18 novembre 2013

Odissea di Mounir: «Io che non sono morto a Lampedusa...»
MOUNIR RACCONTA LA SUA ODISSEA NEL MEDITERRANEO ALLA DERIVA SU UNA BARCA SENZA TIMONE E MOTORE NELLE STESSE ORE MORIVANO I 366 SALPATI DALLA LIBIA
l'Unità, 18-11-2013
Costanza Spocci
Mounir è affacciato su un parco olandese, dalla sua finestra lancia pezzi di pane ai piccioni che si azzuffano più in basso. Aspetta di sapere se potrà ottenere l’asilo politico. Voleva arrivare in Svezia per raggiungere un amico di Amina, la sua sorella maggiore, ma da Stoccolma gli hanno negato il visto. Amsterdam, per ora, è stata più accogliente.
Ma questa è solo la fine della storia. Una fine insperata quando a 180 miglia dalla costa siciliana Mounir era senza cibo né acqua, su un ex peschereccio malandato con timone e motore fuori uso, insieme ad altre 130 persone troppo spaventate da quel mare nero per permettersi anche solo di dormire. «Per bagnarci le labbra riempivamo le bottiglie di plastica per un quarto di zucchero e per il resto con acqua di mare filtrata con le nostre calze». In quelle stesse ore di inizio ottobre, a poche miglia marine di distanza, altre 366 storie simili a quella di Mounir finivano inghiottite per sempre dall’acqua del Mediterraneo. «Sai qual è la prima cosa che ho fatto non appena sono sbarcato?» racconta Mounir, 28enne siriano di Aleppo, «ho chiamato mia sorella le ho detto di spargere la voce, di sconsigliare a tutti la traversata. Lì nessuno sa che cosa ti aspetta...».
TUTTO INIZIA UN ANNO FA
«Quando sono arrivato in Egitto nel settembre 2012 con la mia famiglia, pensavo che Assad sarebbe caduto nel giro di poco tempo e che saremmo tornati tutti indietro». Ma Assad è ancora al suo posto e anche in Egitto la situazione è cambiata. Dopo il massacro dei sostenitori di Mohammed Morsi ad Rabaa Al Adawiya, il governo egiziano e i media locali hanno accusato di terrorismo l’intera comunità siriana, stigmatizzata come pericoloso nemico da combattere. Da allora i siriani sono oggetto di minacce continue a tal punto da spingere migliaia di loro a scappare dal paese. «Non ce la facevo più, avevo paura e non riuscivo a trovare lavoro», racconta Mounir, «non appena ho avuto l’occasione sono partito». Mounir si ricorda bene quel giorno: «Era il 18 settembre ed ero steso sul divano a casa di un amico a guardare un film. Ad un certo punto è squillato il cellulare. Era Amina, mia sorella: “Il marito di Fatma parte oggi per la Svezia. Muoviti, puoi andare con lui”. Sono corso a casa, ero molto agitato. In un quarto d’ora ho infilato un paio di vestiti nello zaino, ho preso l’iPad e sono saltato su un microbus per Alessandria insieme a Mahmoud». «Sono stata io a spingerlo a partire – racconta ora Amina – con soldi miei messi da parte gli ho pagato il viaggio, mi avevano giurato che non sarebbe stato pericoloso». Da circa un anno, i quartieri di Agamy, Miami e Montaza, a est di Alessandria, sono diventati la nuova little Syria alessandrina. Qui spuntano negozi di siriani un po’ ovunque. Chi fa il pane o chi il formaggio artigianale, chi ha ristoranti che si chiamano “Damasco” o “Ibn al Surya”. È qui che incontrammo Mounir prima della sua traversata. Qui gli intermediari tessono il loro business. «Questi personaggi guadagnano il 10% a migrante. Sono in media 3000 dollari a viaggiatore, 150 passeggeri a tratta e almeno due partenze a settimana». In mezzo a tutto questo viavai, quando Mounir arriva ad Alessandria è disorientato. Ma Mahmoud ha in tasca il contatto di un suo compaesano che si guadagna il pane trafficando persone. «Abbiamo aspettato due notti a casa di quest’uomo. Non ci diceva nulla, né quando saremmo partiti, né da dove. Poi d’un tratto è arrivata una chiamata. L’intermediario ci ha fatto salire su un microbus vicino al tunnel della Strada 45 e ci ha detto di scendere a Ezbet el Rasheed».
