06 febbraio 2012

Camerieri, saldatori e cuochi: gli stranieri conquistano posti
il sole, 06-02-2012
Francesca Barbieri
Un rapporto di uno a due. Per un italiano che esce, entrano due stranieri tra le compagini di cuochi, camerieri e baristi; saldatori, montatori, lattonieri; addetti non qualificati nell'industria. Nel giro di tre anni, dal 2007 al 2010, sono usciti da queste categorie 30mila connazionali, "rimpiazzati" da circa il doppio di lavoratori immigrati. Si registra invece una sostituzione "perfetta" (-23mila italiani; +22.700 stranieri) nel commercio ambulante e tra pittori, laccatori e parquettisti. L'ingresso di immigrati (+142mila) non riesce però a compensare gli abbandoni degli italiani (-330mila) tra magazzinieri, manovali, cassieri e braccianti agricoli.
Sono questi i risultati più eclatanti di uno studio della Fondazione Leone Moressa per il Sole 24 Ore, che ha messo sotto la lente le prime 25 categorie professionali occupate dagli stranieri, registrando anche che per alcuni segmenti c'è stato nel triennio un incremento sia della manodopera straniera sia di quella italiana. Gli addetti alle pulizie, ad esempio, hanno allargato le fila a 261mila stranieri e a 87mila italiani. Dinamiche simili anche per artigiani meccanici e operai specializzati in agricoltura.
Più immigrati al lavoro, dunque, a dispetto della crisi: dal 2007 al 2010 la presenza straniera è salita da 1,5 a poco più di due milioni, con un peso sull'occupazione totale passato dal 6,5% al 9,1%. «Se gli italiani sono calati del 4,3% - osserva Valeria Benvenuti, ricercatrice della Fondazione Moressa - gli stranieri sono invece aumentati del 38,5 per cento». Non si stupisce dell'effetto sostituzione Emilio Reyneri, docente di sociologia all'Università Bicocca di Milano: «I giovani italiani sono sempre di meno e cresce il loro livello di istruzione: è normale che seguano una strategia di ricerca selettiva del posto di lavoro, con aspettative elevate, scontrandosi però con un mercato dove le poche opportunità d'impiego create in questi anni riguardano posizioni scarsamente qualificate».
«C'è di più - aggiunge Maurizio Ambrosini, sociologo delle migrazioni all'Università Statale di Milano -. I dati Istat non comprendono gli stagionali e i conviventi con i datori di lavoro, due tipici settori di impiego degli immigrati. Né ovviamente i lavoratori privi di permesso di soggiorno. Se venissero inclusi, il dato complessivo dei lavoratori stranieri si aggirerebbe intorno ai tre milioni».
Settori, donne e territorio
Servizi sociali e alla persona, costruzioni e manifattura: sono questi i tre settori a più alta concentrazione di stranieri (si veda la tabella a lato). Nei servizi sociali e alla persona, in particolare, gli extracomunitari rappresentano il 30% dei lavoratori totali. In quasi tutti i comparti, l'inquadramento è da dipendente (per lo più a tempo indeterminato), eccezion fatta per il commercio dove il 43% gestisce un'attività in proprio. «Edilizia e industria hanno perso occupati, i servizi alla persona molto meno – continua Ambrosini –: e qui hanno trovato lavoro in occupazioni che probabilmente senza di loro neppure esisterebbero. Soprattutto qui, il lavoro degli immigrati è una precondizione per l'occupazione degli italiani, anziché un'alternativa».
Le immigrate pesano di più
E se l'Italia risulta fanalino di coda in quanto a occupazione femminile, le donne non sono affatto ai margini se si considera solo la partecipazione degli stranieri: le lavoratrici rappresentano il 42% degli immigrati occupati, arrivando a superare l'80% nei servizi alla persona.
