23 febbraio 2012

Strasburgo, l'Italia condannata per i respingimenti verso la Libia
La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo all'unanimità l'Italia. Nel cosiddetto caso Hirsi, che riguardava 24 persone nel 2009, è stato violato l'articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura. Il nostro paese dovrà versare un risarcimento di 15mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime
la Repubblica.it, 23-02-2012
VLADIMIRO POLCHI
ROMA - Stop ai respingimenti in mare. Bocciate le espulsioni collettive. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato all'unanimità l'Italia per i respingimenti verso la Libia. Nel cosiddetto caso Hirsi, che riguardava 24 persone nel 2009, è stato violato l'articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura. Stasburgo ha così posto un freno ai respingimenti indiscriminati in mare e ha stabilito che l'Italia ha violato il divieto alle espulsioni collettive, oltre al diritto effettivo per le vittime di fare ricorso presso i tribunali italiani.  L'Italia è stata condannata a versare un risarcimento di 15mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime, in quanto due ricorsi non sono stati giudicati ammissibili.
I precedenti. La politica migratoria del vecchio governo Berlusconi continua a perdere pezzi. A picconare i pacchetti sicurezza e la Bossi-Fini sono tribunali ordinari, Consiglio di Stato, Corte di Cassazione, Consulta e Corte di giustizia dell'Unione europea. Sotto le loro sentenze cadono: l'aggravante di clandestinità, il divieto di matrimonio con irregolari, il reato di clandestinità (nella parte che punisce con il carcere gli immigrati irregolari). Ora a crollare è il muro dei respingimenti in mare dei migranti, sotto i colpi della Corte europea dei diritti dell'uomo (http://www. echr. coe. int/ECHR/Homepage_EN)
Il respingimento del 6 maggio 2009. La sentenza della Corte di Strasburgo
colpisce i respingimenti attuati dall'Italia verso la Libia, a seguito degli accordi bilaterali e del trattato di amicizia italo-libico siglato dal governo Berlusconi. "Il 6 maggio 2009, a 35 miglia a sud di Lampedusa  -  spiega il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir)  -  in acque internazionali, le autorità italiane hanno intercettato una nave con a bordo circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea (tra cui bambini e donne in stato di gravidanza). I migranti  -  stando al ricorso  -  sono stati trasbordati su imbarcazioni italiane e riaccompagnati a Tripoli contro la loro volontà, senza essere prima identificati, ascoltati né preventivamente informati sulla loro effettiva destinazione. I migranti non hanno avuto alcuna possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale in Italia. Di queste 200 persone, 24 (11 somali e 13 eritrei) sono state rintracciate e assistite in Libia dal Cir e hanno incaricato gli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci dell'Unione forense per la tutela dei diritti umani di presentare ricorso dinanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo".
Le condizioni di detenzione in Libia. "Le successive condizioni di vita in Libia dei migranti respinti il 6 maggio 2009 sono state drammatiche  -  sostengono dal Cir  -  La maggior parte è stata reclusa per molti mesi nei centri di detenzione libici, dove ha subito violenze e abusi di ogni genere. Due ricorrenti sono deceduti nel tentativo di raggiungere nuovamente l'Italia a bordo di un'imbarcazione di fortuna. Altri sono riusciti a ottenere protezione in Europa, un ricorrente proprio in Italia. Prima respinti e poi protetti, a dimostrazione della contraddittorietà e insensatezza della politica dei respingimenti". Al riguardo va ricordato che, secondo le stime dell'Unhcr, circa 1.500 migranti hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l'Italia via mare nel 2011.
Le reazioni alla sentenza. "Viene condannato il governo italiano ma vince lo spirito della nostra Costituzione, nonché la tradizione del popolo italiano  -  sostiene Andrea Olivero, presidente nazionale Acli  -  quella di un paese accogliente che non respinge i disperati in mare consegnandoli ad un tragico destino. Un monito durissimo per il governo che ha commesso quell'errore e per le forze politiche che non solo difesero, ma si fecero vanto di quell'azione, mentre tutte le organizzazioni della società civile per il rispetto dei diritti umani ne denunciavano l'illegalità e la disumanità".



