27 febbraio 2012

Il primo marzo sciopero degli immigrati
La Stampa, 27-03-3012
WALTER PASSERINI
Siamo al terzo sciopero degli immigrati, dopo quelli del 2010 e del 2011. I lavoratori stranieri nel nostro paese sono tanti, quasi tre milioni i regolari, molti ancora fantasmi e clandestini. Svolgono lavori che gli italiani non vogliono fare, lavori umili, pericolosi, lavori precari, lavori sottopagati, Operai dei cantieri edili, delle industrie siderurgiche, delle verniciature. Colf e badanti svolgono un lavoro nelle nostre case, prezioso, delicato, disprezzato. Vengono dalla Romania, dall' Ucraina, dalla Moldavia, da Filippine, Sri Lanka, Ecuador, Perù. Molte sono laureate. Curano vecchi e bambini.
Tra le ragioni delle manifestazioni che si terranno giovedì primo marzo vi è la questione dei diritti. Gli stranieri sono spesso invisibili: lavorano di giorno nelle nostre case, ma la sera non ci interessa dove vivono e come se la cavano. Molti aspettano ancora giustizia dopo la truffa del riconoscimento del 2009. Denunciano laumento dei costi per il rilascio del permesso di soggiorno.
L’astensione dal lavoro la faranno in pochi, perché quelli che si assentano rischiano di perdere il posto. Altri parteciperanno a manifestazioni simboliche. Chiedevamo braccia, sono arrivate persone.



1° marzo 2012. Immigrati e nuovi italiani per l'Italia dei diritti
il Pane e le Rose, 27-02-2012
Di anno in anno, per effetto dei nuovi nati e dei ricongiungimenti familiari, aumenta il numero delle cosiddette seconde generazioni: adolescenti e giovani, figli di immigrati e rifugiati nati e/o cresciuti in Italia. Avanguardie dei futuri cittadini italiani, ragazzi e ragazze di origine straniera, che chiedono a gran voce un dialogo concreto con le istituzioni, per costruire assieme una riflessione comune sul diritto alla cittadinanza e al lavoro. La nuova giornata del “1° marzo - Sciopero degli stranieri”, da due anni appuntamento fisso e irrinunciabile, vuole essere un punto di partenza, per tornare a discutere delle tematiche legate all'immigrazione e far comprendere quanto sia determinante l'apporto degli immigrati e dei loro figli alla tenuta e al funzionamento della società. Ci piacerebbe, per una volta, porre al centro la vita quotidiana di chi, immigrato o nato qui, contribuisce nel quotidiano a far crescere l’Italia. Si parlerà dunque di diritti delle seconde generazioni, comunicazione, lavoro e cittadinanza con i conduttori di ItaliaDue – le seconde generazioni in onda, trasmissione radiofonica live sulle frequenze di Radio Popolare Roma, dalla sala cinema del Brancaleone e aperta ai contributi di tutti.
Ospiti della giornata: Rete G2 - Ezequiel Iurcovich, Anolf 2° generazione - Maruan Oussaifi, Collettivo A.L.M.A. - Igiaba Scego, A buon diritto - Valentina Brinis, Consulta degli Stranieri di Roma Capitale - Aziz Darif, L'Italia sono anch'io campagna per i diritti di cittadinanza - Grazia Naletto. Con il supporto del Comitato Primo Marzo. Conducono Khalid Chaouki, Samia Oursana e Adil Mauro di ItaliaDue. A seguire aperitivo e il concerto dell’ensemble multietnico IYI ORCHESTRA
Immigrati e nuovi italiani per l'Italia dei diritti
Giovedì 1° marzo, dalle 18.30 al Brancaleone (Montesacro – via Levanna, 11)
Un'iniziativa promossa da ItaliaDue - le seconde generazioni in onda & Compagnia delle Lettere
RADIO POPOLARE ROMA | Popolare Network
Sui 103.3 Mhz di Roma e provincia
In streaming su www.radiopopolareroma.it
Tel. 06 899291 Fax 06 89929152
Via Levanna 13 - 00141 ROMA



Le arance della Fanta raccolte dagli immigrati E la Coca Cola disdice i contratti con le aziende
La notizia mette ko l'economia della piana calabrese. Forte anche la preoccupazione del sindaco di Rosarno (che vive sotto scorta)
Corriere della sera, 26-02-2012
Biagio Simonetta
Immigrati alla manifestazione ad un anno dalla rivolta a Rosarno, 7 gennaio 2010 (foto Ansa)Immigrati alla manifestazione ad un anno dalla rivolta a Rosarno, 7 gennaio 2010 (foto Ansa)
MILANO - Prima il danno, cioè la notizia che le arance con le quali Coca Cola produce la Fanta vengono raccolte negli agrumeti calabresi da centinaia di africani irregolari che percepiscono una paga da fame. Ora la beffa, con la stessa multinazionale che pare aver disdetto le ordinazioni alle aziende della Piana di Rosarno. A darne notizia è il primo cittadino della città reggina, Elisabetta Tripodi, che si dice preoccupata per le ricadute economiche (e forse anche sociali) che questa decisione di Coca Cola potrà avere sul suo territorio. Un territorio delicato e particolare, dove gli agrumeti sono fra le poche fonti di ricchezza.
