavoratore di origine ghanese ci avvicinammo per cercare di mediare, chiedendo a M. di alzare il prezzo del cassone da tre e cinquanta a sei euro. Quel faticoso lavoro di selezione doveva essere pagato in modo adeguato. M. si rifiutò, ma noi insistemmo, forti del fatto che tutti gli altri braccianti che fino a quel momento non erano intervenuti si erano fermati e uniti alla protesta. A quel punto le nostre differenze nazionali si dissolsero e anche i sudanesi si unirono alla contrattazione. Davanti all’ostinazione del caporale abbandonammo tutti insieme il campo e tornammo alla Masseria.
Di solito a quell’ora della giornata il campo è quasi deserto perché la maggior parte dei lavoratori è nei campi; in effetti c’erano solo quanti non avevano trovato occupazione. Spiegammo a loro e ai volontari delle associazioni Brigate di solidarietà attiva e Finis Terrae, che si occupano della gestione e dei servizi dentro il campo, perché eravamo tornati così presto e insieme agli altri migranti andammo a fare il primo blocco stradale sulla provinciale Nardò-Lecce; eravamo una trentina. Le forze dell’ordine, intervenute quasi subito, ci consigliarono di non continuare a bloccare la strada perché era contro la legge. Cosi ritornammo all’interno della Masseria e due ore dopo facemmo la nostra prima riunione tra il commissario di polizia di Nardò, la Cgil e le associazioni Finis Terrae e Bsa, che sostenevano le nostre rivendicazioni. La sera, dopo che i nostri colleghi erano tornati dai campi, abbiamo fatto la nostra prima assemblea auto-convocata sotto gli occhi dei media spiegando perché scioperavamo e quali erano le nostre rivendicazioni: volevamo i contratti regolari, la fine del caporalato, contatti diretti tra aziende e lavoratori, l’apertura di un centro per l’impiego dentro la masseria, un aumento del salario, più medici, miglioramento dell’accoglienza e delle condizioni di vita dentro il campo. Eravamo pronti a non ritornare al lavoro fino a quando le nostre rivendicazioni non fossero state accolte.
Quella sera la “parola d’ordine” era che nessuno doveva andare a lavorare; per assicurarci che tutti rispettassero la decisione e per agire in anticipo sui caporali ci siamo svegliati un’ora prima della partenza abituale dei lavoratori, verso le due di notte, per fare i picchetti in tutti i punti d’ingresso e uscita della Masseria. È stato un successo totale. Di solito a quell’ora ci sono un sacco di persone che si preparano per andare a lavorare e i furgoncini dei caporali riscaldano i motori per trasportare i lavoratori, ma quel giorno quasi il 90% di loro dormiva ancora e i pulmini dei caporali erano fermi. Solo verso l’alba qualche persona e alcuni veicoli si avvicinarono, ma con fermezza ricordammo e spiegammo loro la necessità di scioperare. Eravamo determinati e abbiamo evitato le risse e gli scontri; anche se non sono mancate ingiurie e minacce da parte di caporali arrabbiati di perdere una giornata di lavoro. Non volevamo correre il rischio che lo sciopero si impantanasse in una descrizione mediatica di scontri tra stranieri, una strumentalizzazione che siamo riusciti a evitare. Volevamo che la gente sapesse che il nostro sciopero era una rivendicazione sociale, volevamo essere considerati come lavoratori che meritano tutti i diritti: un contratto regolare, l’indennità di disoccupazione, gli strumenti di lavoro come i guanti, le scarpe anti-infortunistica.
Le difficoltà culturali e linguistiche erano molte, non era facile trasmettere il messaggio ad altri colleghi. C’erano quelli che parlavano francese come i burkinabe, gli ivoriani, i togolesi, i beninesi; altri parlavano l’inglese come i ghanesi, i nigeriani, gli etiopi, i somali; altri parlavano l’arabo, come i sudanesi, i tunisini, i marocchini, gli egiziani, gli algerini. Abbiamo pensato di creare una “direzione” composta da membri di ogni comunità, e così si è creato un gruppo di tre tunisini, due sudanesi, due burkinabe, un ghanese e io. Andavamo a trasmettere i messaggi alla nostra comunità linguistica, facevamo le assemblee ogni sera con l’obiettivo di discutere con i lavoratori la situazione e per cercare di tenere duro fino a quando le aziende non fossero venute a farci contratti regolari e non avessero smesso di farci lavorare con i caporali.