Gli stranieri sono impiegati in primis in lavori dalla media e bassa qualifica: oltre un terzo in posizioni non qualificate, il 28,3% ricopre funzioni da operaio specializzato e il 14,5% è un professionista qualificato. Ed è proprio tra le basse qualifiche che il numero di stranieri è cresciuto di più dal 2007 al 2010, con 356mila occupati in più. «Si sono accentuati i caratteri tipici del modello italiano d'integrazione: concentrazione nelle figure meno qualificate, elevata femminilizzazione, presidio dei mestieri e dei settori “etnicizzati” – spiega Laura Zanfrini dell'università Cattolica e Fondazione Ismu –. Si tratta di una "sostituzione" non legata ai processi di ricambio generazionale o alla ritrosia dei lavoratori nostrani verso i lavori a più basso prestigio sociale. Sempre più si insinua il dubbio che gli immigrati si giovino di una sorta di "vantaggio competitivo – perché si adattano e costano meno – in un mercato del lavoro che registra l'accentuarsi dei suoi tradizionali aspetti di debolezza».



Immigrati sempre più protagonisti nel mondo del volontariato.
È quanto emerge nell’inchiesta di febbraio di Popoli, la rivista internazionale dei Gesuiti, che racconta alcune delle iniziative più significative in Italia.
ImmigrazioneOggi, 06-02-2012
Immigrati sempre più protagonisti nel mondo del volontariato. Da Milano a Lecce sono sempre di più le esperienze di stranieri che scelgono di offrire un po’ del loro tempo a persone in difficoltà.
È quanto emerge nell’inchiesta di febbraio di Popoli, la rivista internazionale dei Gesuiti.
A Milano la Comunità di Sant’Egidio ha avviato nel 2003 Genti di Pace: una cinquantina di persone originarie di diversi Paesi visitano e assistono gli anziani della casa di riposo Virgilio Ferrari e in estate sacrificano parte delle loro ferie per accompagnare questi anziani in montagna. “Se credi in alcuni valori, non importa dove ti trovi. Puoi abitare in Marocco o in Italia. Chi era abituato a lavorare per gli altri in patria, prima o poi, farà lo stesso nel Paese di adozione”, spiega a Popoli Rahim Benachour, marocchino in Italia da dieci anni.
“Il fenomeno si sta estendendo – sottolinea Annamaria Fantauzzi, docente di Antropologia medica e culturale all’Università di Torino – ed è un modo attraverso il quale l’immigrato dimostra la sua volontà di partecipare alla vita sociale italiana. Ma è anche un modo per “restituire” quanto si è ricevuto. Quando avevo bisogno, è il loro ragionamento, c’è stato qualcuno che mi ha aiutato. Ora che ho trovato un lavoro e una casa, cerco di aiutare chi ha bisogno”.
Come i giovani migranti che frequentano il Centro Matteo Venticinque di Lecce, un luogo che accoglie disabili e punto di ritrovo per gli stranieri in cerca di lavoro, casa e assistenza. Lì ha sede anche l’Unitalsi e ormai da alcuni anni tra i barellieri dei viaggi verso Lourdes ci sono senegalesi, marocchini, albanesi, camerunensi e romeni. “Credo che la maggior parte di loro voglia ricambiare l’accoglienza fraterna e sincera che hanno sperimentato nel nostro centro”, afferma Salvatore Perrone dell’Unitalsi di Lecce.
In crescita anche il numero di donatori del sangue tra gli immigrati. L’Avis stima che il 4% sia stato effettuato da cittadini stranieri. In alcune regioni però la percentuale è superiore. In Toscana, per esempio, su 240mila donazioni circa il 10% sono effettuate da extracomunitari. In Lombardia, su 300mila donatori, l’8% è straniero. Per i musulmani la donazione del sangue ha anche un valore religioso: quasi sempre citano la sura 5,32 del Corano che recita: “Chi abbia salvato (un uomo), sarà come se avesse salvato tutta l’umanità”.



Contributo permesso di soggiorno: il 10 febbraio giornata di protesta promossa da Cgil, Cisl e Uil.
“La tassa non è accettabile, né per il peso sulle famiglie immigrate, né per la sua finalizzazione”.