La destinazione di Mounir è un quartiere periferico sulla costa est di Alessandria, a pochi chilometri dalla spiaggia di Abo Qyr, uno dei punti da cui partono la maggioranza delle barche cariche di migranti. «Un uomo ci ha condotto in un appartamento di tre stanze in cui erano già stipati una quarantina di siriani, c’era sporco e una puzza terribile. L’attesa è durata diversi giorni. Poi una notte mi sono ritrovato in un pick-up coperto di tappeti» continua «ci ha scaricati nel bel mezzo di un palmeto. Da lì a piedi per mezzora fino ad una spiaggia». Quattro barchette blu a motore li aspettavano: navette per uscire velocemente dalle acque territoriali, con 40 persone di carico massimo ciascuna. «Un peschereccio scalcinato ci ha raggruppato una volta raggiunte le acque internazionali, sarà stato 10 metri per 2, decisamente troppo piccolo per reggere il peso di tutti».
La barca non fa che oscillare. «Dopo diverse ore abbiamo iniziato a protestare. Eravamo stanchi e impauriti, non mi fidavo di chi ci stava guidando. Se avessimo continuato con quella barca fino alla Sicilia saremmo morti tutti di sicuro». Una barca lunga almeno 25 metri, invece, appare all’orizzonte. In piena notte i trafficanti sul peschereccio più piccolo lanciano corde per agganciare le due imbarcazioni, ma le onde le fanno cozzare e la fiancata e la prua del peschereccio di Mounir vengono fatte a pezzi. Quando sale, Mounir intravede subito il capitano della nuova nave. È un egiziano piuttosto grosso, aiutato da una ciurma di 32 persone. Mangiano fagioli e carne in scatola sotto gli occhi dei siriani, il cui pasto invece si limita a un po’ di pane.
La navigazione va avanti per cinque giorni, a 180 miglia dalle coste siciliane il capitano ritrasferisce i passeggeri sul peschereccio più piccolo e malridotto, rimorchiato durante il viaggio. «Se la Guardia Costiera Italiana deve sequestrare un’imbarcazione, che sequestri quella». Quattro egiziani montano con loro, per scoprire poco dopo che il timone non funziona e nemmeno il motore. «Ero in mezzo al mare su un peschereccio che poteva colare a picco da un momento all’altro. Neanche il GPS funzionava. Credo che sia stato il momento più spaventoso della mia vita». I migranti hanno un Thuraya, un telefono satellitare, che il capitano ha lasciato loro in cambio di mille dollari, ma la Guardia Costiera italiana non risponde. I compagni di viaggio e Mounir si armano di cellulari e tablet, utilizzando il poco di batteria che rimane per individuare la loro posizione in mare e trovare una rotta. Quando l’ultimo telefono si spegne, i viaggiatori bruciano vestiti per un’intera notte, con la speranza di attirare l’attenzione delle navi di passaggio, ma invano.
Vanno avanti così per altri tre giorni, senza cibo né acqua. Finalmente due pescherecci italiani vanno in loro soccorso. «Una delle barche si chiamava ‘Napoli’, sono loro che hanno avvisato la Croce Rossa». Dopo quattro ore tutti i 136 migranti e i quattro egiziani sono tratti in salvo sulle coste di Siracusa. Ad aspettarli, la polizia italiana. Giunti al CIE di Siracusa i viaggiatori sanno come comportarsi. «Se vuoi fare richiesta di asilo in Svezia non devi lasciare la tua impronta digitale alla polizia italiana». Siccome nessuno vuole lasciare la propria, nel CIE di Siracusa scoppia il putiferio. Tre siriani finiscono in ospedale per le manganellate. Tutti gli altri sono costretti a lasciare le impronte sotto lo sguardo minaccioso di tre agenti dalle spalle enormi.
«Dopo le impronte e una notte passata con altre centinaia di eritrei e somali al CIE, tre poliziotti mi hanno aperto le porte del centro e mi hanno lasciato andare senza problemi verso nord». Anche se in Svezia non ha potuto richiedere l’asilo, in Olanda gli è andata meglio. «Tutta la mia famiglia è in Egitto, non so se un giorno riusciremo ad essere di nuovo insieme» sospira Mounir.



