08 febbraio 2012

Bussines Lampedusa
I due centri per immigrati dell'isola sono vuoti dal 28 settembre, quando gli ultimi detenuti furono rispediti in Tunisia o portati in altri Cie italiani. Ora sette deputati siciliani del Pd ne chiedono la riapertura. Per riaffidarli a LampedusAccoglienza, affiliata Legacoop
il manifesto, 08-02-2012  
Antonio Mazzeo
LAMPEDUSA
Lampedusa i due fatiscenti centri di soccorso e prima assistenza per migranti sono vuoti dal 28 settembre 2011, quando manu militari vennero deportati in Tunisia o nei grandi Cie d'Italia gli ultimi ospiti-detenuti. Un indegno modello di accoglienza, fatto di quotidiane sopraffazioni e scientifica deprivazione di identità e soggettività, che adesso i deputati del Partito democratico chiedono di rilanciare, riaprendo le strutture-ghetto per affidarle all'ente gestore del passato, fiore all'occhiello di Legacoop Sicilia.
Con un'interrogazione indirizzata al ministro dell'Interno, sette parlamentari siciliani del Pd (primo firmatario l'on. Angelo Capodicasa, ex presidente della Regione ed ex viceministro all'Infrastrutture dell'ultimo governo Prodi) sostengono che la chiusura del centro potrebbe «causare anche un problema di çarattere internazionale in vista di ulteriori sbarchi che potrebbero interessare l'isola delle Pelagie». «Lampedusa - aggiungono i sette - è divenuta di fatto, anche per l'abnegazione e la sensibilità dei suoi abitanti, e sopportando oneri sociali e d'immagine non indifferenti, area di prima accoglienza pronta ad ospitare le decine di migliaia di disperati che attraversano il Canale di Sicilia». All'uopo, era stata destinata una struttura (Cspa), gestita egregiamente ed ininterrottamente dal giugno 2007 da LampedusAccoglienza, società nella disponibilità del consorzio di coopérative siciliane Sisifo.
Nell'interrogazione vengono elencati alcuni gravi atti intimidatori verificatisi recentemente a Lampedusa ai danni del centro di primo soccorso e dell'ente gestore. «In data 20 settembre 2011, quando già da tempo sull'isola si respirava un'aria pesante per effetto dei mancati trasferimenti degli immigrati è stato incendiato un padiglione del Cspa mentre erano presenti oltre 1.500 ospiti; nonostante fosse andato distrutto cio non ha pregiudicato lo svolgimento dell'attività, in quanto i luoghi sono stati messi in sicurezza e recintati; inspiegabilmente i lavori sono stati interrotti, pregiudicando, stavolta si, l'accoglienza anche se limitata a 440 posti». Tre giorni dopo veniva incendiata l'auto dell'amministratore delegate di LampedusAccoglienza, Cono Galipò. Tra l'11 e il 13 novembre veniva appiccato il fuoco ad un furgone ed un pullman della società, mentre il 2 dicembre veniva distrutto un magazzino di oltre 500 mq dove LampedusAccoglienza aveva stipato «indumenti e materiale di cucina per un valore stimabile in circa 300.000 euro». Il 18 dicembre, infine, veniva danneggiata l'auto del direttore del centro. «La situazione riguardante l'ordine pubblico a Lampedusa è grave», scrivono i parlamentari, invocando l'intervento del governo per «garantire lo svolgimento sereno dell'attività di chi ha espletato con impegno e dedizione il proprio íavoro, a volte in condizioni proibitive, nell'esclusivo interesse del popolo italiano».