L'INCHIESTA - Tutto è partito un paio di giorni fa da un'inchiesta della rivista britannica The Ecologist ripresa da Corriere.it riguardante il coinvolgimento della Coca Cola nello sfruttamento della manodopera africana in Calabria. Secondo The Ecologist la multinazionale americana acquisterebbe a costi ridottissimi succo d'arancia concentrato dalle aziende calabresi. E questo sarebbe il motivo per cui gli agrumicoltori sarebbero costretti a sottopagare gli immigrati (25 euro per una giornata lavorativa di 14/15 ore). In fondo, poi, la condizione degli africani a Rosarno è cosa nota. E la loro rivolta del gennaio 2009 è ancora viva nei ricordi di molti. Pietro Molinaro, presidente della Coldiretti Calabria, interpellato da The Ecologist aveva confermato il fatto, raccontando che «il prezzo che pagano le multinazionali non è giusto» e che «così costringono le piccole aziende dell'area a sottopagare gli operai». «Basterebbe che le multinazionali pagassero il giusto prezzo di 15 centesimi - aveva aggiunto Molinari - e la situazione cambierebbe radicalmente».
COCA COLA DISDICE - La Coca Cola dal canto suo aveva smentito respingendo ogni accusa. Ora, però, pare sia andata oltre, disdicendo gli ordini con le aziende calabresi per tutelare la propria immagine. Un disimpegno economico che metterebbe ko il comparto agrumicolo reggino. E il sindaco di Rosarno, Elisabetta Tripodi, affida a poche frasi la sua preoccupazione: «Al danno si aggiunge la beffa. Il proprietario di un'azienda di trasformazione delle arance - dice il sindaco - mi ha telefonato per comunicarmi che la Coca Cola ha disdetto il contratto per tutelare la sua immagine. Se la notizia verrà confermata la nostra economia subirà un danno devastante». «Il vero problema - aggiunge la Tripodi (che da mesi vive sotto scorta per le minacce subite dal clan locale) - è che gli agricoltori non raccolgono il prodotto perché il prezzo è troppo basso. Questa situazione ha quindi provocato un impoverimento di tutto il settore ed è ovvio che a risentirne sono anche i lavoratori». Da don Pino De Masi, responsabile di Libera nella Piana di Gioia Tauro, è invece giunto un invito a boicottare «tutte le multinazionali che sfruttano situazioni di emarginazione». «Non mi meraviglio - aggiunge don Pino - che una multinazionale come la Coca Cola utilizzi le arance raccolte da lavoratori sfruttati per produrre i suoi prodotti. Queste grandi aziende pensano che tutto sia in perfetta regola ma in realtà dovrebbero sapere quanto accade nei nostri territori e le situazioni in cui lavorano queste persone». A Rosarno sono oltre un migliaio gli africani che in questi giorni lavorano negli agrumeti. Se la raccolta dovesse arrestarsi di colpo, le reazioni potrebbero essere imprevedibili.



Rao su inchiesta The Ecologist
Rtv, 27-02-2012
Ancora una volta Rosarno si trova al centro di strumentalizzazioni ed è teatro di una sempre crescente disinformazione che, di volta in volta, viene alimentata per amplificare un effetto mediatico che nasconde sempre la vera realtà. Questa volta è stata l’indagine di un periodico straniero sulle condizioni di lavoro degli immigrati a dare il via alle reazioni e controreazioni che, mi si consenta, aggiungono davvero poco all’analisi della situazione reale. Non entro nel merito della indagine giornalistica. Ma sono personalmente a conoscenza di tante situazioni in cui i lavoratori immigrati sono assunti e lavorano nel pieno rispetto delle leggi vigenti. E per quanto mi riguarda non potrebbe essere diversamente. E le leggi sono tenute a rispettarle tutti, dalle multinazionali a qualunque impresa che decida di assumere chicchessia, compresi gli immigrati.