Immigrati rispediti in Libia nel 2009 La Corte di Strasburgo contro l'Italia
Un barcone in arrivo a Lampedusa Condanna per la convenzione sui diritti umani: tortura e trattamenti degradanti
La Stampa.it, 23-01-2012
strasburgo -La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per i respingimenti verso la Libia. Nel cosiddetto caso Hirsi, che riguardava 24 persone nel 2009, non è stato in particolare rispettato l’articolo 3 della
Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura.
Che cos'è la Corte Europea per i diritti dell'uomo?
Dal 1950 ha sede a Strasburgo, non va confuso con la Corte di Giustizia dell'Unione Europea
torino - La Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) è stata istituita nel 1959[1] dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (anch'essa CEDU) del 1950, per assicurarne il rispetto. Vi aderiscono quindi tutti i 47 membri del Consiglio d'Europa. Ha sede a Strasburgo e non va confusa con la Corte di giustizia dell'Unione europea con sede in Lussemburgo.



La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo: deciso un risarcimento di 15 mila euro
Immigrazione, Italia condannata per i respingimenti verso la Libia
Nel caso Hirsi non è stato rispettato l'articolo sui trattamenti degradanti e la tortura della Convenzione sui diritti umani
Corriere.it, 23-02-2012
STRASBURGO - La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l'Italia per i respingimenti verso la Libia. Nel cosiddetto caso Hirsi, che riguardava 24 persone nel 2009, non è stato in particolare rispettato l'articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura.
IL RISARCIMENTO - La Corte ha inoltre stabilito che l'Italia ha violato il divieto alle espulsioni collettive, oltre al diritto effettivo per le vittime di fare ricorso presso i tribunali italiani. L'Italia è stata condannata a versare un risarcimento di 15mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime, in quanto due ricorsi non sono stati giudicati ammissibili. I legali dei ricorrenti hanno, invece, rinunciato alla refusione delle spese di lite, chiedendo soltanto il rimborso dei costi sostenuti per partecipare all'udienza che si è svolta a Strasburgo il 22 giugno 2011.
LA VICENDA - Come ha ricordato nei giorni scorsi il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir), il 6 maggio 2009 a 35 miglia a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le autorità italiane hanno intercettato una nave con a bordo circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea (tra cui bambini e donne in stato di gravidanza). I migranti sono stati trasbordati su imbarcazioni italiane e riaccompagnati a Tripoli contro la loro volontà, senza essere prima identificati, ascoltati né preventivamente informati sulla loro effettiva destinazione. I migranti non hanno avuto alcuna possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale in Italia. Di questi 200 migranti, 24 persone (11 somali e 13 eritrei) sono state rintracciate e assistite in Libia dal Cir. È stato lo stesso Consiglio ad incaricare gli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci dell'Unione forense per la tutela dei diritti umani di presentare ricorso dinanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Si tratta della più importante sentenza della Corte di Strasburgo riguardante i respingimenti attuati dall'Italia verso la Libia, a seguito degli accordi bilaterali e del trattato di amicizia italo-libico siglati dal Governo Berlusconi.
I TRE PRINCIPI - La Corte ha pienamente condannato l'Italia per la violazione di 3 principi fondamentali: il divieto di sottoporre a tortura e trattamenti disumani e degradanti (art. 3 Cedu), l'impossibilità di ricorso (art.13 Cedu) e il divieto di espulsioni collettive (art.4 protocollo aggiungitvo Cedu). La Corte quindi per la prima volta ha equiparato il respingimento collettivo alla frontiera e in alto mare alle espulsioni collettive nei confronti di chi è già nel territorio. La Corte ha ricordato che i diritti dei migranti africani in transito per raggiungere l'Europa sono in Libia sistematicamente violati. Inoltre, la Libia non ha offerto ai richiedenti asilo un'adeguata protezione contro il rischio di essere rimpatriati nei paesi di origine dove possono essere perseguitati o uccisi. A causa di questa politica, secondo le stime dell'Unhcr circa 1.000 migranti, incluse donne e bambini, sono stati intercettati dalla Guardia costiera italiana e forzatamente respinti in Libia senza che prima fossero verificati i loro bisogni di protezione.