In un clima d'odio
Áttentati di matrice razzista, riconducibili al clima di caccia al migrante e limpieza social scatenati con la compiacenza di imprenditori e politici xenofobi, utilizzati però dal Pd siciliano per elogiare un modello di gestione dell'accoglienza stigmatizzato da più parti per la sua disumanità, le sue caratteristiche repressive e í suoi insostenibili costi umani e finanziari. «Nell'interrogazione non si parla invece delle pesanti e pubbliche responsabilità del sindaco De Rubeis, che andrebbe perseguito per istigazione all'odio razziale per le ronde e le aggressioni contro i migranti», commenta Alfonso Di Stefano della Rete antirazzista catanese. «Ancora più gravi le responsabilità dell'ex ministro Maroni, che con premeditazione ha costruito nel febbraio scorso l'emergenza Lampedusa, allarmando l'opinione pubblica sull'invasione di 1.500.000 migranti, quando in sei mesi ne sono arrivati 50.000. Se un'interrogazione andava fatta era per revocare la delirante scelta del precedente governo di dichiarare l'isola porto non sicuro o per denunciare le vergognose condizioni di segregazione dei richiedenti asilo nel mega Cara di Mineo, il cui ente gestore è lo stesso consorzio di cooperative interessato al megabusiness di Lampedusa».
«Il Cspa aveva come suo principale scopo quello di assistere le persone appena arrivate e trasferirle nell'arco di 48 ore sul territorio italiano», ricordano gli operatori volontari dell'Arci che hanno potuto fare ingresso nel centro di Lampedusa solo dopo il giugno 2011. «In realtà è stata una struttura di reclusione, dove non era consentita l'uscita e l'entrata libera, i migranti non potevano spostarsi liberamente, confinati in parti' residenziali chiuse da inferriate e cancelli e da filo spinato. Le forze di polizia si muovevano all'interno armate e in casi di tensione in tenuta anti sommossa. I trasferimenti in altri centri avvenivano lentamente, obbligando i migranti a permanenze che variavano, per i maggiorenni da 15 giorni a un mese e per i minorenni per periodi ancora più lunghi, fino a un mese e mezzo».
La privazione della libertà personale dei migranti in quello che è stato a tutti gli effetti un centro d'identificazione ed espulsione, non era legittimata da provvedimenti giurisdizionali, né giustificata da situazioni di emergenza. «Coloro che sono stati detenuti e respinti in Tunisia, a partire dal 6 aprile 2011, per quanto risulta da numerose testimonianze e notizie di stampa, non hanno mai potuto comunicare con un avvocato o con un giudice, né tantomeno con un membro della commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato, né hanno ricevuto alcun tipo di comunicazione scritta sui motivi del loro trattenimen- to né sulla durata dello stesso o sulle possibilità di difesa o di esercizio dei propri diritti», ha denunciato il prof. Fulvio Vassallo Paleologo dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi).
Violati í diritti dell'uomo
«A Lampedusa il governo ha violato l'art. 13 della Costituzione italiana e l'art. 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo», incalza l'avvocata Carmen Cordaro, referente Cie e frontiere dell'Arci. «Si tratta di macroscopiche violazioni del diritto fondamentale alla libertà personale. Nei fatti sono rimasti inattuati il diritto a ricevere assistenza legale e, più in generale, il diritto di difesa di cui all'art. 24 della Costituzione». È un report di tre esperti volontari legali dell'associazione, Francesca Cancellaro, Luca Masera e Stefano Zirulia, a descrivere le disumane condizioni di vita all'interno del centro di contrada Imbriaçola. «Nella zona delle gabbie, all'interno delle quali sono trattenuti i migranti adulti, le tem-perature sono elevatissime. Le camere sono riempite di letti a castello con materassi sintetici di gommapiuma, l'aria risulta irrespirabile sin dal primo mattino, sia in ragione dell'elevata concentrazione umana, sia a causa della tipologia di edificio e dell'assenza di aria condizionata». Elevatissimi gli stress psicologici a cui erano sottoposti gli "ospiti". « Decine e decine di ragazzi tra i venti e i trent'anni sono costretti a trascorrere lunghissime e torride giornate stando immobili, rannicchiati in striscioline d'ombra», prosegue il report. «I migranti sono impossibilitati a svolgere semplici attività e gli unici svaghi concessi sono il pallone, e talvolta le carte da gioco. Non sono ammesse né radio né televisioni. Le telefonate sono contingentate, in quanto a ciascuno viene consegnata una tessera telefonica ogni dieci giorni, della durata di appena sei minuti. Per il resto sono vietati la carta, e dunque i libri e i giornali, per il rischio di incendi, e le penne, per il rischio di autolesionismo». Cio nonostante, a Lampedusa è accaduto di tutto: «Persone hanno mangiato pezzi di neon o una lametta o si sono ferite con tagli nelle braccia; altri hanno minacciato di buttarsi dalle scale o dal tetto o hanno provato ad impiccarsi».