ImmigrazioneOggi, 06-02-2012
“Siamo in attesa che il Governo passi dalle parole ai fatti, sulla base di quanto dichiarato dalla ministra Cancellieri che ha annunciato la volontà di intervenire in tempi brevi sulla normativa relativa ai permessi di soggiorno, ed in particolare sulla sovrattassa già entrata in vigore”.
Lo dichiarano in una nota congiunta i segretari confederali di Cgil, Vera Lamonica, Cisl, Liliana Ocmin e Uil, Guglielmo Loy che annunciano, per il prossimo 10 febbraio, un sit-in davanti alle prefetture di tutta Italia.
< “La sovrattassa va quanto meno rimodulata – si legge nel comunicato – poiché così com’è non è accettabile, né per il peso sulle famiglie immigrate, né per la sua finalizzazione. Inoltre è urgente che il Governo intervenga rapidamente sulla durata del permesso di soggiorno per coloro che hanno perso il lavoro, concretizzando quanto più volte annunciato dai ministri Riccardi e Cancellieri. Riconfermiamo la richiesta al Governo di aprire su questo, come sul complesso delle norme sull’immigrazione, a partire dal recepimento della direttiva EU n. 52, un confronto di merito che porti a soluzioni efficaci e condivisibili”.



De Magistris: «I figli degli immigrati saranno cittadini di Napoli»
Il Mattino.it, 05-02-2012
AnnaMaria Asprone
NAPOLI - Chiunque nasce all’ombra del Vesuvio, anche se i genitori sono immigrati stranieri, deve essere considerato di diritto napoletano. Anche il sindaco De Magistris, d’intesa con la sua giunta, ha dunque raccolto e fatto suo l’appello lanciato il 26 novembre scorso, dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Al Quirinale, davanti ad una delegazione della Federazione delle chiese evangeliche, il capo dello Stato infatti, invitando tutti al superamento dell’attuale modello, auspicò il riconoscimento della cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia. Negarla – disse Napolitano in quell’occasione – è un’autentica follia, una assurdità». E Napoli ha subito raccolto il guanto di sfida ponendosi tra le prima città in Italia che si stanno già muovendo nella direzione indicata dal presidente della Repubblica. «Stiamo studiando - ha spiegato infatti De Magistris - una delibera che consenta, non in modo simbolico e politico, di dare la cittadinanza ai figli di immigrati nati nel territorio napoletano».
Un annuncio che il sindaco di Napoli ha dato ieri, a margine di un convegno sulla cooperazione internazionale. «Anche in questo campo dai Comuni può venire una spinta - ha aggiunto De Magistris - al governo nazionale affinché provveda in questa direzione».
Ma quella del sindaco di Napoli non è stata un’esternazione dettata solo dall’attualità del tema. «A questa possibilità stiamo lavorando già da tempo - spiega infatti Sergio D’Angelo, assessore alle Politiche sociali del Comune di Napoli - ci siamo mossi negli ultimi mesi su due fronti ben distinti e tra meno di due settimane i nostri obiettivi saranno sicuramente una realtà concreta». Poi D’Angelo è sceso nei dettagli: «Il primo obiettivo è stato quello di concedere la cittadinanza onoraria ai bambini stranieri nati a Napoli. La nostra iniziativa ha per ora una forza simbolica, in attesa di una normativa nazionale più definita sull’argomento ma a nostro giudizio ha anche un valore sostanziale - aggiunge D’Angelo - Concedere la cittadinanza onoraria ai figli degli immigrati stranieri nati nel nostro Paese, infatti - spiega l’assessore alle politiche sociali - è un atto di civiltà, degno del prestigio dell’Italia, della sua storia e della sua cultura. I bambini nati qui sono a tutti gli effetti cittadini italiani, così come quelli che non sono nati in Italia ma vi risiedono da anni, hanno frequentato le nostre scuole e sono cresciuti condividendo rapporti e amicizie con i propri coetanei».