Quando sono i «penultimi» a vietare l'ingresso agli ultimi
Il cartello di un'immigrata marocchina contro i nomadi
Corriere della sera, 23-02-2012
Gian Antonio Stella
«E intritt für Italiener verboten!». Quel famosissimo cartello appiccicato all'entrata d'un ristorante di Saarbrücken, tradotto e rafforzato nella nostra lingua («Proibito "rigorosamente" l'ingresso agli italiani!») perché tutti capissero, è una ferita che sanguina ancora tra i nostri emigrati in Germania. Non sappiamo chi fosse il razzista padrone di quella trattoria. Forse, chissà, era un immigrato danese, russo o polacco arrivato qualche anno prima. Nessuno stupore. Così come non può stupire che il cartello piazzato in una vetrina di Vicenza con scritto «Vietato entrare ai zingari» sia stato messo lì da Fatima Mechal, un'immigrata marocchina. È andata quasi sempre così, nella storia delle emigrazioni: quelli che stavano all'ultimo gradino della scala sociale, appena riescono a salire sul penultimo si voltano e sputano su chi ha preso il loro posto.
Da anni quanti hanno letto un po' di libri sull'emigrazione tentano di spiegare agli xenofobi, che scatenano campagne furenti contro il diritto di voto agli immigrati nella convinzione che sarebbero tutti «voti comunisti», che non è affatto vero che quei voti andrebbero automaticamente alle «sinistre». Anzi, con ogni probabilità le preferenze di chi si è già inserito premierebbero in buona parte chi vuole la chiusura delle frontiere all'ingresso di nuovi immigrati, visti come concorrenti disposti a mettersi sul mercato del lavoro a prezzi stracciati. Niente da fare. Eppure, la stessa storia dei nostri emigrati è piena di testimonianze in questo senso. Ne ricordiamo due. Particolarmente dolorose.
La prima è quella dei sentimenti di calloso razzismo manifestati nei confronti dei nostri nonni, a cavallo fra Ottocento e Novecento, dagli irlandesi che in Australia e negli Stati Uniti ci avevano preceduto nella malinconica casella delle etnie più combattute, odiate, disprezzate dagli abitanti che si ritenevano gli unici padroni «autoctoni» delle terre occupate dai bisnonni. Dice tutto l'ostilità contro ogni manifestazione di cattolicesimo popolare (le processioni con le statue dei santi, le invocazioni urlate, i fuochi artificiali...) visto come primitivo, bigotto, «pagano». C'è una frase di un prete irlandese, Bernard Lynch, che sintetizza un mondo intero di sentimenti. Ridendo di come i nostri emigranti si accatastavano nei «block» newyorkesi di Mulberry Street o Bayard Street (dove il fotografo Jakob Riis contò 1324 italiani ammucchiati in 132 stanze), quel prete arrivò a dire in un rapporto al vescovo: «Gli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi». Di più: «Dove l'uomo non potrebbe vivere, secondo le teorie scientifiche, l'italiano si ingrassa.»
Ancora più straziante, e indicativo del rapporto malato fra i penultimi e gli ultimi, è il ricordo di quanto accadde nel 1891 a New Orleans. Dove il sindaco Joseph A. Shakespeare, convinto che gli immigrati italiani e soprattutto siciliani fossero il peggio del peggio («Sono sudici nella persona e nelle abitazioni e le epidemie, qui da noi, scoppiano quasi sempre nei loro quartieri. Sono codardi, privi di qualsiasi senso dell'onore, di sincerità, di orgoglio, di religione e di qualsiasi altra dote atta a fare di un individuo un buon cittadino...») scaricò contro la nostra comunità l'accusa di avere organizzato l'omicidio del capo della polizia, David C. Hennessy.