Ma ancora una volta, attraverso le generalizzazioni e la facile propaganda, si perde una occasione per affrontare in modo serio il fenomeno. Continuo ad essere convinto, e lo vado dicendo in ogni sede, che la vera questione prima ancora che l’assistenza è garantire lo sviluppo economico di queste terre. Senza politiche specifiche e mirate al rilancio ed alla crescita dell’intero comparto agricolo ed agroalimentare della Piana di Rosarno non c’è nessun futuro per l’agricoltura del territorio. Non sarà l’indagine di un giornale a condannare le prospettive di un territorio né a risollevarle. Così come non sarà il consolidarsi della già riconosciuta e sperimentata propensione alla accoglienza dei cittadini di Rosarno a fare sì che gli immigrati possano pienamente integrarsi nel tessuto socio-economico del territorio.
Occorrono politiche speciali. Occorrono azioni amministrative concrete che invertano la rotta rispetto all’inesorabile decadimento del comparto agrumicolo della Piana di Rosarno, che sta avvenendo oramai da anni nel pieno e colpevole disinteresse delle Istituzioni, di tutte quelle Istituzioni che, invece, potrebbero fare qualcosa per arginare alcune delle difficoltà cui le imprese quotidianamente si imbattono. Abbiamo una vocazione agricola ed agrumicola che consta di molteplici potenzialità. Siamo in grado di coltivare e commercializzare prodotti che possono competere nei mercati nazionali ed internazionali. Ma è arrivato il tempo di imbatterci sulla sfida della qualità e dello stare insieme, nel fare rete tra produttori ed istituzioni che non possono rimanere assenti e lontane rispetto ai problemi. C’è un problema di accesso al credito delle imprese di cui nessuno parla. C’è un problema nell’intercettare le forme di finanziamento pubblico per realizzare gli investimenti di cui nessuno parla. C’è una pioggia di milioni di Euro dei fondi comunitari che arriva sui territori e che non produce nessun risultato in termini di crescita di competitività delle aziende e dei rispettivi comparti. Di questo ed altro ancora bisogna parlare. Perché sono queste le uniche direttrici lungo le quali dovremmo muoverci e dibattere. Impegniamoci per assicurare uno sviluppo vero e duraturo al comparto agricolo della Piana di Rosarno. Solo così eviteremo di svendere le nostre arance o lasciarle marcire sugli alberi.



Malattie. "Non addossare agli immigrati colpe che non hanno"
Medici di Udine: "Gli immigrati non sono degli untori". Gli esperti hanno fornito il quadro aggiornato sulle patologie riemergenti rifiutando qualsiasi tentativo di individuare nel diverso, nell'immigrato, il presunto responsabile di infezioni
stranieri in Italia, 27-02-2012
Udine, 27 febbraio 2012 - "Gli immigrati non sono degli untori": una presa di posizione forte emersa oggi dal convegno dell'Ordine dei Medici di Udine in collaborazione con "Medici Senza Frontiere" sul tema della medicina umanitaria e delle immigrazioni.
Gli esperti hanno fornito il quadro aggiornato sulle patologie riemergenti "rifiutando - si legge in una nota dell'Ordine - qualsiasi tentativo di individuare nel diverso, nell'immigrato, il presunto responsabile di infezioni". "Dobbiamo affrontare questo argomento con onesta', verita' e soprattutto senza addossare agli immigrati colpe che non hanno, come se si volesse trovare una causa esterna alla comunita' di appartenenza", ha affermato il presidente dell'Ordine Maurizio Rocco.
"Le malattie d'importazione - ha specificato Guglielmo Pitzalis responsabile Gris (Gruppo immigrazione salute) - sono importanti, ma bisogna sottolineare che esse presentano un limitato livello di rischio per la comunita' friulana". Per Pitzalis "le patologie dei migranti trattate in Friuli negli ambulatori dei medici di base sono le stesse che colpiscono tutti noi (influenza, bronchiti, gastriti e altre) salvo che per una maggiore incidenza degli infortuni sul lavoro e per un piu' ampio ricorso da parte delle donne immigrate all'interruzione volontaria di gravidanza per motivi economici, culturali e sociali".
Il responsabile di "Medici Senza Frontiere Italia" Gianfranco De Maio ha quindi dichiarato che "in presenza di malattie emergenti la caccia all'untore e' una perdita di tempo, oltre che di risorse. Si devono invece adottare nuove strategie adattate al contesto locale". Piu' specificatamente per quanto riguarda Hiv e sifilide. in Friuli Venezia Giulia il tasso d'incidenza, per l'anno 2010, e' leggermente inferiore alla media nazionale: 3.3 casi ogni 100mila abitanti.