C’è poi un secondo punto all’esame dell’Amministrazione comunale di Napoli. «Stiamo lavorando anche alla redazione di una ”carta dei diritti di cittadinanza degli immigrati” per rendere migliore, dal punto di vista qualitativo, dei servizi e dell’assistenza socio-sanitaria, la vita degli immigrati, che siano regolari o clandestino non è il punto fondamentale: sono comunque persone e per questo meritano che venga garantita loro una vita degna di questo nome».
A Napoli vivono circa 50mila cittadini stranieri e di questi 7-8mila sono bambini. «È inaccettabile il fatto che ci siano persone provenienti da altri Paesi che vivono qui da tanti anni, che pagano le tasse e rispettano le leggi, contribuendo a tenere in piedi la già critica economia italiana ma non si vedono riconosciuti i principali diritti di cittadinanza. Bisogna trovare il coraggio di sperimentare nuove strade e trovare nuove soluzioni. A tal proposito - conclude D’Angelo - parte da Napoli una richiesta al Governo centrale affinché conceda permessi di soggiorno anche temporanei, ai 25mila profughi del Libano, scappati dall’inferno della guerra nel loro Paese e che sono sparsi per l’Italia, in Campania ce ne sono circa tremila».



Decreto legge semplificazione e sviluppo: entro 180 giorni tutte le comunicazioni tra comune e questura previste dal testo unico immigrazione solo per via telematica.
Approvato in via definitiva dal CdM il decreto legge che prevede anche semplificazioni nelle procedure di assunzione dei lavoratori immigrati stagionali e per le comunicazioni obbligatorie a carico del datore di lavoro.
ImmigrazioneOggi, 06-02-2012
Il Consiglio dei ministri di venerdì 3 febbraio ha approvato in via definitiva il decreto legge semplificazione e sviluppo, ora in attesa di pubblicazione nella Gazzetta ufficiale.
Oltre alle norme di semplificazione in materia di assunzione di lavoratori stagionali extra Ue, delle quali si è già scritto in questa rubrica, il decreto legge elimina l’obbligo di comunicazione della stipula del contratto di soggiorno per lavoro subordinato, in quanto tale adempimento è oramai assolto dalla comunicazione obbligatoria cui sono tenuti i datori di lavoro ai sensi dell’art. 9-bis, comma 2, del decreto legge 1° ottobre 1996, n. 510.
Infine, per quanto concerne la semplificazione delle procedure amministrative, l’art. 6 stabilisce che entro 180 giorni il Ministro dell’interno dovrà stabilire le modalità per consentire a comuni e questure di effettuare le comunicazioni previste dal testo unico immigrazione, quali le iscrizioni anagrafiche, esclusivamente per via telematica.



Protesta di richiedenti asilo a Cetraro, momenti di tensione
il Quotidiano della Calabria.it, 04-02-2012
Una trentina di immigrati, ospiti in un albergo della cittadina del Cosentino, hanno manifestato davanti la struttura per chiedere certezze sul proprio futuro. Dopo attimi di paura e la mediazione della Polizia tutto è rientrato.
Protesta di richiedenti asilo a Cetraro, momenti di tensione 04/02/2012 Una trentina di immigrati richiedenti asilo che sono ospitati temporaneamente a Cetraro, hanno manifestato stamani per sollecitare una risposta alla loro richiesta. Ci sono stati momenti di tensione quando il gruppo si è fermato lungo la strada, ad alcune centinaia di metri dall’albergo in cui sono ospitati, a causa dell’atteggiamento minaccioso assunto da alcuni che impugnavano anche dei bastoni. Un’auto è stata colpita, ma la situazione non è degenerata, anche per la presenza sul posto della polizia. Per evitare l'acuirsi della tensione la polizia ha deviato il traffico per una trentina di minuti su una strada parallela. La protesta sarebbe stata originata anche dall’ipotesi che alcuni immigrati debbano lasciare l’Italia perchè sprovvisti del permesso di soggiorno. Complessivamente i migranti che si trovano a Cetraro sono 73, provenienti dal Ghana, Mali e Nuova Guinea, e sono ospitati da tempo in un albergo. Sul posto sono giunti anche don Ennio Stamile, responsabile della fondazione ecclesiastica «Migrantes», che nei giorni scorsi è stato oggetto di atti intimidatori proprio a causa della sua attività in favore dei migranti, e il sindaco Giuseppe Aieta. Una delegazione di immigrati ha poi incontrato il dirigente del commissariato della polizia di Paola, Raffaela Pugliese, ed il vicequestore Pietro Gerace, spiegando le ragioni della loro protesta. Quindi i manifestanti sono tornati in albergo dopo avere saputo che la loro situazione sarà al centro di un incontro in programma mercoledì in Prefettura a Cosenza. La manifestazione ha creato malumori tra i residenti. “Avranno anche le loro buone ragioni – hanno detto alcuni cittadini – ma hanno messo veramente tanta paura addosso».
