28 febbraio 2012

Sosteniamo Cgil e Inca (e gli immigrati) contro quella tassa ingiusta
l'Unità, 28-02-2012
Il decreto 6 ottobre 2011 «Contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno», firmato dagli ex ministri Tremonti e Maroni, dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale a dicembre dello stesso anno, è entrato in vigore lo scorso 31 gennaio. Si tratta di una tassa che varia a seconda della durata del permesso di soggiorno da rinnovare: 80 euro se è valido per meno di un anno e prezzi intorno ai 200 euro per il rilascio del permesso di soggiorno di lungo periodo. Un costo da sommare a quello che già viene pagato per le spese amministrative che il rinnovo comporta e che confluisce per il 50% nel “Fondo rimpatri”. Una tassa che ha inoltre reso felici i suoi promotori, il partito politico che li sostiene e forse pochi altri ma, di certo, non il sindacato Cgil e il patronato Inca. I due enti hanno così presentato ricorso al Tar del Lazio per dimostrare che il «contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno» non è linea con la Costituzione, perché – come si evince dalle argomentazioni presentate dagli avvocati Vittorio Angiolini, Luca Santini e Marco Cuniberti, che seguono la vicenda – «è del tutto sganciato dalla capacità contributiva dei richiedenti, ed essendo di ‘indole tributaria’, viola il principio dell’art. 53 della Costituzione, che stabilisce che tutti debbono concorrere alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva». Ma non è questo l’unico punto contraddittorio. Viene criticato anche il contributo destinato al Fondo rimpatri poiché, come definito dalla Convenzione Oil, «in caso di rimpatrio il lavoratore e la sua famiglia non devono sostenere i costi».
Alla luce di tutto ciò, Inca e Cgil chiedono che in attesa del parere del giudice sia sospeso il decreto che istituisce la tassa in questione (6 ottobre 2011). Una richiesta plausibile, da appoggiare.



«Noi, razzisti per legge con i nostri intoccabili»
il manifesto, 28-02-2012
Cinzia Gubbini
Clelia Bartoli vive a Palermo - dopo vari pellegrinaggi di studio tra Inghilterra, Stati uniti e India - dove insegna Diritti umani alla facoltà di giurisprudenza. Il 1°marzo esce un libro che si intreccia alla giornata dello sciopero migrante non soltanto per la coincidenza di date, ma anche per l'argomento e l'approccio: la professoressa Bartoli, infatti, ha condotto una ricerca rigorosa, e anche avvincente, attraverso il corpus legislativo italiano in materia di immigrazione titolo del volume, edito da Laterza, la dice lunga sulla conclusione a cui è giunta Bartoli: «Razzisti per legge. L'Italia che discrimina». Si potrebbe pensare che, tutto sommato l'abbiamo sentito dire migliaia di volte che le leggi italiane possono essere considerate razziste. Ma Clelia Bartoli ci invita a un vero e proprio cambio di prospettiva. «In Italia si tende troppo a legare il razzismo a sentimenti irrazionali, e molto poco a considerado nei termini di una dinamica tra dominanti e dominati per il reperimento di risorse simboliche e materiali».
I suoi studi precedenti si sono concentrati sul sistema delle caste indiano. Ha trovato del parallelismi con la situazione italiana?
Sono partita proprio dallo studio dei movimenti dei Dalit, cioè degli Intoccabili. Gli Intoccabili sono un esempio perfetto di vittime del razzismo istituzionale: la loro identità è stata costruita attraverso una dinamica di classe collegata a un corpus legislativo. Un intreccio che, come ha spiegato la filosofa Gayatri Spivak. opera una violenza epistemica sui soggetti sottoposti a questa realtà: significa che loro stessi cominciano a percepirsi secondo i criteri che li governano. Per gli Intoccabili era normale scansarsi quando passava un bramino per strada. Qualcosa di símile accade anche nel nostro paese, dove un insieme di leggi tende sistematicamente a inferiorizzare le persone di origine straniera. Una operazione che avviene non soltanto attraverso il contenuto di quelle leggi, ma anche per la loro qualità.