Deleterie le condizioni igieniche e sanitarie. I bagni, insufficienti, erano luridi e la spazzatura veniva depositata dappertutto e portata via solo dopo diversi giorni. «A molti migranti con problemi di salute è stato negato l'accesso diretto all'infermeria», raccontano i volontari dell'Arci. «I posti letto a disposizione erano pochi e non c'era un servizio infer- mieristico che passasse per le camerate. Si poteva assistera a migranti che portavano di peso connazionali in infermeria o all'autoambulanza. C'era una carenza sistematica di materiale medico e medicinali. Ad un migrante è stato fasciato un braccio con delle bende e un pezzo di cartone al posto di un tutore rigido».
Di scarsissima qualità era il cibo distribuito. «Di solito veniva data la pasta a pranzo e il riso a cena conditi con alimenti in scatola. I secondi erano o polpette o scaloppine di varia natura fritta. Alle volte uova sode. I contorni variavano dalle patate ai legumi. Non abbiamo mai visto dare verdura fresca e/o di stagione. La frutta era quasi sempre una mela e in alternativa era distribuito Un succo di frutta. Venivano utilizzati cibi preçotti o scatolame. Benché la maggior parte delle persone fossero musulmane, non ci risulta che la carne fosse halal».
Minori in condizioni drammatiche
Ancora più drammatiche le condizioni detentive per i bambini e gli adolescenti stranieri (a fine agosto a Lampedusa erano in tutto 225,111 nel Cspa di Contrada Imbriacola, 114 nella ex base Loran della Guardia coste Usa). «La loro permanenza nell'isola è stata un calvario», dichiara l'assistente sociale Maria Billè. «I minori sono stati abbandonati per settimane senza potere uscire dalle strutture ò ricevere visite, se non delle Ong autorizzate dal ministero e dal Prefetto. Per nessuno di loro è stato nominato un tutore come imposto dalla legge italiana né è stata disposta alcuna forma di affidamento. Non risulta che siano state avviate le procedure di segnalazione al Giudice tutelare e alla competente Procura dei minori per l'adozione tempestiva dei provvedimenti dovuti per prestare tutela ed assistenza. Questi minori avevano affrontato tutti viaggi drammatici e rischiosissimi ed esprimevano evidenti segni di sofferenza e disagio psicologico».
«Ho avuto modo di constatare le precarie e indecenti condizioni igienico sanitarie in cui vivevano i minori non accompagnati ospitati nella ex base Loran, ha raccontato Giuseppina Cassara (Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti - Inmp), medico internista a Lampedusa dal 22 al 28 agosto 2011. «La struttura è fatiscente, assolutamente non idonea ad assicurare un'accoglienza dignitosa per ragazzi minorenni che necessitano di tutela socio-sanitaria e giu- ridica», aggiunge la dottoressa Cassara. «Nelle stanze al piano inferiore, adibite all'ospitalità delle ragazze, i materassi di gommapiuma luridi e malconci, sono buttati sul pavimento senza coprimaterasso o lenzuola se non quelle di carta, però non vengono cambiate e rifornite quotidianamente ma periodicamente». La struttura era deficitaria di acqua corrente e priva di cabine telefoniche ed i minori «ríuscivano a telefonare solo facendo code lunghissime per utilizzare dei cellularí forniti da LampedusAccoglienza».
Nel superaffollato centro di Contrada Imbriacola, invece, i minori erano costretti a dividere gli spazi con gli adulti, in contrasto con quanto previsto dalle leggi e dal regolamento. «Durante l'illegittima permanenza nel Cspa, i bambini e i ragazzi migranti sono stati esposti giornalmente alla violenza derivata dall'esasperazione delle oltre 500 persone rinchiuse e in costante attesa di trasferimento», ha denunciato Federica Giannotta, responsabile del progetto Faro di Terre des Hommes, per l'assistenza giuridico-legale dei minori a Lampedusa. «Abbiamo ripetutamente segnalato alle autorità competenti la promiscuità in cui si trovavano minori, famiglie con bambini e altre categorie vulnerabili come disabili, malati e richiedenti asilo, spesso presenti nelle zone chiuse dei centri in cui le organizzazioni umanitarie non potevano entrare, invece che in reparti loro dedicati e adeguati alle loro esigenze».