«Hanno colpito un’automobile che era davanti alla mia – ha raccontato una donna – e mia figlia di pochi anni che era con me si è messa a gridare per la paura».



Immigrazione. La denuncia di Franco Corbelli
TeleReggioCalabria.it , 05-02-2012
Il leader del Movimento Diritti civili, Franco Corbelli, dopo la protesta degli immigrati di ieri a Cetraro, parla di "drammatico e dimenticato problema e vera emergenza sociale per le migliaia e migliaia di migranti e profughi che aspettano da anni di avere una risposta alla richiesta di asilo politico e all'ottenimento e al rinnovo del permesso di soggiorno". "In Calabria attualmente - dice Corbelli - ci sono 1.019 migranti in attesa di una risposta alle loro istanze da parte dello Stato. Di questi 1.003 sono richiedenti asilo. Ci sono poi centinaia e centinaia di ricorsi pendenti da anni presso il Tribunale di Catanzaro di rifugiati che aspettano di ottenere la protezione umanitaria in Italia. Sono casi di disperazione di tanti poveri immigrati costretti ad aspettare anche anni prima di vedersi riconosciuto un loro diritto. Sono oltre 20 anni che combattiamo per difendere i diritti civili e umani di tanti immigrati. Negli ultimi mesi abbiamo risolto, dopo un lunga battaglia, i casi di Kate e Alexandrina, due giovani immigrate, della Nigeria e della Romania. Tanti sono i casi di migranti disperati, che non conosciamo, che chiedono , come hanno fatto ieri con la protesta di Cetraro, rispetto per i loro diritti. E' gente povera e disperata, che per protesta, per rivendicare i suoi diritti, deve inscenare proteste clamorose, arrivando addirittura a minacciare il suicidio, come è successo nell'ottobre dello scorso anno a Crotone. Spesso per questi migranti si consumano tragedie in solitudine, nel silenzio e nella indifferenza delle istituzioni". "Oggi c'é questa emergenza profughi - afferma ancora Corbelli - che aspettano di ottenere l'asilo, la protezione umanitaria o il permesso di soggiorno. Un Paese civile, uno Stato di diritto ha il dovere di dare delle risposte a questi immigrati che spesso fuggono dalla guerra, dalla miseria, dalla fame, dalle malattie e dalle persecuzioni per cercare aiuto e fortuna in Italia e in altre nazioni democratiche. Non possiamo trattarli come fantasmi. Sono degli essere umani e come tali vanno trattati e rispettati".



Mutilazioni genitali settemila bimbe a rischio
In uno studio i dati choc sull’infibulazione in Italia
Oggi è la giornata mondiale contro questa pratica
La Stampa, 06-02-2012
Maria Corbi
I dati sono contenuti nel dossier «Il diritto di essere bambine»
IL FENOMENO L’usanza si è diffusa con l’incremento dell’immigrazione
LA TESTIMONIANZA «Spesso sono le stesse mamme a imporre quel supplizio alle figlie»
Ci sono cose che crediamo lontane dal nostro piccolo mondo sicuro. O forse siamo solo miopi rispetto a quello che ci circonda. Altrimenti non c’è spiegazione per lo stupore che colpisce come una lama quando si leggono le cifre raccolte dall’Albero della Vita in occasione della giornata mondiale contro le mutilazioni femminili, oggi: «In Italia a rischio 93.000 donne, fra cui più di 7.700 bambine».