Scorporando il dato e analizzando la quota relativa agli immigrati emerge che il tasso e' di 20 casi ogni 100mila immigrati su scala nazionale, mentre in Friuli Venezia Giulia ci si attesta fra i 5 e i 10 casi ogni 100mila immigrati. Sul versante della Tbc (tubercolosi) non si registra un aumento nell'incidenza: da vent'anni e' stabile con una media a quota 7,6 casi ogni 100mila abitanti. Fra gli immigrati si contano 30 casi ogni 100mila immigrati (i dati sono aggiornati al 2008).



Lazio: dalla Regione due progetti contro lo sfruttamento lavorativo e sessuale delle donne immigrate.
Un sistema integrato di emersione, prima accoglienza, assistenza e integrazione sociale.
Immigrazione Oggi, 27-02-2012
Due progetti contro lo sfruttamento lavorativo, lo sfruttamento sessuale e la tratta che vede vittime le donne immigrate. Sono le iniziative “Agar I” e “Agar II” approvati dalla Regione Lazio e cofinanziati dal Consiglio dei ministri, Dipartimento per le pari opportunità.
“Con questi progetti – ha dichiarato la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini – confermiamo la nostra attenzione al fenomeno della violenza contro le donne e promuoviamo specifiche azioni in favore delle vittime di tratta e di grave sfruttamento sessuale o lavorativo. Se da un lato l’obiettivo è far emergere i casi sommersi, dall’altro puntiamo a realizzare percorsi di assistenza e di integrazione sociale e lavorativa. Una presa in carico a 360 gradi per evitare che le vittime ricadano nella rete dello sfruttamento”.
“Agar I - Agire e assistere in rete contro la tratta nel Lazio: programma regionale di emersione e prima assistenza” e “Agar II - Agire e assistere in rete contro la tratta nel Lazio: programma regionale di assistenza e di integrazione sociale”, realizzano un innovativo sistema di governance tra la Regione Lazio e le associazioni che si occupano di assistere le vittime di sfruttamento. In particolare, specifiche unità di strada intercetteranno le vittime direttamente nei luoghi di sfruttamento, per poi offrire protezione e prima assistenza presso i centri antiviolenza. A questa prima fase, farà seguito un percorso che intende favorire l’inserimento sociale e il raggiungimento della piena autonomia, attraverso l’accompagnamento nelle fasi della denuncia e del processo, ma anche l’assistenza legale per l’eventuale ottenimento del permesso di soggiorno, l’assistenza socio-sanitaria, percorsi formativi per l’inserimento lavorativo e assistenza per il rimpatrio assistito.



Il Trattato della vergogna
La condanna di Strasburgo contro l’Italia, responsabile di violazione dei diritti umani per i respingimenti, pone un interrogativo: che ne è dell’accordo con la Libia, formalmente mai sospeso?
il Fatto, 26-02-2012
Furio Colombo
Signor Presidente, vorrei ricordare che il voto favorevole su questo Trattato sarà una pietra tombale sui diritti di umani di quei dannati della terra che sono in realtà la ragione del pagamento di centinaia di milioni di dollari alla Libia di Gheddafi. Il fatto è prorpio questo: si dice di voler combattere i mercanti di schiavi e si dà la caccia agli schiavi. Signor Presidente, per fortuna abbiamo la testimonianza costante dei deputati radicali eletti nel Pd, per fortuna ci sono persone come l'On. Sarubbi che dicono queste cose, altrimenti da questa parte dell'aula ci sarebbe un silenzio che non riesco a spiegarmi. Signor Presidente, è già stato notato dai colleghi radicali il curioso silenzio dei media. Per le televisioni e i giornali questo dibattito non sta avvenendo. Se i media ne parlassero, la vicenda, così come si sta svolgendo, sarebbe clamorosa: dalla parte della Libia, vi sono il Popolo della Libertà e il Partito Democratico; dall'altra, contro il governo libico e contro il Trattato di amicizia con la Libia, i sei deputati radicali, due deputati del Pd, l'Italia dei Valori, l'Unione di Centro (su alcune posizioni) e alcuni deputati che usciranno dall'aula al momento del voto.