Le immani sofferenze patite dai minori stranieri a Lampedusa erano state al centro di un'interrogazione presentata il 14 luglio 2011 da Anna Maria Serafini ed altri 38 senatori Pd. «La condizione psicologica ed emotiva dei minori trattenuti nei due Centri è decisamente peggiorata», scrivevano i parlamentari. «La prolungata e incomprensibile detenzione, l'impossibilità di comunicare con l'esterno, la mancanza di spazi e di opportunità ricreative, lo stress dell'esperienza vissuta, senza un sostegno psicologico e medico, stanno generando nei bambini un forte senso di esasperazione e depressione e questo stato emotivo è la ragione delle recenti manifestazioni e proteste e degli atti autolesionistici verificatisi in entrambi i Centri».
«All'arrivo di nuovi sbarchi, interi gruppi di minori sono costretti ad abbandonare le camere a loro assegnate per fare posto ai nuovi arrivati e a dormire per terra, al freddo, tra vespe e zanzare», aggiungevano i senatori. «Preoccupano sempre più le pessime ed inaccettabili condizioni igienico-sanitarie: bagni sporchi e inaccessibili, camere buie, senza finestre e sporche con letti ricoperti da lenzuola di plastica su materassi sporchi e bucati; il cibo non è buono ed è maleodorante e i bambini si rifiutano di mangiarlo». I centri venivano cosi bollati come «inadeguati» per la prima accoglienza e, di conseguenza, si chiedeva a Berlusconi e Maroni di «garantire ai minori la minima permanenza sul- l'isola, limitata al primo soccorso, realizzan- do il loro trasferimento nei centri in Italia in un tempo massimo di 48 ore». Oggi, i cugini Pd-deputati la pensano diversamente. I centri di Lampedusa sono stati un paradiso e vanno riaperti. Restituendone le chiavi alle coop rosse del business migranti Spa.



Croce Rossa: regolarizzare la posizione dei 10 mila profughi giunti dalla Libia.
Audizione del commissario Rocca al Comitato Schengen: “nei Cie spazi inadeguati, peggio che in carcere”.
ImmigrazioneOggi, 08-02-2012
Norme speciali per regolarizzare la posizione di quanti sono giunti dalla Libia ed a cui non è stata concessa la protezione umanitaria.
A richiederlo, nel corso dell’audizione presso il Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, è stato ieri il commissario straordinario della Croce Rossa, Francesco Rocca.
Rocca calcola che in queste condizioni si trovino circa 10 mila immigrati. “In questo modo – ha dichiarato – costringiamo queste persone alla clandestinità e, per potersi garantire condizioni minime di sopravvivenza, le avviamo sulla strada della microcriminalità. Dobbiamo approvare norme speciali come era stato fatto per gli immigrati tunisini ai quali erano stati concessi permessi speciali”.
Rocca nel corso dell’audizione ha parlato anche della criticità dei Cie sostenendo, tra l’altro, che mai come ora si sono dimostrati inadeguati: “gli spazi sono assolutamente insufficienti per ospitare per lungo tempo gli immigrati; la permanenza ormai è di sei mesi, non più di trenta giorni e gli spazi a disposizione comportano una limitazione grave della libertà peggio che in carcere”.
Secondo Rocca, nei Cie esiste poi un problema di “promiscuità” tra immigrati usciti dal carcere e quanti non hanno alcun trascorso con la giustizia, in attesa di identificazione. “Questo comporta – ha sottolineato – una ulteriore penalizzazione per questi ultimi”.