L'ondata di arresti che seguì alla campagna anti-italiana («La polizia li trascinò in carcere sottoponendoli a un trattamento abbastanza pesante, ma la principale accusa che si poteva muover loro era quella di non saper parlare in inglese», ammise il New York Times che pure era molto duro con i nostri) non riuscì tuttavia a placare l'odio razziale del sindaco e dei razzisti da cui si era circondato.
Dopo l'abolizione della schiavitù, in realtà, spiega nel libro «Vendetta» Richard Gambino, «la manodopera italiana parve un dono di Dio, la soluzione che avrebbe consentito di sostituire tanto i neri quanto i muli. I siciliani lavoravano accontentandosi di bassi salari e, in contrasto con lo scontento dei neri, dimostravano di essere più che soddisfatti dei quattro soldi che riuscivano a raggranellare. E quel che più contava, sottolineavano i piantatori, erano di gran lunga più efficienti come lavoratori e meno turbolenti come individui». Anzi, adattandosi a condizioni di vita bestiali, riconobbe la «Federal Commission for Immigration» (smentendo implicitamente l'accusa che fossero «tutti mafiosi e fannulloni») i nostri nonni erano arrivati a produrre pro capite il 40% di zucchero e di cotone in più.
Fatto sta che il processo, nonostante sembrasse destinato ad annientare gli otto siciliani accusati dell'omicidio, finì con un'assoluzione generale: non c'erano prove. A quel punto, prima che gli accusati fossero rimessi in libertà, il giornale «New Delta» pubblicò un appello: «Tutti i buoni cittadini sono invitati a partecipare a un raduno di massa, sabato 14 marzo alle dieci del mattino, alla Clay Statue, per compiere i passi necessari atti a porre rimedio all'errore giudiziario nel caso Hennessy. Venite e tenetevi pronti ad agire». E ventimila persone (immaginate quanto odio ci vuole per muovere una folla così) diedero l'assalto al carcere della contea per tirar fuori gli italiani assolti e linciarli. Tra i «giustizieri», che trovarono pace secondo Gambino solo dopo l'allineamento dei cadaveri sul marciapiede dove in tanti sfilarono per sputare sui corpi, c'erano diversi neri. Poveracci vittime quotidiane del razzismo che videro in quel linciaggio l'occasione per dimostrare, come dicevamo, di essere «più americani» loro degli ultimi arrivati. Che li avevano sostituiti nei campi di cotone e di canna da zucchero.



Favorire le Ragioni del Dialogo in un Paese sempre più multiculturale
Corriere della sera, 23-02-2012
Armando Torno

Dialogare ha ormai lo stesso significato di costruire. Le riforme sono considerate tali se condivise, e le regole, in un mondo che non ha più confini, necessitano di continui confronti. Non si discute più come negli anni Sessanta per cambiare il mondo, ma per sopravvivere in esso. E il nuovo millennio ha insegnato che le religioni non sono morte, anzi. Se talune avvertono una certa crisi, non poche si stanno espandendo. Le une e le altre necessitano comunque di un continuo dialogo. In assenza di esso si trasformano facilmente in fondamentalismi.
L'Italia è una terra di antichi confronti. Ma è altresì un Paese nel quale urgenti domande non sono ancora state poste. Riguardano i cambiamenti in atto. Molti di essi sono recati dalle religioni di una società multiculturale. Per esempio: il nostro diritto di famiglia cosa farà quando la componente islamica diventerà rilevante? E i nuovi culti che sono ormai diffusi capillarmente e vivono sovente celati, si integreranno con le radici cattoliche di questo Paese? Con quali risultati? Se il Vaticano sente da tempo la necessità di dar vita a confronti con i non credenti e con altre confessioni, anche lo Stato dovrebbe porsi laicamente un analogo problema. Con uno scopo semplice: favorire le ragioni del dialogo interconfessionale per rendere migliore la convivenza di domani.