Signor Presidente, vorrei anticiparle che, in questo mondo globale, entro alcuni mesi cominceremo a sapere che cosa accade davvero nelle prigioni libiche e nella zona di mare sottoposta a pattugliamento misto, dunque a respingimento. Quando sapremo queste cose suggerisco ai colleghi del ‘corteo Gheddafi’ di preparare qualche risposta per gli italiani e per il mondo. Signor Presidente, questo Trattato è fuori dalla Costituzione perchè nega i diritti delle persone, è fuori dalla Convenzione di Ginevra perchè abbandona i profughi e non consente il diritto di asilo; è fuori dalla Carta dei Diritti dell'Uomo perché espone a persecuzione i migranti. È fuori dall'Europa perchè nessun Paese vuole avere un ruolo accanto all’Italia in questa storia terribile. Oggi questo Parlamento dovrà votare un trattato-ricatto con un ricattatore che non esisterà a rilanciare il gioco perché sa che i due fondamenti del Trattato sono il respingimento in mare o la cattura dei migranti e l’approvvigionamento del petrolio. Il senso di questo Trattato è che noi paghiamo i privilegi che ci garantisce con armi, somme enormi e vite umane”.
* * *
QUESTI CHE avete letto qui sopra sono frammenti del continuo, affannato intervenire alla Camera dei Deputati il giorno 20 gennaio 2009, quando ho tentato di oppormi all’approvazione quasi all'unanimità il Trattato di amicizia con la grande Jamahirrya (la Libia di Gheddafi). Quel Trattato adesso si aggiunge agli errori gravi e ai momenti oscuri della nostra Repubblica. Perché ancora oggi, con la selvaggia uccisione di Gheddafi, non sappiamo e non sapremo mai tutte le ragioni, e il vero senso di un ignobile atto diplomatico stranamente accettato in modo così silenzioso e concorde da quasi tutto il Parlamento. Un evento di giovedì scorso mi riporta al ricordo di quel giorno, di quelle ore di estremo tentativo di sbarrare la strada al Trattato, sospetto di interessi privati, oltre che di clamorosa violazione di norme internazionali e di patti italiani pre-esistenti, oltre che di creazione di una folle alleanza militare con basi italiane a disposizione della Libia, oltre che alla istituzione, approvata e votata, del delitto di “respingimento in mare” per chi tentasse di trovare rifugio in Italia fuggendo guerre e persecuzioni. Sto parlando della condanna definitiva della Corte di Strasburgo contro l'Italia per violazione dei diritti umani. Tale sentenza ripete, una per una, le ragioni e le tragiche previsioni degli oppositori di quella legge priva di senso umano e di senso giuridico. Nella Cancelleria della Corte il caso è rubricato come “Hirsi Jamaa contro l'Italia”, ed è fondato sul ricorso di 11 profughi somali e 10 eritrei, assistiti dal Consiglio Italiano per i Rifugiati (cito da La Repubblica, 24 febbraio) che nella notte tra il 6 e il 7 maggio 2009 furono intercettati a sud di Lampedusa e consegnati dalle motonavi italiane alle autorità libiche. Un comportamento che, secondo il verdetto unanime dei giudici di Strasburgo, ha violato l'articolo 3 della Convenzione europea sui Diritti dell'Uomo. Infatti consegnando i profughi alla Libia, l'Italia li ha esposti a due rischi estremi: la morte nelle prigioni di un Paese che non ha firmato alcuna convenzione o trattato sui Diritti umani e ha goduto della triste celebrità di non rispettarli mai. E il rischio di morte, se rimpatriati, per i profughi consegnati ai libici. Inoltre l’Italia è stata riconosciuta colpevole del delitto di espulsione collettiva, per non aver concesso ai migranti la possibilità di richiedere il diritto d'asilo.
L'ITALIA è stata anche condannata per avere dichiarato che “La Libia era un posto sicuro e che Tripoli rispettava i propri impegni internazionali sull'accesso all'asilo”. Ora è bene chiarire: questo ricordare insieme l’opposizione accanita di pochi in un Parlamento stranamente succube a un Trattato disumano, ma anche assurdo, e la sentenza della Corte di Strasburgo non è una celebrazione perché ha troppe impronte di morte. Ma l'intenzione è di tenere vivo un altro allarme. Misteriosamente il Trattato condannato da Strasburgo non è ufficialmente e formalmente cancellato. Per quanto ne sappiamo, i nuovi libici vorrebbero dimenticarlo. L'Italia, anche con il nuovo governo, sembra amare una finzione di sopravvivenza, benché i mondi di Gheddafi e di Berlusconi siano crollati per sempre. Il problema rimane. Qualcuno lo chieda, qualcuno lo dica: c'è ancora quel Trattato che ci condanna come un Paese barbaro e disumano secondo la squallida visione di Maroni, di Bossi, di Calderoli, di Borghezio, di Castelli e di ciò che resta della Lega Nord?



Cittadinanza ai figli da immigrati ecco 6027 firme
Gazzeta di Modena, 26-02-2012
Raccolte 140 mila firme in tutta Italia e 6027 a Modena per dare la cittadinanza ai figli di immigrati stranieri.