In Italia le politiche sull'immigrazione sono caratterizzate da una quantità di decreti e persino circolari spesso e volentieri in contraddizione tra di loro. Sono queste le caratteristiche principali di quello che viene definito «razzismo istituzionale», e che è molto diverso dal razzismo interpersonale. Per molti versi più pericoloso. Questo genere di razzismo che ha la forza di plasmare in modo quasi inattaccabile la realtà in cui vivono i Cittadini è di solito appoggiato dal ceto medio.
Ma in Italia abbiamo l'esempio di un partito come la Lega che non è votato dal ceto medio, bensi dai ceti piu popolari.
Questo è vero, ma fa molto meno male e ha molte meno conseguenze una delibera comunale che vieta il kebab rispetto all'accordo con la Libia che ha inaugurato i respingimenti in mare e che è stato votato dal parlamento in modo trasversale.
Come sono riusciti i Dalit a libellarsi al razzismo istituzionale?
Quando sono riusciti, attraverso un percorso politico, a cambiare la percezione della propria identità e, a rivendicarla per loro stessi. Hanno creato anche una propria religione laica, basata sui principi della giustizia sociale. E' un po' la dinamica dei neri africani e del «black is beautiful».
Secondo lei iniziative come quelle del 1 marzo sono utili per cambiare i termini dell'identità migrante?
Possono essere utili, ma non si va da nessuna parte se non si riescono a cambiare le leggi che determinano l'agire e la percezione sociale. Per i Dalit è stato un passaggio fondamentale la nomina a ministro della giustizia del loro leader, Bhimrao Ramji Ambedkar, che è diventato anche membro della Costituente. Ambedkar ha contributo a mettere alle basi della normativa indiana un sistema di «positive action» in largo anticipo su quelle statunitensi. E' talmente vero che il razzismo istituzionale è appoggiato dal ceto medio e garantisce una «non concorrenza» sulle risorse' che quando quei piani vengono scardinati spesso la conseguenza è un aumento della violenza razzista.
Quali sono secondo lei le leggi italiane che, se riformate, potrebbero mettere in crisi il sistema del razzismo istituzionale?
Senza dubbio quelle che io chiamo due «razze» di leggi: quella sulla cittadinanza e quella che governa la regolarità. La prima ha reso talmente difficile poter acquísire la cittadinanza italiana per una persona di origine straniera da rendere il fatto di essere straniero un dato biologico. La seconda è stata studiata in modo da rendere praticamente impossibile per una persona straniera che vuole vivere nel nostro paese non passare per un período di «clandestinità», costringendola volente o nolente in questa categoria.



Rimpatrio volontario assistito degli immigrati: domani il convegno nazionale a Sassuolo
Bologna 2000, 28-02-2012
Il rimpatrio volontario assistito degli immigrati. Come si è organizzato, come è stato finanziato in Italia, con quali risultati e con quali prospettive per il futuro. Su questi punti, esperti ed amministratori pubblici si confronteranno, domani – mercoledì 29 febbraio - dalle ore 10 all’auditorium Bertoli in via Pia 108 a Sassuolo, nel convegno organizzato dalla Regione Emilia Romagna, Servizio Politiche per l’accoglienza e l’integrazione sociale, Aderente Rete NIRVA (Network italiano Rimpatrio volontario assistitito), dal Comune di Parma, Aiccre, e patrocinato dal Comune di Sassuolo.
Dopo i saluti dal Sindaco Luca Caselli e dell’Assessore alle politiche sociali Giorgio Barbieri, seguirà la relazione di Marco Monesi, Presidente Aiccre e di Daniela Bolzani, referente operativa territoriale Antenna Regionale NIRVA.
Gli esperti faranno il punto sul ruolo e sulle funzioni della rete e delle singole realtà territoriali nelle procedure di informazione e di segnalazione dei singoli casi, e nella applicazione delle linee guida operative su base regionale.
Il programma dell’appuntamento è scaricabile nella sezione Comune del sito web del Comune di Sassuolo (www.comune.sassuolo.mo.it)
info: ANTENNA REGIONALE RETE NIRVA in Emilia Romagna – Comune di Parma con AICCRE Federazione Emilia Romagna. Referente operativa Daniela Bolzani, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . Segreteria AICCRE federazione Emilia-Romagna, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. – tel. 051516050 – Fax 051 516378



Immigrati: Coca Cola, pronti a confronto con fornitori e autorita' (2)
Libero, 27-02-2012
(Adnkronos) - "I piu' recenti audit dei nostri fornitori di succo in Italia, effettuati da esperti indipendenti, non hanno sollevato preoccupazioni - continua Coca Cola - I nostri fornitori di succo hanno dichiarazioni da consorzi che li riforniscono e che attestano la loro conformita' alle leggi del lavoro italiane".