Una cifra enorme, minuscola se rapportata al mondo dove ogni anno 140 milioni di donne sono sottoposte a queste pratiche barbare che ledono corpo, cuore, anima.
Il dossier «Il diritto di essere bambine» realizzato da L’Albero della Vita con l’Associazione Interculturale Nosotras, è una ferita anche per la società occidentale evoluta che deve fare i conti con il fenomeno dell’immigrazione. Per questo è partito nelle scuole (per adesso solo in Toscana) il progetto «pilota» di formazione e prevenzione. Per questo le parole di Gloria, una donna nigeriana sfregiata nella sua dignità quando era una bambina, sono oggi così importanti, la frattura di un muro di omertà. Gloria ha 35 anni, vive in Toscana e non si è mai sposata. Il pudore le impedisce di spiegare che anche la violenza che ha subito, quel coltello che le ha tolto un pezzo del suo essere donna, ha indirizzato la sua vita. «Voglio spiegare quello che mi è capitato perché non deve succedere più».
Gloria viveva in un paesino della Nigeria con sua nonna, una delle «ostetriche» locali che avevano il compito di incidere con la lama i genitali delle bambine per preservare la loro purezza. «Il coltello di nonna - racconta - doveva passare a me quando avessi avuto l’età per diventare io stessa l’aguzzina delle mie simili». Non c’è rancore nelle parole di questa donna che oggi ha deciso di aiutareil prossimo in Italia facendo l’infermiera. Lei ama sua nonna, una donna che aveva il limite di essere nata in un posto in cui le donne erano considerate ai suoi tempi solo forza da lavoro e da letto. Oggi che anche lì le cose sono cambiate, che ci sono donne in politica e negli affari, quello che non cambia è la consuetudine di imporre le mutilazioni alle bambine. Ne esistono di tre tipi, di ferocia diversa, dall’incisione al clitoride, all’asportazione delle piccole labbra, alla vera e propria infibulazione faraonica (cucitura delle grandi labbra per la restrizione dell’apertura vaginale).
In Egitto ancora oggi tra l’85 per cento e il 95 per cento delle donne ha subito l’infibulazione. In Somalia si sale al 98 per cento. Una donna non infibulata viene considerata impura, non riesce a trovare marito e rischia l’allontanamento dalla società.
Gloria ricorda il momento in cui decise che si sarebbe battuta contro questo orrore. «Avevo solo 11 anni quando ho assistito a una cerimonia in cui veniva mutilata una mia amichetta. Lei da neonata era stata male, era debole, per cui non le avevano praticato l’incisione. A nove anni invece la hanno considerata pronta e mia nonna mi ha detto che io dovevo fare parte del gruppo di donne che dovevano assistere al rito. Per spiegarmi per farmi accettare la cosa mi diceva che dopo una ragazza diventava più bella e pura. È stato terribile, un incubo che mi porto ancora dietro. In quel momento ho deciso che avrei combattuto per evitare ad altre donne questa ferita impossibile da rimarginare, soprattutto nella propria anima».
Gloria spiega che nonostante le leggi severe messe in campo dall’Italia per contrastare le mutilazioni genitali femminili, la battaglia è solo all’inizio. Un problema culturale, non religioso ed è una guerra tutta femminile. «Spesso gli uomini non sanno nemmeno di cosa si parla, a volte non sono neanche d’accordo. Mentre spesso sono le donne della famiglia che insistono perché le nuove leve abbiano questo marchio di purezza. Conosco a Firenze una signora del mio paese il cui marito è contrario a sottoporre la figlioletta alla mutilazione genitale. Ma lei mi ha detto chiaramente che quando tornerà al paese per le vacanze porterà con se la bambina perché venga “purificata”. Non vuole subire il disonore quando la piccola sarà adulta».