IL COMMENTO - Qualunquismo egoista contro gli immigrati E io vado via con loro
il Quotidiano della Calabria.it,
ENNIO STAMILE
La vibrante e a tratti violenta protesta dei profughi provenienti da Lampedusa ospitati a Cetraro, di sabato 4 febbraio, è un fatto che ha lasciato inizialmente tutti sgomenti. Nessuno si aspettava, infatti, che trenta dei circa settanta uomini provenienti da diversi Paesi dell'Africa sub-sahariana reagissero in modo così esagitato. Non se lo attendevano innanzitutto i cetraresi, che sono abituati a convivere con loro ormai da ben nove mesi, dando prova di accoglienza, vicinanza e integrazione, non se lo attendevano le forze dell'ordine, che ritenevano, e a ragion veduta, quello di Cetraro come il centro che non dava problemi di sorta, non se lo attendevano neanche gli operatori che svolgono servizio nell'Hotel Piazza provvisoriamente allestito a centro di accoglienza.
Dopo aver affrontato prontamente l'emergenza assieme alle forze dell'ordine, all'assessore alle Politiche sociali ed al sindaco di Cetraro, a Carmine Federico, vicepresidente del Consorzio di cooperative sociali “CalabriAccoglie”, che sta svolgendo un ottimo lavoro di accompagnamento attraverso l'opera di qualificati operatori e mediatori culturali, ora è il tempo della riflessione.
Nell'incontro con coloro i quali abbiamo ritenuto essere i promotori della rivolta, abbiamo cercato di far comprendere che i diritti non possono essere fatti valere con la violenza, che non è mai giustificabile e che rende immediatamente ingiunto qualsiasi sacrosanto diritto. Evidentemente, avranno imparato anche dai media, che in Italia la protesta deve dar fastidio, deve interrompere servizi, com'è accaduto con l'ultima protesta dei Tir che come la neve di questi giorni ha bloccato tutta Italia, altrimenti non ottiene un bel niente. Come dargli torto, purtroppo.
Ma per tornare al motivo della rivolta credo che questo meriti una particolare attenzione. Ebbene, nonostante siano trascorsi ben nove mesi dalla loro presenza in Calabria i permessi o dinieghi non gli sono ancora stati notificati. Motivo di questo assurdo ritardo è la penosa macchina burocratica all'italiana messa in pieni per il riconoscimento dello status.
A Sant'Anna di Isola di Capo Rizzuto ha sede la Commissione territoriale, che ha il compito appunto di verificare le condizioni per il riconoscimento dello status e si deve occupare dei 1.600 richiedenti asilo dell'emergenza Nord-Africa calabresi, del migliaio di richiedenti asilo presenti nel “Cara” e anche di quelli della Basilicata. Viene da sé che i tempi divengano biblici.
Il 18 febbraio dello scorso anno una delegazione del Comitato parlamentare Schengen-Europol-Immigrazione, guidato da Margherita Boniver, ha visitato il centro d'accoglienza di Sant'Anna ritenendolo «adeguato a sostenere l'emergenza».
Ma non una parola spesa per la lentezza dei riconoscimenti e dei fondi messi a disposizione dell'Italia e dell'Europa che, manco a dirlo, come al solito arrivano in grave ritardo, costringendo gli operatori a volte anche a ricorrere a mutui per fronteggiare le notevoli spese di gestione. Da numerosi reportage, quello di Crotone, oltre ad essere il più grande d'Europa è anche il più lento nei riconoscimenti dello status degli immigrati, questo non solo perché in Calabria ne esiste solo uno, ma anche per la farraginosa macchina burocratica di cui l'Italia è maestra. Ciò non solo provoca disordini e proteste varie, ma rischia di vanificare gli sforzi e l'impegno profuso dalle realtà che gestiscono i centri di accoglienza dislocati in Calabria: è la notevole fatica spesa per l'integrazione. A Cetraro, nel momento della protesta sono venuti fuori i soliti slogan frutto di un qualunquismo bieco ed egoista del tipo, «se ne devono andare, altrimenti siamo noi a protestare» ed altri simili. Visto che le mie omelie da un po' di tempo a questa parte provocano diverse reazioni, riporto qui di seguito un passaggio di quella pronunciata domenica nella messa celebrata con i ragazzi: «Che strano, se ne devono andare gli immigrati che hanno sbagliato – e lo hanno ammesso anche per iscritto con una lettera di scuse inviata al sindaco – una sola volta, ma deve restare chi spaccia quotidianamente, rapina gli anziani che si recano in pellegrinaggio ogni mese all'ufficio postale per riscuotere le pensioni, riempie di botte i disabili perché non trova soldi nelle loro case, scassina case, traffica in armi, spara, brucia o danneggia le auto, manda teste di maiale mozzate non certo come invito a pranzo, ed altro. Loro possono restare, in fondo bisogna imparare a convivere con queste ed altre situazioni simili». La conclusione – volutamente provocatoria – è stata questa: «Se se ne devono andare gli immigrati allora io vado via con loro».