"Siamo preoccupati per il quadro molto diverso descritto in questi giorni sulla stampa e stiamo cercando di comprendere la situazione - continua - Stiamo ora verificando con i nostri fornitori locali, le autorita' e le parti interessate come effettuare audit dei fornitori alla fonte. Stiamo anche verificando il ruolo attivo che Coca-Cola puo' avere nel facilitare la discussione e gli standard in modo da assicurare condizioni di lavoro e di salario dignitose per i lavoratori immigrati. Con riferimento alle ultime notizie rispetto ad uno specifico produttore di succo nella area di Rosarno, confermiamo che il nostro attuale contratto stagionale con questo fornitore si sta concludendo e non e' stato rinnovato. Questa decisione e' stata operata prima che uscisse qualsiasi notizia e non ha nulla a che vedere con le accuse sulle condizioni di lavoro. Siamo interessati a questa area in Calabria come fonte per un succo di alta qualita' e vorremmo contribuire al suo sviluppo negli anni a venire".



Oggi a Bruxelles l’Italia presenta la “Strategia nazionale d’inclusione dei rom sinti e caminanti”. Il documento redatto l’ultimo giorno disponibile con la regia del ministro Andrea Riccardi.
Quattro gli ambiti di intervento: istruzione, lavoro, salute e alloggio. Ruolo centrale all’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar). Finanziamenti da quanto rimane dai “Piani Nomadi” del precedente Governo e da Fondi europei.
ImmigrazioneOggi, 28-02-2012
Istruzione, lavoro, salute e alloggio sono i quattro cardini su cui si basa la “Strategia nazionale d’inclusione dei rom sinti e caminanti”, il documento realizzato dal ministro per la Cooperazione internazionale e per l’Integrazione, Andrea Riccardi, e che coinvolgerà i Ministeri del Lavoro e Politiche sociali, Interno, Giustizia, Salute, Miur ed Enti locali attraverso una “cabina di regia” coordinata sul territorio dall’Unar.
Il documento, che adempie alle richieste della Commissione europea con la Comunicazione 173 del 5 aprile 2011, verrà inviato oggi a Bruxelles, ultimo giorno dato dalla Commissione per rispondere.
Il Piano, anticipato dall’agenzia Redattore Sociale, prevede per i primi due anni interventi per “aumentare la capacity-building istituzionale e della società civile per l’inclusione sociale dei rom, sinti e caminanti” attraverso l’attivazione di “Piani locali per l’inclusione sociale delle comunità” utilizzando “risorse provenienti dalla trascorsa emergenza commissariale nel territorio delle regioni Campania, Lombardia, Lazio, Piemonte e Veneto e ad oggi ancora non impegnate”. Tra le altre “azioni di sistema” individuate, quella di promuovere un sistema permanente di centri territoriali contro le discriminazioni, attraverso una rete di antenne territoriali gestita dall’Unar per la rilevazione e la presa in carico dei fenomeni di discriminazione; l’abbattimento degli stereotipi con campagne di informazione; l’elaborazione un “modello di partecipazione delle comunità ai processi decisionali nazionali e locali da realizzarsi attraverso il coinvolgimento degli attori istituzionali ed associativi più rilevanti”.
Secondo il documento, tra rom, sinti e caminanti si stima ci siano “tra le 120 e le 170 mila unità, di cui circa la metà sarebbero italiane e la stragrande maggioranza composta da ragazzi e giovani, diffuse su tutto il territorio nazionale e dunque non inquadrabili nella legge 482/1999 sulle minoranze linguistiche nazionali”.
Per l’istruzione, il piano prevede l’aumento delle opportunità educative, del numero degli iscritti a scuola, “favorendo la frequenza, il successo scolastico e la piena istruzione” anche attraverso processi di pre-scolarizzazione, puntando sulla partecipazione dei giovani all’istruzione universitaria, all’alta formazione e formazione-lavoro anche mediante prestiti d’onore, borse di studio e altre agevolazioni previste dalla legge.