La neve a Roma e i profughi senza tetto Distribuiti sacchi a pelo all'Ostiense
L'intervento dei Medici per i diritti umani (MEDU 1) da anni impegnati nell'assistenza delle migliaia di persone che a Roma vivono per strada, in particolare dei rifugiati afgani accampati a ridosso della stazione Ostiense
la Reoubblica, 04-02-2012
ROMA - L'arrivo della neve e le temperature estremamente rigide di questi giorni rendono ancora più difficili le condizioni di vita delle migliaia di persone che a Roma sono costrette a vivere sulla strada. La situazione della tendopoli spontanea dei rifugiati all'ex-air terminal Ostiense, presso cui Medici per i Diritti Umani 2 (MEDU) porta assistenza socio-sanitaria  attraverso la sua unità mobile, si presenta in queste ore estremamente critica. In questo insediamento, oltre cento profughi, provenienti in prevalenza dall'Afghanistan, si trovano a vivere in condizioni inaccettabili, privati degli standard minimi di accoglienza.
Distribuiti i sacchi a pelo. A fronte di questa grave situazione umanitaria, MEDU è intervenuta ieri con una distribuzione di sacchi a pelo. Un gesto di solidarietà che, unito a interventi simili di altri associazioni, non può ovviamente sostituirsi alle risposte strutturali che devono arrivare dalle istituzioni. Medici per i Diritti Umani torna a chiedere che vengano adottate con rapidità misure di accoglienza dignitose e sostenibili per porre rimedio ad una situazione che da troppo tempo ha cancellato, nel centro della città di Roma, la dignità ed i diritti fondamentali della persona.
Cos'è MEDU. Medici per i Diritti Umani, organizzazione umanitaria e di solidarietà internazionale, ha fornito dal 2004 assistenza e orientamento socio-sanitario a
oltre 6000 persone senza dimora a  Roma nell'ambito del progetto Un Camper per i Diritti.
Un progetto che nasce da un'urgenza: sia dal punto di vista sanitario sia dal punto di vista sociale, le persone senza fissa dimora si trovano spesso prive di qualsiasi aiuto mentre i loro bisogni restano inascoltati da chi vive lontano dalla "strada". L'idea del progetto nasce dalla possibilità di incontro tra quella che è una delle finalità principali di Medici per i Diritti Umani, cioè intervenire per il diritto alla salute delle popolazioni più vulnerabili e la necessità delle città di avere maggiori strumenti con i quali gestire il fenomeno.
Dentro la marginalità sociale. E' concepita come un servizio di prossimità a bassa soglia, è inoltre un valido ausilio nelle sorveglianza epidemiologica di una popolazione spesso difficilmente raggiungibile dalle iniziative di prevenzione e controllo delle patologie poste in atto dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). A questo si aggiunge il deficit legislativo in materia di assistenza sanitaria per alcuno gruppi di persone (ad esempio, l'assistenza ai cittadini comunitari che vivono in condizioni di indigenza e senza una copertura sanitaria nel paese d'origine). La marginalità sociale risulta purtroppo un fenomeno in crescita sul territorio italiano, interessando la già fragile popolazione migrante cui si assommano le fasce più deboli della popolazione italiana.
La situazione a Roma. Si calcola che a Roma vivano circa 8.000 persone senza fissa dimora (5.500 si trovano sulla strada e 2.500 sono ospitati nei centri di accoglienza notturni del Comune e delle associazioni di volontariato). La stima non comprende la popolazione Rom presente in città negli insediamenti spontanei. Oltre il 60% dei senza fissa dimora è costituito da stranieri. L'espandersi del fenomeno dei senza-fissa-dimora appare direttamente conseguente alla "forza di espulsione" che si riserva da parte della società e delle istituzioni nei riguardi di alcune fasce particolarmente fragili. In questo nuovo fenomeno di "barbonismo" l'età è sempre più bassa e aumentano le donne.

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