Sorprende un'osservazione di Mauro Miccio nel suo saggio Corpo a corpo. Dialoghi e conflitti nell'età contemporanea (Franco Angeli, pp. 144, 18): «Le religioni entrano in conflitto tra loro quando diventano il linguaggio pubblico delle politiche d'identità, quando diventano repertori di miti e simboli per dare fondamento al radicamento e all'unità di gruppo, quando diventano il linguaggio politico e pubblico della riaffermazione delle forme d'identità». Nella sua ricerca tesa a un comune sentire morale e nel tentavo di mettere in evidenza gli elementi che legano i diversi culti, questo sociologo mette le dita nella piaga. I problemi recati dalla nuova situazione religiosa emergono lentamente tra identità e appartenenze. L'antidoto è sempre il dialogo.



A scuola si diventa italiani
La Stampa, 23-02-2012
ANDREA GAVOSTO*
È un’assurdità e una follia che dei bambini nati in Italia non diventino italiani». Parole forti del presidente Napolitano, che prima di Natale ha sollecitato il Parlamento a farsi carico del tema dell’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei figli degli immigrati. Parole riprese nei giorni scorsi dal ministro dell’Interno Cancellieri e da quello dell’Integrazione Riccardi, con sfumature diverse. Parole che ci dicono che il tempo è maturo per intervenire; anzi ne abbiamo perso già troppo, incapaci di superare lo stallo - sovente molto ideologico - fra le maglie troppo strette dello ius sanguinis e quelle troppo larghe dello ius soli.
Una cosa è certa: l’attuale legge, che prevede il diritto di acquisire a 18 anni la cittadinanza solo per i figli di genitori stranieri che siano nati qui e che dimostrino di aver risieduto in Italia tutta la vita senza interruzioni, non funziona. E’ barocca e impraticabile: per le famiglie immigrate, dimostrare la residenza ininterrotta è molto difficile, soprattutto perché le varie sanatorie che l’Italia ha adottato hanno creato periodi di vuoto nelle iscrizioni in anagrafe, anche nei casi di effettiva residenza in Italia. Soprattutto, è una legge fuori dal tempo, che non fa i conti con la realtà dell’immigrazione in Italia: forse accettabile ieri quando il fenomeno era una novità, non certo oggi quando nelle grandi città un nato su tre ha genitori stranieri. Quando venne varata, gli stranieri diciottenni nati in Italia erano poche decine. Nel 2012 circa 8000 stranieri nati in Italia diventeranno maggiorenni. Sappiamo - perché sono già nati e risiedono in Italia - che il numero dei diciottenni stranieri salirà a 16.000 nel 2016, 33.000 nel 2020, 72.000 nel 2026. Perché mai costringere tutti questi giovani nati e cresciuti in Italia a percorsi di esercizio di un loro diritto lunghi (al compimento dei 18 anni, le pratiche possono prolungarsi anche per tre anni), inutilmente tortuosi e soprattutto incerti?
La Fondazione Agnelli ha da tempo una proposta semplice da tradurre sul piano legislativo e probabilmente in grado di ottenere un consenso ampio sul piano politico.
La nostra proposta è che l’acquisizione della cittadinanza da parte dei figli degli immigrati discenda dall’aver frequentato le scuole italiane. Per chi è nato in Italia da genitori stranieri (le seconde generazioni in senso stretto), ma anche per chi vi è arrivato in tenera età (le cosiddette generazioni 1,75), un percorso scolastico completo (dalla primaria al completamento dell’obbligo formativo a 16 anni) e certificato (pagelle, esami di Stato) deve poter costituire una dimostrazione sufficiente non solo della permanenza nel nostro Paese - come attualmente richiesto dal requisito di residenza - ma soprattutto di una conoscenza adeguata della lingua italiana e di tutti quei requisiti di cultura storica, civile e scientifica che riteniamo irrinunciabili per la formazione di un buon cittadino italiano. La scuola dell’obbligo, oltre a sottoporre a un trattamento di circa 10.000 ore di lezione lungo l’arco di una decina di anni, assicura un livello di integrazione - ad esempio con i compagni di classe - che il semplice requisito di residenza non garantisce. D’altra parte, chi se non la scuola - ha svolto la missione di «fare gli italiani» negli ultimi 150 anni?