Sull’inserimento lavorativo, ampio spazio è dato alla promozione della formazione professionale e l’accesso al lavoro attraverso corsi di formazione, favorendo la regolarizzazione del lavoro irregolare o precario, lo sviluppo imprenditoriale, di lavoro autonomo e percorsi di inserimento specifici per donne e under 35 anni.
Obiettivo centrale è anche l’accesso ai servizi sociali e sanitari sul territorio, l’implementazione della prevenzione medico-sanitaria con particolare attenzione a donne, fanciulli, anziani e disabili, favorire la salute riproduttiva e coinvolgere i servizi sociali nei programmi di cura medica mediante l’inserimento di mediatori culturali.
Il testo indica come priorità anche quello di “aumentare l’accesso ad un ampio ventaglio di soluzioni abitative in un’ottica partecipativa di superamento definitivo di logiche emergenziali e di grandi insediamenti monoetnici e nel rispetto delle opportunità locali, dell’unità familiare e di una strategia fondata sull’equa dislocazione”. Tra gli obiettivi, favorire la cooperazione interistituzionale per l’offerta abitativa e l’informazione sulle risorse economiche e i dispositivi amministrativi a disposizione per le politiche abitative.
Per quanto riguarda le risorse finanziarie, infine, oltre ai già indicati fondi non ancora utilizzati provenienti dai “Piani Nomadi” di Roberto Maroni, verranno utilizzati “fondi statali già stanziati sui capitoli di rispettiva competenza delle amministrazioni centrali per la realizzazione dei progetti previsti dalla normativa vigente”, fondi nazionali e comunitari “afferenti a programmi operativi nazionali dell’Obiettivo convergenza di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia finanziati con il Fondo sociale europeo e il Fondo europeo di sviluppo regionale e i fondi relativi al “Programma generale solidarietà e gestione dei flussi migratori per la gestione dei fondi per i rifugiati, per i rimpatri, per l’integrazione di cittadini di Paesi terzi e per le frontiere esterne”. Un piano ambizioso, dunque, che tra i buoni propositi e la lungimiranza, ha come punto a favore anche quello di non utilizzare neanche una volta nel testo la parola “nomadi”.



GLI SPRECHI DEL CAMPIDOGLIO
Gli sgomberi nei campi Rom Milioni spesi e diritti violati
Sei milioni e mezzo sono stati spesi dal Comune di Roma per gli ultimi 420 sgomberi, cinque e mezzo per i due trasferimenti forzati dei campi storici di La Martora e Casilino 900, più tre milioni di euro ogni anno per i centri di accoglienza di via Salaria e di via Smarilli: strutture  illegali, prive dei requisiti igienici, accolgono 440 persone. Con la stessa cifra si sarebbero costruite case per mille persone
la Repubblica, 27-02-2012
ANNA MARIA DE LUCA
ROMA - Diciotto milioni di euro in ventiquattro mesi: sono i costi altissimi, a carico della collettività, del piano di sgomberi forzati del Comune di Roma. Una cifra che si riferisce solo agli ultimi due anni.  E' l'Associazione 21 luglio 1 a fare i conti nelle tasche del Campidoglio: "Sei milioni e mezzo - spiega il presidente, Carlo Stasolla  - sono stati spesi per gli ultimi 420 sgomberi, cinque e mezzo per i due trasferimenti forzati dei campi storici di La Martora e Casilino 900, più tre milioni di euro ogni anno per i centri di accoglienza di via Salaria e di via Smarilli: strutture che, in situazioni di illegalità, prive dei requisiti igienici e sanitari, accolgono 440 persone. Abbiamo calcolato che con la stessa cifra, diciotto milioni di euro, si sarebbero potute costruire case di edilizia pubblica per mille persone".