IMMIGRATI: PD, FARE LUCE SU BARCONE NON SOCCORSO
(AGENPARL) - Roma, 08 feb - Fare chiarezza su un barcone salpato da Tripoli verso Lampedusa nel marzo scorso e mai arrivato, di cui ha parlato qualche giorno fa un documentario televisivo della RadioTelevisione svizzera. E’ quanto chiedono i Senatori democratici Francesco Ferrante e Roberto Della Seta in un’interrogazione parlamentare al Ministro degli Esteri, Giulio Terzi, e al Ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola. “A fine marzo 2011 - si legge nell’atto parlamentare - un gruppo di migranti fuggono dalla guerra. Un barcone - uno dei tanti - salpa da Tripoli verso Lampedusa. Ma non ci arriverà mai, perché il carburante finisce prima. Nessuno li soccorrerà mai. Ci si può chiedere come sia possibile, visto che in quel momento il Mediterraneo pullula di navi e velivoli militari della Nato, ma non solo”.
“Un elicottero militare - prosegue il racconto - getta ai profughi bottiglie d'acqua e un po' di biscotti. Poi se va e non torna a soccorrerli. È oscuro il motivo per cui ciò è accaduto. Il gommone resta incredibilmente alla deriva per 15 giorni nel canale di Sicilia, incrociando almeno un paio di grandi imbarcazioni militari e pescherecci. Dei 72 a bordo, moriranno in 63”. Non è la prima volta che i due Senatori chiedono lumi sulla vicenda, lo avevano già fatto con un’altra interrogazione parlamentare il 18 aprile scorso, ma non hanno mai ricevuto risposta.
I Senatori chiedono “se non ritengano improcrastinabile riferire su un'eventuale omissione di soccorso di cui si sarebbero resi protagonisti gli alleati della Nato, tanto più grave in quanto le navi militari della Nato erano in quel braccio di mare per implementare una risoluzione dell'Onu che dispone la protezione di civili con ogni mezzo necessario”.



Dopo anni, inizio ad essere anch’io contro l’immigrazione
Corriere della sera, 08-02-2012
Roberto Del Bove, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Gentile Beppe, dopo tanti anni inizio ad essere anch’io contro l’immigrazione (specie quella clandestina, s’intende). Il fatto è che a differenza di tanti decerebrati xenofobi, io non lo dico per questioni di razza o etnia, anzi: per me la terra è di tutti gli uomini onesti e di buona volontà, a prescindere dalla loro nazionalità. C’è un altro problema che mi angoscia: pensare la vita che gran parte degli immigrati conduce qui in Italia. Costretti a lavori in nero da 30-40 euro al giorno, soli, lontani dalla famiglia, senza un giaciglio caldo e sicuro, conducono un’esistenza fantasmatica solo per poter mandare qualche soldo a casa (e parliamo comunque di cifre irrisorie).
Certo, non posso rubricare il mio sentimento nei loro confronti sotto la voce “senso di colpa” (noi giovani italiani non ce la passiamo poi così bene), ma vederli ai semafori, ai bordi delle strade o nelle zone di periferia mi fa male e vorrei risparmiare anche a loro – come a chiunque – il peso di una vita ormai condannata. Per questo, a volte penso che il modo migliore di farlo sia chiudere l’accesso a questo paese, che da un bel po’ non è più delle “vacche grasse” per nessuno, nemmeno per noi italiani.