Riconoscere la scuola, anche ai fini giuridici, come il vero luogo dell’integrazione dei figli degli immigrati significa fare passi in avanti rispetto alla situazione attuale: (a) si supera l’attuale discrepanza tra il trattamento delle seconde generazioni e quello riservato alle generazioni 1,75; (b) si rimuove l’incertezza sull’approdo alla cittadinanza italiana che attualmente caratterizza l’adolescenza delle seconde generazioni, ossia la fase della crescita in cui si consolidano i valori e i sentimenti di appartenenza; (c) si abbassa l’età di acquisizione della cittadinanza dai 18 (ma nei fatti siamo sempre sopra ai 20) ai 16 anni, seguendo la tendenza europea all’anticipazione; (d) si riafferma esplicitamente la centralità della funzione scolastica, richiamando inoltre le famiglie immigrate, direttamente interessate, alle proprie responsabilità nel curare la regolare frequenza dei propri figli. Secondo noi, sarebbe il modo migliore per dar seguito all’appello del Capo dello Stato.
* Direttore Fondazione Giovanni Agnelli



La campagna "L'Italia sono anch'io" Rutelli: "Diventeremo una sala parto"
Il senatore dell'Api "lancia un sasso" contro la proposta di legge per la cittadinanza a chi nasce in Italia da genitori che risiedono da almeno un anno nel nostro Paese. "Ma prima di parlare si sarà documentto?": è la reazione delle associazione che animano la Campagna. La risposta di Graziano Delrio del comitato promotore
la Repubblica.it, 22-02-2012
CARLO CIAVONI
ROMA - "Se introduciamo lo ius soli - ha detto Francesco Rutelli, leader dell'Api - se cioè concediamo l'automatica cittadinanza italiana per chiunque nasca sul nostro territorio, rischiamo di trasformare l'isola di Lampedusa o il porto di Ancona o la stazione di Trieste nelle succursali della più clamorosa clinica ostetrica d'Europa". Dunque, l'ex sindaco di Roma avanza sul proscenio e si pronuncia contro la campagna L'Italia sono anch'io 1 che l'Arci 2, assieme ad altre 19 associazioni, sta conducendo per far raggiungere al nostro Paese un grado di civiltà e un livello di cultura dell'accoglienza quanto meno simile a quella di tanti altri paesi europei.
Un'uscita fuori luogo. L'uscita dell'esponente politico si è subito dimostrata, oltre che incondivisibile, anche molto fuori luogo. "Forse non sa di cosa sta parlando" è stata la prima reazione di diversi esponenti delle associazioni che animano la Campagna. E la ragione è semplice: nessuno ha mai proposto di concedere la cittadinanza a chiunque nasca nel nostro territorio, meno che mai i promotori della campagna L'Italia sono anch'io, i quali dicono sostanziakmente un'altra cosa, e cioè che la cittadinanza va concessa a tutti gli individui che nascono nel nostro Paese e che hanno almeno
un genitore che vive in Italia da un anno con regolare permesso di soggiorno    
Le reazioni. "Le nostre proposte di legge di iniziativa popolare - ha detto Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia e presidente del Comitato promotore della campagna, oltre che presidente dell'Anci 3 - chiedono di introdurre finalmente con efficacia nella legge sulla cittadinanza il tema dei minori che nascono e che vivono nel nostro Paese, ma non si prevede affatto lo ius soli automatico, contro il quale si pronuncia oggi il senatore Rutelli e in passato si sono pronunciati altri autorevoli esponenti politici, in alcuni casi attribuendo a noi proposte che non abbiamo mai fatto. Una delegazione della campagna - ha aggiunto il sindaco - illustrerà domani le proposte ai deputati della I Commissione Affari Costituzionali della Camera, in vista del deposito ai primi di marzo delle oltre 50mila firme per legge raccolte in tutte le città d'Italia".