È questo il bilancio della petizione indirizzata al Parlamento per trasformare in legge un’opportunità che riguarda mezzo milione di giovani e giovanissimi, nati e cresciuti in Italia ma che hanno il passaporto di un altro Paese. Con le leggi attuali possono iniziare il percorso amministrativo per ottenere la cittadinanza italiana solo al compimento del diciottesimo anno d’età.
I dati sono stati diffusi nel corso di un convegno che si è tenuto ieri nella sala consiliare del Comune, a cui ha partecipato, a fianco del sindaco Pighi e del collega Mirandola, anche il presidente dell’Anci nazionale, Graziano Delrio, primo cittadino di Reggio Emilia.
Nel corso dell’incontro hanno preso la parola diversi giovani, modenesi per vita e cultura ma stranieri per la legge, che hanno portato la loro testimonianza, con l’aspirazione di diventare italiani a tutti gli effetti. Al termine è stato proiettato il film “Identità italiana”, un cortometraggio realizzato dagli studenti degli istituto Meucci e Cattaneo di Carpi. «La cittadinanza italiana per chi è nato qui da genitori immigrati - ha commentato Pighi – rappresenta la naturale realizzazione dell’uguaglianza tra cittadini. Già ora questa uguaglianza si realizza di fatto nelle scuole per l’infanzia e in genere nei luoghi pubblici e privati della città, in cui si muove la nostra comunità che non guarda certo alla nazionalità di provenienza».
Il Comune di Modena sosterrà la campagna per il diritto alla cittadinanza “L’Italia sono anch’io”, promossa da varie associazioni in occasione del 150° anniversario dell’Unità, per la diffusione di questo obbiettivo politico e con una consulenza specifica all’interno degli sportelli comunali.
Nettamente contrario a questa politica si è dichiarato invece il consigliere regionale del PdL, Andrea Leoni, che contestato scopi e contenuti del convegno. «Per noi la cittadinanza italiana - ha detto - è un diritto da conquistare e non certo da regalare. Per ottenere una reale integrazione con questi nuovi cittadini, che arrivano da ogni parte del mondo, la cittadinanza dev’essere il punto d’arrivo e non certo l’inizio, come vorrebbe la sinistra. Vogliamo che il tempo minimo per ottenere la cittadinanza italiana continui ad essere almeno di dieci anni e che ci sia un test obbligatorio di “italianità” per verificare che il richiedente conosca la nostra lingua, la nostra cultura e le nostre leggi. Dare la cittadinanza dopo solo cinque anni è una furbata della sinistra che vuole concedere il diritto di voto». Nei prossimi giorni la petizione, completa delle firme autenticate, sarà consegnata al Parlamento per una possibile discussione pubblica. La speranza dei promotori è quella di poter contare su un’alleanza trasversale delle forze politiche, a partire dal Presidente della Repubblica, Napolitano.



Voglio leggere il Corano in Duomo e a San Pietro
Un errore dare alle fiamme il testo sacro ai musulmani. Mi limiterò a citare alcuni passaggi, tutti capiranno
il Giornale, 27-02-2012
Magdi Cristiano Allam
Con la presente chiedo ai Prefetti di Milano e di Roma, alla Curia Ambrosiana e alla Segreteria di Stato del Vaticano,l’autorizzazione a organizzare due manifestazioni pubbliche in Piazza Duomo e in Piazza San Pietro per far conoscere agli italiani la verità sul Corano e su Maometto.
Considero un errore dare alle fiamme il testo considerato sacro dai musulmani e tacere sulla vita del fondatore dell’islam, così come provo orrore per le stragi che ne conseguono. Ebbene proprio perché sono consapevole che vi è un rapporto di causa ed effetto tra ciò che è prescritto nel Corano e l’esempio dato da Maometto e tra la predicazione d’odio, l’incitazione alla violenza e la perpetrazione di efferati crimini da parte dei musulmani, ho deciso che è un dovere civico e una missione morale affermare la verità. Basta con il rogo del Corano e le vignette su Maometto! Il Corano non va bruciato ma letto in pubblico in modo chiaro e senza alcun commento! Maometto nonva deriso esasperandone i tratti ma rappresentato oggettivamente così come viene descritto dai suoi biografi ufficiali!