Tirocini negli uffici regionali, la Lombardia corregge il bando e ammette i figli di extracomunitari.
L’ente riapre i termini di presentazione dopo la segnalazione dell’Asgi.
Immigrazione Oggi, 17-02-2012
La Regione Lombardia corregge il bando per l’assegnazione di 12 borse di studio per svolgere tirocinio negli uffici della Giunta regionale dopo la segnalazione di sospetta illegittimità perché discriminante verso gli stranieri.
Il bando prevedeva infatti che solo i neolaureati italiani o comunitari potessero parteciparvi. L’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) e Avvocati per niente hanno però inviato una lettera alla Regione per “avvisarla” che “tale requisito è del tutto illegittimo”.
“Nel nostro ordinamento vige il principio di assoluta parità tra italiani e stranieri regolarmente soggiornanti nei rapporti contrattuali”, scrive l’avvocato Alberto Guariso. Il tirocinio, inoltre, è un’occasione di formazione e “l’esclusione degli stranieri sarebbe stato come vietare loro di andare a scuola”, commenta l’avvocato. La Regione ha ammesso lo sbaglio e corretto il bando. La chiusura del bando era prevista per il 28 febbraio, ma è stata posticipata per permettere anche a eventuali giovani stranieri di presentare la propria candidatura. I 12 vincitori potranno lavorare per un anno negli uffici della Regione.



Immigrati «Cittadinanza» romana ai bimbi nati nella Capitale
Corriere della sera, 16-02-2012
Dal 2013 un bambino nato a Roma da genitori stranieri che vivono e lavorano nella capitale potrebbe dire: «Non sono ancora cittadino italiano, ma sono cittadino romano». Dopo l' appello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per gli immigrati nati in Italia, il Pd capitolino lancia l' idea della «cittadinanza romana» per i piccoli immigrati e lo fa con una proposta di delibera sul «Plenum Ius» (diritto pieno). La proposta avanzata dai democratici si ispira proprio al concetto che in epoca romana indicava l' insieme di diritti e doveri propri dei cittadini romani. A seguito dell' intervento di novembre scorso di Napolitano, diversi esponenti del Pd in Campidoglio, primo tra tutti Athos De Luca, hanno sottoscritto questa proposta «per lanciare dalla Capitale un messaggio forte per cambiare la legge nazionale». «Proponiamo - spiega il consigliere De Luca - che il Comune dia la cittadinanza romana a tutti i figli di immigrati nati nel territorio cittadino da genitori stranieri che vivono e lavorano qui. A livello pratico non ci sarebbero grandi cambiamenti ma verrebbe lanciato un messaggio di integrazione forte». Soprattutto a fronte dei numeri dell' immigrazione a Roma: in tutta la provincia, ricordano dal Pd, «su un totale di 4 milioni di abitanti, oltre 320 mila persone sono cittadini stranieri (l' 8% a fronte del 5,8% nazionale). Se questo ragionamento convincerà anche la maggioranza in Consiglio del sindaco Gianni Alemanno, la delibera potrebbe essere votata e approvata entro l' anno e il «Plenum Ius» entrare in vigore già dal 2013, assicura il Partito democratico