"Ma prima si sarà informato?" Le dichiarazioni di Francesco Rutelli lasciano sbalorditi - ha commentato Filippo Miraglia, responsabile immigrazione Arci - si basano su presupposti falsi e dimostrano un cinismo davvero sconcertante. Perché o Rutelli non si è nemmeno preso la briga di informarsi leggendo, per esempio, la proposta di legge sostenuta dalla Campagna l'Italia sono anch'io, o  travisa la materia a ragion veduta. Di sicuro c'è chi parla a sproposito, visto che nella proposta di legge della Campagna, come pure nelle altre proposte presentate, il riconoscimento del diritto di cittadinanza in base allo ius soli è comunque subordinato alla permanenza regolare sul territorio italiano di almeno uno dei genitori. Nella nostra proposta, in particolare, lo ius soli è subordinato alla condizione che almeno uno dei genitori del bambino nato in Italia sia presente regolarmente nel nostro Paese da almeno un anno, sia cioè in possesso del permesso di soggiorno che, come dovrebbe essere noto anche a Rutelli, viene concesso solo a chi dimostra  di avere un lavoro regolare, un alloggio e un reddito adeguato"



Prato: corsi di lingua e formazione professionale per i profughi provenienti dalla Libia.
Iniziativa della Provincia e del Centro per l’impiego per i 31 ospiti delle strutture di Cerreto, Sofignano e Oste.
Immigrazione Oggi, 23-02-2012
Corsi di lingua italiana e orientamento con l’obiettivo di facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro. È questo il percorso che la Provincia ha aperto, attraverso il Centro per l’impiego e le risorse messe a disposizione dal Fondo sociale europeo, per i profughi giunti a Prato dalla Libia durante il periodo più sanguinoso della rivolta che ha portato al rovesciamento del regime di Gheddafi.
Questa mattina la vice presidente della Provincia Ambra Giorgi, l’assessore al Sociale Loredana Ferrara, il presidente della Fondazione Opera Santa Rita Roberto Macrì e per il Centro per l’impiego il presidente Aldo Gioli e il direttore Michele Del Campo hanno presentato insieme il percorso.
La Provincia – si legge in una nota – intende dare il suo contributo all’accoglienza e all’integrazione dei profughi mettendo a disposizione delle opportunità formative per imparare la lingua italiana e anche un mestiere. L’obiettivo a lungo termine del tenere impegnati gli ospiti in attività formative e in contatto con istituzioni e operatori sociali è di trasmettere loro comportamenti “contaminanti” verso la legalità e il vivere civile ed è anche il miglior modo per evitare disagi sociali per l’intera comunità.
Il Centro per l’impiego sarà il braccio operativo di questa azione che sarà formativa, ma anche di orientamento a scegliere percorsi successivi di lavoro. I corsi di italiano in particolare, che rientrano in un bando complessivo di formazione professionalizzante, hanno come destinatari i cittadini stranieri maggiorenni, inoccupati, disoccupati e occupati che finalizzino la partecipazione al consolidamento del posto di lavoro. La durata è di 120 ore, il corso è gratuito e la frequenza è obbligatoria. Per i corsi di lingua italiana livello A2 sarà presa in considerazione l’eventuale richiesta dei corsisti per svolgere l’ esame al cui superamento è subordinato il rilascio del permesso di soggiorno.
I profughi a Prato sono in tutto 31, dei quali 27 uomini e 4 donne con 2 bambini. 7 provengono dal Bangladesh, 3 dalla Nigeria, 7 dal Mali, 3 dal Pakistan, 2 dal Ghana, 2 dal Niger, 1 dalla Guinea e 1 dalla Siria.

 

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