"Anime smarrite". Se le conseguenze economiche degli sgomberi sono pesanti, ancor di più lo sono quelle psicofisiche sui bambini, le donne e gli uomini coinvolti. Per indagarle, un'équipe della 21 Luglio e dell'Osservatorio sul razzismo e le diversità "M. G. Favara", hanno realizzato uno studio etnografico presentato  presso il Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università Roma Tre 2: "Anime smarrite, storie quotidiane di segregazione abitativa e di malessere". In sintesi, le conclusioni dimostrano
come trasferire famiglie rom dagli insediamenti informali ai cosiddetti "villaggi attrezzati" non sia affatto  una garanzia del miglioramento della qualità della vita. Cosi come non lo è il nuovo "villaggio attrezzato" a La Barbuta, che il Comune di Roma sta per inaugurare. Il report, realizzato nell'anniversario dello sgombero del Casilino 900, rileva, tra le   persone sgomberate, forti emicranie, sintomi depressivi, allucinazioni, stati di ansia, attacchi di panico, insonnia, disturbi nell'apprendimento.
Nuovi ghetti. La logica è sempre la stessa: "proteggere" simbolicamente il resto del territorio dal rischio di una presunta "contaminazione".  I "villaggi attrezzati" di Roma Capitale  -  si legge nella conclusione del rapporto -  illustrano in maniera esemplare cosa sia un ghetto: collocato ai margini della periferia urbana, assomma segregazione spaziale, abitativa, sociale, culturale, simbolica e giuridica". "Roma  -  denuncia Stasolla - è l'unica grande città italiana che sta ancora continuando sulla via degli sgomberi: un cinico gioco dell'oca che sposta i rom da un punto all'altro della città, senza condizioni adeguate e con gravi violazioni dei diritti umani e dell'infanzia".
La violazione dei diritti. Varie convenzioni internazionali stabiliscono i criteri legali degli sgomberi. Ad esempio, è necessaria la notifica 24 ore prima, non possono essere realizzati in avverse condizioni  atmosferiche, devono esserci soluzioni alternative adeguate. "Abbiamo invece  appurato - dichiara il presidente della 21 Luglio - che nessuna di questa condizioni è stata rispettata negli ultimi due anni: ragione per cui si può affermare che gli sgomberi della giunta Alemanno non rispettano i diritti umani e dell'infanzia"
Un'azione legale senza precedenti a Roma. Quattrocentomila euro è la cifra che la "21 Luglio" e l'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione 3 (ASGI) chiedono in tribunale, al Comune di Roma, per aver danneggiato un minore nel suo diritto all'istruzione. La vicenda riguarda un bambino che, dopo il trasferimento forzato dal campo Casilino 900 al "villaggio attrezzato" di via di Salone, perde dure ore di scuola all'entrata e due prima dell'uscita. "E' la prima volta - commenta la 21 Luglio - che nella capitale viene fatta  un'azione civile di questa portata contro la discriminazione". Il ricorso chiede di "accertare e dichiarare il carattere discriminatorio del comportamento del Comune di Roma", di "rimuovere gli effetti" e di "condannare il Comune a risarcire il danno determinato suggerendo la somma di mille euro al giorno a decorrere dalla prima settimana di febbraio 2010, data del trasferimento nel "villaggio attrezzato" di via di Salone".
Serie conseguenze per le politiche future. Sono decine i bambini che in seguito agli sgomberi forzati hanno dovuto lasciare le lezioni. Se il tribunale accoglierà la causa, la 21 Luglio procederà anche per tutti gli altri casi simili. Mille euro a bambino per ogni giorno di scuola perso sarebbero davvero una cifra non da poco per il Comune di Roma.  La scuola è fattore fondamentale per l'integrazione dei minori nel tessuto sociale italiano ma, nonostante questo sia ormai una realtà fuori discussione, la scarsa organizzazione del servizio e le difficoltà logistiche legate alla distanza dalle scuole continuano a complicare il necessario rapporto tra i minori e l'istruzione. Il ricorso rappresenta dunque un'importante azione legale-pilota che potrebbe avere serie conseguenze per le future politiche che verranno intraprese dall'amministrazione comunale nei confronti delle comunità rom e sinte di Roma.
Petizione il 4 marzo. Che il diritto all'alloggio e all'istruzione debbano essere pretese con azioni legali di questo carattere, "è un triste indice  -  commenta il presidente della 21 Luglio - dello stato di attenzione del nostro Paese". Per aumentarla, il 4 marzo ci sarà una grande campagna nazionale di raccolta firme. Obiettivo: la sospensione degli sgomberi nella città di Roma.