Permessi di soggiorno: nel Governo qualcosa si muove. Il sottosegretario Guerra annuncia che si sta lavorando alla proposta di prolungare ad un anno il permesso per ricerca lavoro.
In discussione anche un permesso senza scadenza per chi, disoccupato, si trova “in un contesto familiare stretto in grado di sostenerlo”.
ImmigrazioneOggi, 17-02-2012
Garantire agli immigrati disoccupati “un anno di tempo, o più in caso di cassa integrazione, indennità di disoccupazione e ammortizzatori sociali, invece di sei mesi” per trovare un nuovo lavoro.
Di cui “si sta lavorando in questo momento” nel Governo, ha dichiarato ieri il sottosegretario al Welfare, Maria Cecilia Guerra, intervenuta alla presentazione dell’ottavo Rapporto sugli indici di integrazione del Cnel.
Il sottosegretario ha anche ricordato che “un’altra norma che portiamo avanti permetterebbe di non far scadere il permesso di soggiorno a quegli immigrati che perdono il lavoro e che si trovano in un contesto familiare stretto, in grado di garantire sostenimento economico. Il permesso di soggiorno non scadrebbe finché c’è la possibilità di un mantenimento. E su questo la discussione è aperta”.



Immigrati: Cgil-Cisl-Uil, su tassa soggiorno governo passi da parole a fatti
Roma, 16 feb. - (Adnkronos) - "Siamo in attesa che il Governo passi dalle parole ai fatti, sulla base di quanto dichiarato dal ministro dell'Interno quando ha annunciato la volonta' di intervenire in tempi brevi sulla normativa relativa ai permessi di soggiorno e in particolare sulla sovrattassa gia' entrata in vigore''. Lo dichiarano in una nota congiunta Claudio Di Berardino, segretario generale della Cgil Roma e Lazio, Mario Bertone, segretario generale Cisl Roma e Luigi Scardaone, segretario generale Uil di Roma e Lazio, a conclusione di un presidio che si e' da poco tenuto davanti alla Prefettura di Roma in Piazza SS Apostoli, per ribadire la necessita' di intervenire sulla sovrattassa sui permessi di soggiorno che colpisce i lavoratori immigrati e le loro famiglie.
"La sovrattassa - sottolineano i tre leader sindacali - va quanto meno rimodulata, poiche' cosi' com'e' non e' accettabile, ne' per il peso sulle famiglie immigrate ne' per la sua finalizzazione. E' urgente che il Governo intervenga sulla durata, almeno fino a un anno, del permesso di soggiorno per attesa di occupazione soprattutto per coloro che hanno perso il lavoro".
"Riteniamo inoltre necessario che si apra subito un confronto con i sindacati confederali in merito al complesso delle norme sull'immigrazione - continuano - a partire dal recepimento della Direttiva Europea 52/2009 che introduce sanzioni e provvedimenti nei confronti dei datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi il cui soggiorno e' irregolare". "L'ufficio del Prefetto, che ha ricevuto una nostra delegazioneha dimostrato di avere compreso la gravita' del problema - concludono - e ci ha assicurato di attivarsi fin da oggi per sottoporre la questione all'attenzione del ministro dell'interno e della presidenza del consiglio".