Acqua, paura, speranza: la potenza del brano di Morricone per il naufragio di Lampedusa
Corriere.it, 18-11-2013
Daniel Lemlem
Ore 17.30 piu o meno. Ho appena finito di ascoltare il brano che ha composto il maestro Ennio Morricone come tributo alle vittime di Lampedusa. Mi trovo in zona porta Venezia all’ interno di un internet point. Intorno a me c’è tanta confusione: gente che chiama, spedisce fax, ritira e invia denaro. Ma dentro di me c’è ancora piu disordine dopo quello che ho ascoltato. Ho bisogno di riascoltarlo nuovamente, lo faccio anche una terza volta, e mi accorgo subito di non riuscire a coglierne l’essenza. Ci penso e ripenso fino a quando mi accorgo che non era tanto la confusione del luogo dove mi trovavo che non riusciva a mettermi nella condizione di analizzare a pieno la composizione musicale.
    Era la mia razionalità unita al mio sentirmi così coinvolto, data la mia identità di seconda generazione che solo per puro caso non si è trovato ad affrontare questo viaggio di disperazione. Se i miei genitori non avessero, più di trent’anni fa, affrontato quello stesso viaggio, seppure con modalità, circostanze e mezzi diversi e non fossi nato in Italia, ora ci sarei stato io su uno di quei barconi.
L’orologio segna le 22.47, sono passate poco più di cinque ore e mi ritovo da solo, non tanto fisicamente, quanto più nel senso di spoglio della mia appartenenza e della mia conoscenza. Siedo sul divano con gli occhi chiusi e la mente sgombra. Ho deciso che ascolterò ancora il brano come se non conoscessi l’autore, il titolo, la storia. Voglio usare una chiave di analisi che sia libera da ogni auto condizionamento, che mi permetta di far sì che gli unici strumenti di giudizio siano i miei sensi allo stato più primitivo. Il brano inizia, la mia mente è rilassata, distesa, sento il suono della vita, dell’acqua, le onde del mare. Percepisco una lenta e graduale sensazione di benessere.
    L’ acqua, il principio della vita.
L’elemento fondamentale di cui è composto in gran parte il nostro pianeta e il nostro corpo. Una pace infinita che dura meno di trenta secondi, perchè improvvisamente il dolce suono del mare si fa fiacco e senza che mi fossi preparato vengo investito dall’ eco di un lamento straziante, che senza nessun segno di preavviso, mi si presenta trovandomi inpreparato.
     Ho paura!
Il lamento è cessato, ma in sottofondo un insieme di suoni che non riesco a identificare si mescola creando una macabra perfezione. Sento un altro lamento, questa volta è più simile a un canto di sofferenza che si consuma stanco, lento e nel suo spegnersi colgo una sensazione di tormento infinito. Non c’è pace. Percepisco lieve, ma terribilmente autoritario, il suono di un corno e poi a seguire, per pochi istanti, qualcosa che mi ricorda i carillon dei bambini…suoni di infanzia, di innocenza, ma questo non mi rasserena, dentro me sento ancora molta incertezza e smarrimento.
    Arriva veloce un’onda che viene spezzata da un lamento, che questa volta fa più male perchè la mia mente, inconsciamente, ha sperato che dopo il carillon l’onda del mare potesse essere il preludio al sorriso di una creatura.
È un continuo ripetersi di suoni gravi e lamenti ipnotici che sembrano chiamarmi da lontano. Forse mi trovo nei gironi piu caldi degli inferi. È strano, seppure non riesca ad orientarmi, so di trovarmi ovunque tranne che in mezzo al fuoco, eppure in questo momento la razionalità con cui la mente associa l’inferno con le fiamme nel mio animo è stato sostituito dai lamenti lontani, dai suoni in qualche modo marini dell’elemento che fino a poco fa avevo utilizzato per descrivere beatitudine e principio di vita, l’acqua.
    Inferno e paradiso. La vita e la morte. L’ inizio e la fine.
Su questa mia riflessione si conclude il brano: i lamenti e tutto il tormentato in sottofondo è teminato…sento solo il suono delle onde del mare. Così come tutto ha avuto inizio, ora finisce…stesso dolce suono…l’ acqua…la vita e la morte, l’ inizio e la fine, l’ inferno e il paradiso.