Ripeto comunque che per me l’Italia è di tutte le persone oneste che contribuiscono alla sua crescita, indipendentemente dalla provenienza. E per confermare la mia stima per molti immigrati, posso aggiungere solo questo aneddoto: negli anni ho conosciuto diversi ragazzi africani che facevano gli ambulanti. Alcuni di loro erano studenti universitari, miei coetanei, partiti dall’Africa per studiare in Francia; durante le pause estive, però, giravano l’Europa come ambulanti per racimolare qualche soldo e vivere una vita appena più decente. Mica come certi italiani bocciati tre volte all’esame di maturità e ritrovatisi Consiglieri Regionali. Chapeau.



Più neonati e più immigrati così cresce la popolazione bolognese
Rispetto al 2010 incremento dello 0.7%. Il saldo nati-morti è ancora negativo. Molti scelgono di lasciare il capoluogo per trasferirsi nei comuni confinanti
la Repubblica, 07-02-2012
Come cambia la città, grazie ai suoi abitanti: lo fotografa uno studio del dipartimento Programmazione- settore Statistica del Comune di Bologna, che racconta di un lieve aumento della popolazione residente.
 Popolazione residente. I bolognesi sono 382.784 al 31 dicembre 2011: ovvero, 2600 in più rispetto all'inizio dell'anno. Si tratta dello 0.7%, riportando la popolazione ai livelli del 1998. A partire dal 1991 si era osservato un lento ma costante calo dei residenti; la tendenza, salvo rare eccezioni, si è invertita nel 2007.
LO STUDIO DEL COMUNE
Gli immigrati contribuiscono alla crescita. Se il saldo è positivo, seppure dello "zero virgola" dell'afflusso degli immigrati: oltre 15mila quelli che sono arrivati, poco più di 10mila quelli che hanno lasciato la città. Il saldo positivo supera dunque le 4200 unità.
Nati-morti. Il rapporto fra natalità e mortalità è invece ancora negativo: oltre 3100 i nuovi nati (+0.5%), 4700 i decessi (+2.3%). Il saldo, -1600, non annulla però il dato positivo ottenuto con gli immigrati.
Nei quartieri. In tutti i quartieri di Bologna si osserva un lieve incremento della popolazione. Quelli che superano l'1% sono Navile e San Donato. A crescere meno sono Saragozza, Savena e Borgo Panigale.
Fuga in provincia. Sono più i cittadini che fuggono dalla città verso i comuni limitrofi di quelli che fanno la scelta inversa: una differenza di 1640 unità. La città continua invece ad avere una forte attrattiva rispetto ad alcune province della regione, rispetto ad altre regioni e all'estero.
Stranieri. Al 31 dicembre 2011 gli stranieri residenti hanno raggiunto quota 52500, con un trend di crescita di 4700 unità, pari all'8.3%. I quartieri Navile e San Donato segnano un aumento della presenza degli stranieri che supera il 10%. le nazionalità più rappresentate sono quelle rumena, filippina e bangladese.



Oltre 12 mila i minori rom e sinti iscritti nelle scuole italiane, un sesto del totale a Roma Capitale.
Solo l’1,3% frequenta le scuole superiori, il 55% le elementari.
ImmigrazioneOggi, 08-02-2012
Nell’anno scolastico 2010/2011 gli alunni “nomadi” (rom, sinti o camminanti, con o senza la cittadinanza italiana) presenti nelle scuole italiane sono stati 12.377, in leggera crescita (+2,4%) rispetto all’anno precedente: il 54,6% si concentra nelle primarie, il 27,5% nelle secondarie di primo grado, il 16,6% nelle scuole dell’infanzia, e solo l’1,3% (pari solamente a 158 unità) nelle secondarie di secondo grado.
Il dato emerge dalla newsletter mensile della Fondazione Ismu che ha reso noto come le province in cui si concentrava il maggior numero di iscritti sono state quelle metropolitane di Roma (2.228), Milano (935), Torino (808) e Napoli (628). Seguono quelle di Reggio Calabria (495), Catanzaro (432), Siracusa (297) e Pordenone (252). Le regioni a più alta diffusione sono invece, nell’ordine, quelle di Lazio, Lombardia, Piemonte, Calabria, Emilia Romagna e Toscana.

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