Anticipo al prefetto di Milano e alla Curia ambrosiana che in Piazza Duomo leggerò anche i seguenti versetti del Corano che ordinano ai musulmani di uccidere gli ebrei e i cristiani a meno che non si convertano e non si sottomettano all’islam: «Combattete coloro che non credono in Dio e nell’Ultimo Giorno, che non vietano ciò che Dio e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la Gente del Libro (ebrei e cristiani, nd r), che non scelgono la religione della verità, finché non paghino il tributo uno per uno, umiliati. Dicono gli ebrei: “Esdra è figlio di Dio” e i cristiani dicono: “Il Messia è figlio di Dio”. Questo è ciò che esce dalle loro bocche. Ripetono le parole di coloro che prima di loro furono infedeli. Dio li distrugga! Essi sono fuorviati » (IX, 29-30).
«E quando il tuo Signore ispirò agli angeli: “Invero sono con voi: rafforzate coloro che credono. Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli fra capo e collo, colpiteli sulle falangi! E ciò avvenne perché si erano separati da Dio e dal Suo Messaggero”. Dio è severo nel castigo con chi si separa da Lui e dal Suo Messaggero! Assaggiate questo! I miscredenti avranno il castigo del fuoco! O credenti, quando incontrate gli infedeli in ordine di battaglia, non volgete loro le spalle. Chi quel giorno volgerà loro le spalle- eccetto il caso di stratagemma per meglio combattere o per raggiungere un altro gruppo- incorrerà nell’ira di Dio e il suo rifugio sarà l’inferno. Quale triste rifugio! Non voi li avete uccisi. Dio li ha uccisi» (VIII, 12-17).
«O credenti, non sceglietevi per alleati ebrei e cristiani, sono alleati gli uni degli altri, e chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Dio non ama il popolo degli ingiusti» (V, 51).
Ugualmente anticipo al prefetto di Roma e alla segreteria di Stato del Vaticano che nella manifestazione pubblica a Piazza San Pietro leggerò anche questi passaggi tratti dalla Sira, la raccolta dei detti e dei fatti attribuiti a Maometto: «Il Profeta - le preghiere e la pace di Allah siano con Lui - dichiarò: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti imusulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno:O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me- vieni e uccidilo; ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei» (citato da al-Bukhari e da Muslim).
Dopo la battaglia del Fossato nel 627, Maometto attaccò l’ultima tribù ebraica rimasta a Medina, i Banu Quraizah. Dopo un assedio di 25 giorni, si arresero. Alla fine tra i 600 e i 700 maschi furono uccisi, mentre le donne e i bambini furono fatti schiavi. Sul fatto che fu Maometto a decapitare gli ebrei, la Sira di Ibn Ishaq narra: «Poi (i Banu Quraiza) si arresero e l’inviato li rinchiuse a Medina nel quartiere della figlia di Harith, una donna dei Banu Najjar.
Poi l’Inviato uscì nel mercato di Medina e vi scavò dei fossati. Poi li mandò a prendere e li decapitò in quei fossati. (...)Erano 600 o 700 in tutto, anche se alcuni parlano di 800 o 900. Mentre venivano portati a gruppi dall’Inviato chiedevano a Kaab che cosa ne sarebbe stato di loro. Rispose: “Non lo avete capito? Non vedete che lui continua a chiamare e nessuno torna indietro? Per Dio è morte!” Questo continuò fino a che non ebbe finito con tutti loro».
Attendo fiducioso la risposta del prefetto di Milano e della Curia ambrosiana, del prefetto di Roma e della segreteria di Stato del Vaticano. Assicuro loro che mi limiterò a leggere correttamente quanto è scritto nel Corano e nella Sira di Maometto. Siamo uno Stato libero dove è un diritto e un dovere degli italiani conoscere la verità. Null’altro che la verità. O non lo siamo più? Lo sapremo dalle loro risposte.



Immigrazione: 45 sbarcati nel Salento
Erano su gommone proveniente da Grecia,arrestato scafista
(ANSA)- LECCE, 26 FEB - Militari della GdF hanno intercettato in localita' 'Il Ciolo', poco a nord della costa di Santa Maria di Leuca (Lecce),45 immigrati clandestini che erano appena sbarcati da un gommone oceanico. Uno dei due scafisti, un albanese di 25 anni residente in Italia, e' stato arrestato, mentre proseguono le ricerche del complice. I 45 clandestini -39 uomini,4 bambini e 2 donne di nazionalita' afghana e irachena- sono tutti in buone condizioni di salute e sono stati trasferiti al Centro di accoglienza.



Genova, immigrato tunisino si dà fuoco per disperazione in stazione. È grave
L'uomo, 51 anni, ricoverato in terapia intensiva con ustioni di secondo grado al volto e al torace. Chiedeva aiuto
Corriere della sera, 26-02-2012
MILANO - Un immigrato tunisino di 51 anni è stato ricoverato sabato in terapia intensiva, nel reparto di rianimazione dell'ospedale San Martino di Genova, dopo essersi cosparso di liquido infiammabile e dato fuoco la scorsa notte davanti all'atrio della stazione ferroviaria di Brignole per protestare contro la mancanza di aiuti ed assistenza.