«Noi rom, dal campo nomadi all'Ariston con Finardi»
Avvenire, 17-02-2012
Angela Calvini
Molti di noi li avranno incontrati in metropolitana, coi loro violini e la loro allegria, musica in cambio di qualche spicciolo. Eduard, Ciprian e Luigi sono adolescenti dagli occhi scuri e i capelli nerissimi, hanno imparato le note sulla strada e questa sera suoneranno al Festival di Sanremo. Sembra una favola, ma è realtà: Eugenio Finardi li ha voluti accanto a sé nella serata dei duetti a «dare ancora più spessore» alla sua già profonda E tu lo chiami Dio. Accanto a loro, due violoncellisti e due violiniste (una è la figlia dodicenne di Finardi). È il Piccolo Ensemble Futuro, allievi del Conservatorio «Giuseppe Verdi» di Milano, guidati da Pietro Boscacci. Grazie alla collaborazione fra l’istituto e la Casa della Carità di don Virginio Colmegna, 23 ragazzi rom stanno vivendo da un anno e mezzo un progetto di integrazione attraverso la musica. Una storia raccontata da Avvenire fin dalla sua nascita. «Sono emozionato – confessa Finardi – Sarà una grande esperienza. All’Ariston suoneranno ragazzi italiani "privilegiati" insieme a quelli cresciuti per strada, che porteranno tutto il loro entusiasmo». Oltretutto, questi giovani, sono degli autentici talenti. Eduard Ion, 15 anni, viene dalla Romania, suona il violino come il fratello Leonard «da quando avevo 7 anni» e nel 2005 è scampato con la sua famiglia all’incendio del campo di via San Dionigi a Milano. Come tante altre famiglie, anche la sua venne allora ospitata dal centro Nocetum di suor Ancilla Brambilla. Da allora, le sorelle dell’istituto hanno iniziato un percorso educativo per la scolarizzazione dei bambini. Il talento di Eduard è già stato valutato anche dal maestro Salvatore Accardo. «Ho imparato che nella vita ci sono momenti belli e momenti tristi, ma si va avanti comunque – racconta – Io al festival con Finardi? Un sogno, come quello di dare un futuro migliore alla mia famiglia grazie alla mia passione, la musica».
Come lui la pensa anche Luigi Nicolae, 17 anni. «Mio nonno mi ha insegnato a suonare il violino a 8 anni, e ora che frequento il Conservatorio piange dalla felicità. A 12 anni suonavo per strada, ma non è vergognoso: se hai bisogno, è sempre meglio che rubare. Vorrei diventare orchestrale alla Scala, ma intanto mi sto diplomando elettricista, non si sa mai». Volontà di ferro e concretezza anche per Ciprian Badeano, romeno, 22 anni e già tre figli con cui abita in un campo rom a Milano. «Sono stato notato mentre suonavo in metro – racconta – Per me è un’occasione da non perdere. Io, comunque, lavoro per mantenermi, ma ora mi aspetto tante cose belle». Il presidente del Conservatorio Arnoldo Mosca Mondadori spiega che l’obiettivo «è quello di creare un’orchestra composta da ragazzi italiani con disagio e ragazzi di tutte le etnie. Il nostro scopo è l’integrazione e Finardi ha avuto molto coraggio. E poi, io credo nella Provvidenza. A questo proposito i vostri articoli ci hanno aperto un mondo». Concorda anche don Virginio Colmegna. «È un lavoro concreto di integrazione attraverso la cultura. Finardi ha fatto da "trascinatore": noi con questa scelta non benediciamo il Festival, ma i singoli progetti».



Immigrazione: Ppe, Rutte spieghi silenzio su sito xenofobo
Premier olandese invitato a riferire in Parlamento europeo
ANSA, 16-02-2012
STRASBURGO - Il premier olandese venga a spiegare in Parlamento europeo ''l'assordante silenzio'' del suo governo sul sito di denunce contro gli immigrati aperto dal Pvv, il partito di estrema destra guidato dallo xenofobo Gert Wilders che appoggia l'esecutivo dell'Aja. L'Eurocamera, su iniziativa del Partito popolare europeo, discutera' la questione in plenaria il 13 marzo prossimo.
L'iniziativa del Pvv ha ispirato i leghisti Borghezio e Bastoni a lanciare un'analoga pagina web patrocinata dai 'Volontari Verdi'. ''Sono infuriato per il fatto che qualcuno decida di attaccare i nostri concittadini europei'' ha dichiarato il capogruppo del Ppe, il francese Joseph Daul.
L'iniziativa del Pvv, secondo Daul, e' ''contraria a tutti i valori europei ed umani'' ed ''incoraggia l'odio e la discriminazione''. ''Rivolgiamo un appello al primo ministro olandese perche' venga a spiegare in Parlamento europeo il silenzio del suo governo'' ha aggiunto Daul. Il sito del Pvv invita a denunciare i cittadini dell'Europa orientale, quello della Lega invece punta sugli immigrati extracomunitari. Gli ambasciatori dei Paesi orientali e molti partiti hanno protestato con il governo olandese, che pero' martedi' scorso ha reso noto di non avere intenzione di prendere posizione.
Anche la Commissione europea gia' la scorsa settimana ha denunciato l'iniziativa del Pvv come ''contraria ai principi della liberta' e di libera circolazione nella Ue'', ma al momento di compiere passi per la chiusura del sito ha dovuto ammettere che si tratta di materia di competenza del governo nazionale.

 

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