 


Lavoro domestico: dall’Inps una pagina Facebook a disposizione dei lavoratori e dei datori di lavoro.
Una guida su normativa, scadenze e contributi per non incorrere in errori ed omissioni.
ImmigrazioneOggi, 28-02-2012
Una pagina Facebook con consigli e chiarimenti per i lavoratori domestici e le famiglie datori di lavoro. È la nuova iniziativa dell’Inps che ha inaugurato una pagina tematica sul più diffuso social network con le informazioni utili per la gestione di un rapporto di lavoro domestico, dall’assunzione fino alla cessazione del rapporto di lavoro, passando per il calcolo dei contributi dovuti e le modalità di pagamento.
Si tratta, spiegano i promotori, di una utile guida per non incorrere in errori ed omissioni, sia da parte del datore di lavoro sia da parte del lavoratore.
Per accedere alla pagina tematica “Gestire il lavoro domestico” è necessario avere un profilo Facebook e cliccare su “Mi piace” per ottenere le informazioni cercate.
Per ulteriori approfondimenti, oltre alla pagina Facebook, è disponibile il portale www.inps.it.



L'aggregazione culturale a "MaTeMù" Una "Babilonia" nel cuore dell'Esquilino
Il centro di integrazione giovanile aperto da due anni dal Centro di informazione ed educazione allo sviluppo (Cies). Lo staff degli operatori. Ci sono cinesi, filippini, afgani, bengalesi, africani di diversi paesi, che prima condividevano ben poco, aTeMù invece hanno la possibilità di incontrarsi e fare assieme tante attività
la Repubblica.it, 26-02-2012
CHIARA LUTI
ROMA - Mark e Miriam hanno 20 e 17 anni, amano la musica, la danza e il biliardino, e uno è venuto qui per "breakkare" e cantare, l'altra per imparare a suonare la chitarra. Ma soprattutto per stare insieme, e conoscere altri ragazzi come loro. "Qui" è MaTeMù, un centro di aggregazione giovanile, una sorta di piccola "Babilonia" nel cuore dell'Esquilino, aperto da due anni grazie all'impegno del Cies 1, il Centro di informazione ed educazione allo sviluppo, una delle Ong più impegnate nel creare percorsi di integrazione sociale e culturale. MaTeMù (acronimo di Maria Teresa Mungo, una tra i fondatori del Cies) è un posto unico, a Roma. Non perché non esistano altri spazi di aggregazione, ma perché qui si sta realizzando un laboratorio di esperienze vive, concrete, che indicano chiaramente come la strada per la convivenza passi attraverso la condivisione, l'affermazione di diritti, la solidarietà.
Le unità di strada. Lo spiega bene Alessandro Bernardini, un giovane operatore del Cies che ha deciso di impiegare gran parte del suo tempo nella gestione di MaTeMù: "prima di aprire il centro, nel 2010, abbiamo lavorato per un anno e mezzo alla formazione teorica e pratica di 15 ragazzi dai 20 ai 23 anni come "peer educators"; abbiamo costituito con loro delle "unità di strada", che in zone come la stazione Termini, piazza Vittorio, San Giovanni, hanno cercato
di "agganciare" quelle comunità di ragazzi che sembravano non avere luoghi costruttivi di incontro. Non avevamo la pretesa di "salvare la vita" a nessuno, ma invece di dare un'opportunità di realizzare qualcosa". Da quella formazione, e dalla disponibilità data dal I Municipio che ha messo a disposizione la sede, è nato MaTeMù: due piani ampi, ristrutturati e colorati che ospitano circa 70 ragazzi ogni pomeriggio, dal lunedì al venerdì.
La partecipazione alle attività. Con Alessandro parliamo su un divanetto, in mezzo al passaggio continuo di ragazzi che entrano da soli o a piccoli gruppi, si fermano ad osservare due intenti a giocare a scacchi, corrono verso lo studio di registrazione, la sala per la danza, quella con il tavolo da ping pong, oppure ancora a cercare qualcuno che li aiuti per il compito in classe del giorno dopo. A MaTeMù le stanze sono tutte aperte, dovunque si può entrare e partecipare ad un'attività, oppure soltanto fermarsi a guardare: qui le persone circolano libere come l'aria, ed è una sensazione di febbrile freschezza quella che avvolge chi entra.