CODICE ROSSO - Secondo le prime ricostruzioni della polizia ferroviaria, l'uomo, che ha riportato ustioni di secondo grado sul 20% del corpo, in particolare al volto e al torace, è stato soccorso da due passanti che sono riusciti a spegnere le fiamme. Sul posto, oltre agli agenti, che erano stati allertati dai due testimoni, sono accorsi i sanitari del 118, che hanno trasportato l' immigrato in codice rosso al pronto soccorso del nosocomio genovese.



Canada, mea culpa per un secolo di abusi sui bambini indigeni
La Stampa, 26-02-2012
Maurizio Molinari
STRAPPATI ALLE FAMIGLIE Per «civilizzarli» venivano chiusi in scuole dove non potevano vedere i genitori
VERITÀ TERRIBILI I ragazzi picchiati e umiliati anche con molestie sessuali fino agli Anni 70
Prelevati dai villaggi, strappati alle famiglie, inviati in scuole governative per essere «civilizzati», vittime di abusi, spesso morti a causa dei maltrattamenti e sepolti in segreto: è la terribile sorte di oltre 150 mila bambini di tribù indigene del Canada, sulla quale ora il governo di Ottawa fa piena luce nel tentativo di rimarginare una profonda ferita nazionale.
«They Came for the Children» (Vennero per i bambini) è il titolo del rapporto redatto dalla commissione «Verità e riconciliazione» creata da Ottawa nel 2006, quando riconobbe per la prima volta ai sopravvissuti e ai loro discendenti danni per l’equivalente di 1,5 miliardi di euro. Per cinque anni gli investigatori della commissione hanno raccolto oltre 25 mila testimonianze di sopravvissuti, visitato circa 500 comunità indigene e ascoltato un centinaio di ex dipendenti delle scuole dove i bambini venivano portati con la forza o l’inganno. Il quadro che ne esce è agghiacciante, al punto da chiamare in causa il Dna della nazione canadese.
Tutto iniziò nel 1883, quando John Macdonald, allora premier e ministro degli Affari Indiani, spinse il governo a creare «tre scuole residenziali per i figli degli aborigeni nell’Ovest del Canada». Due vennero affidate alla Chiesa cattolica, la terza agli anglicani. Quando il ministro dei Lavori Pubblici Hector Langevin presentò il progetto in Parlamento, parlò esplicitamente: «Al fine di educare i bambini in maniera appropriata dobbiamo separarli dalle famiglie. Qualcuno potrà sostenere che è una scelta difficile ma se vogliamo civilizzarli dobbiamo farlo».
La conseguenza fu un’imponente operazione di ricerca e cattura dei bambini, letteralmente strappati ai genitori, poi rinchiusi in queste scuole dove un corpo di «educatori» impediva loro di parlare le lingue tribali o di avere contatti con i parenti.
Chi tentava di fuggire veniva braccato, quasi sempre ritrovato e riportato indietro in catene, obbligato a correre in ceppi davanti ai presidi. E una volta tornato nella scuola era soggetto a punizioni corporali come le catene alle caviglie.
Ma anche chi obbediva agli insegnanti-carcerieri veniva maltrattato, subendo abusi fisici e spesso sessuali che potevano portare alla morte. Diverse migliaia di testimoni hanno parlato di decessi frequenti di bambini che venivano sepolti nei cimiteri scolastici senza informare le famiglie. Tutto ciò è continuato fino agli Anni 70, quando le «scuole per la civilizzazione degli aborigeni» vennero abolite.
Ci sono però voluti altri 36 anni per portare le autorità a rendere pubblici racconti come questo: «A Fort Alexander negli Anni 50 i ragazzi più giovani venivano mandati dai preti per essere sottoposti al “ménage” durante il quale un sacerdote lavava loro i genitali». Una delle vittime, Ted Fontaine, ricorda che «tale pratica terminò solo quando eravamo oramai talmente grandi e forti che la determinazione nel minacciare, aggredire e perfino uccidere i nostri tormentatori, ci diede il potere di rifiutare il trattamento».
A presentare i risultati del rapporto - la cui versione finale sarà pubblicata nel 2014 - è stato il giudice Murray Sinclair, presidente della commissione, sottolineando come tali rivelazioni «offrono l’opportunità a ogni cittadino di dare il suo contributo per la riconciliazione nazionale».

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