Le comunità si mescolano. "I giovani delle comunità di questo territorio, cinesi, filippini, afgani, bengalesi, africani di diversi paesi, prima condividevano ben poco; non entravano davvero in contatto. MaTeMù ha invece realizzato la possibilità di far incontrare questi ragazzi: oggi posso dire - non solo con soddisfazione, ma con felicità - che in questo spazio problemi di convivenza tra comunità non ce ne sono", continua Alessandro. "Ci sono altri problemi: quello del reperimento del lavoro, per esempio, o quello di genere, visto che le ragazze continuano ad essere un po' in minoranza (anche se qualcosa sta cambiando), ma non esiste uno scontro tra diverse culture; qui dentro le comunità si sono sempre mischiate".
L'approdo di gente diversa. E c'è da credergli; tra i due piani di MaTeMù, si muovono decine di ragazzi tra i dodici e i vent'anni di tutti i colori e di tutte le "fogge": c'è un ragazzo africano con una bellissima cresta punk, tre ragazze filippine in tenuta hip hop impegnate a provare alcune figure di danza, gruppi di bambini cinesi e italiani intenti a giocare. "Però - mi ricorda Alessandro  -  questo è innanzitutto un luogo di primo ascolto. MaTeMù è un "approdo" per persone con storie molto diverse. Ci sono richiedenti asilo, rifugiati, minori non accompagnati, ragazzi che vivono nelle case famiglia, o che vengono dalle case occupate, e il livello di disagio spesso è molto alto".
Un luogo di ascolto. "Gli operatori che sono qui - continua Alessandro - sono formati per interagire attraverso il gioco e l'animazione, e per ascoltare le storie di questi ragazzi. Ascoltiamo tante storie: alcune difficili, alcune belle; altre molto tristi. Per questo abbiamo anche uno sportello di ascolto psicologico, e quando riteniamo che alcune situazioni di disagio vanno oltre le nostre competenze, possiamo contare su un protocollo d'intesa con i servizi sociali del municipio, che accompagnano i ragazzi per eventuali problemi d'alcol, droga, prostituzione, violenza e via dicendo". Un luogo di ascolto, dunque, ma anche di formazione ed integrazione: se è vero che MaTeMù offre tra le sue attività corsi di italiano come seconda lingua, è vero anche che "italiani di nascita" sono molti dei ragazzi che frequentano il centro.
L'irruzione della vita vera. La situazione nel centro, se vogliamo, è da questo punto di vista straniante; per i corridoi echeggiano espressioni gergali e in romanesco "pesante": una sorta di irruzione di vita vera, che salta un passaggio fondamentale, facendo di questi ragazzi dei romani per lingua, cultura, esperienze, ma non degli italiani titolari di diritti. Per non dire della situazione di confusione in cui si trovano coloro che si sentono invece "a cavallo" tra due culture - quella di origine, o familiare, e quella di arrivo - e che non trovano nessun sostegno nelle istituzioni, che non riconoscono loro diritti basilari di cittadinanza, magari al termine di un lungo e "normale" percorso scolastico e di inserimento.
Lo staff di 13 operatori. A MaTeMù si cerca di trovare insieme qualche risposta a questi bisogni, alle confusioni e ai desideri di realizzarsi. Uno staff di tredici operatori, tutti professionisti retribuiti, si alterna in turni che garantiscono la presenza di circa un operatore ogni dieci ragazzi. Cosa fare lo si decide insieme, raccogliendo le idee di tutti e avviando dei percorsi che cercano sempre il contatto con il territorio, con le scuole, con altri luoghi di espressione e socializzazione. Partecipazione e progetto stanno dando i loro frutti: la Matemusik Band - una "piccola Orchestra di piazza Vittorio", formata da ragazzi che si sono conosciuti attraverso la musica e che in poco tempo hanno imparato a suonare uno strumento - è pronta ad esibirsi in giro per la città. E il 3 giugno, al teatro Ambra Jovinelli andrà in scena Altrove, uno spettacolo in cui i ragazzi di MaTeMù e i loro insegnanti mescoleranno cultura classica ed hip hop in un lavoro basato sulle Città Invisibili di Italo Calvino.

 

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