Dall'inferno alla chance di un gol, ecco la nazionale dei rifugiati
I ragazzi del Cara Mineo in campionato: è la prima volta in Italia. Nella ex base Usa sono in 4mila: prima i tornei, poi l'idea di giocare in Terza Categoria. Festa e brindisi qualche giorno fa, quando uno di loro è stato ingaggiato in Bundesliga
la Repubblica, 17-11-2013
FRANCESCO VIVIANO  
CATANIA - Un campionato per trovare la normalità della vita, e coltivare speranze future. Oggi l'ASD Cara Mineo disputerà la sua prima partita contro il Biancavilla a Catania, valida per il torneo di Terza Categoria della Figc. E' la prima volta che una squadra composta da extracomunitari riesce ad entrare nel mondo del calcio italiano.
"Il mio sogno? Quello di diventare un calciatore professionista come il mio amico Gabhon che ha cominciato a giocare qui sul campetto del Cara di Mineo e due mesi fa è stato ingaggiato da una squadra che gioca in serie A, l'Hoffenheim, in Germania. Quando Gabhon ci ha dato la bella notizia qui al centro abbiamo festeggiato, eravamo felici, era come se avessero ingaggiato tutti noi...". Notizia che qui, nel campetto del Centro di accoglienza richiedenti asilo di Mineo, ha galvanizzato ulteriormente i 25 "selezionati" che compongono la squadra. Il loro allenatore è Giuseppe Manzella, nome noto nel mondo del calcio minore catanese con un passato di calciatore anche in una squadra di serie D e che non nasconde la sua soddisfazione per essere riuscito a mettere insieme la sua "nazionale" del Cara di Mineo. "Volevano giocare in tanti, ma una selezione - dice Manzella - era necessaria, una selezione che alla fine è stata condivisa da tutti i "tifosi" del Centro di accoglienza".
I selezionati per il loro debutto nel campionato federale di terza categoria, rappresentano varie nazionalità:  Somalia, Gambia, Mali, Nigeria,
Camerun, Burkina Faso. Il portiere titolare è Fadeba, 22 anni, del Gambia, giunto in Sicilia, come tanti altri, a bordo dei barconi che in questi anni hanno attraversato il Canale di Sicilia per raggiungere l'ultimo lembo d'Europa, l'isola di Lampedusa. E quando sono stati smistati nel Centro di Mineo (una ex base militare americana molto confortevole, con 400 villette a due piani e con tante strutture ricreative che ospita attualmente circa 4.000 extracomunitari) molti di loro, in attesa delle lungaggini burocratiche che un giorno o l'altro potranno consentire loro di ottenere lo status di rifugiati, hanno cominciato ad organizzare dei piccoli tornei. Poi alcuni mesi fa l'idea: tentare di fare un vero e proprio campionato.
Un'idea che ha coinvolto gran parte del "popolo" del Centro di Mineo che hanno incoraggiato la loro rappresentanza calcistica ad affrontare questa sfida. E così sono cominciati gli allenamenti, quasi ogni giorno, e la successiva selezione per scegliere i "titolari". "E' stata un'esperienza entusiasmante che ha avuto una svolta improvvisa - dice il portavoce del Cara, Rosario Lizio - quando il direttore Sebastiano Maccarrone, e la vice direttrice che si occupa dell'area delle attività formative e ludiche Ivana Galanti insieme al suo collaboratore Vito Amendola si sono intestarditi nell'idea di dare a questi appassionati migranti del calcio un'occasione in più. Da lì è nata una battaglia estenuante di burocrazia, perché non si può essere tesserati in una squadra di calcio e giocare in un regolare campionato italiano senza avere il permesso di soggiorno. Ma alla fine, con un po' di buona volontà da parte di tutti, dribblati gli ostacoli, la ASD Cara Mineo ha visto la luce e potrà partecipare in corsa al campionato di terza categoria".
Gli orari degli allenamenti sono un po' particolari, cominciano quasi sempre alle otto del mattino, ma poco dopo l'alba molti giocatori sono già in campo in attesa che arrivi "il mister" che dovrà allenarli. Stando alle previsioni saranno tantissimi i "tifosi" che oggi assisteranno alla prima partita della loro "nazionale".
"Oggi per noi sarà una giornata importante - dice Danso, capitano della squadra - e non conterà molto il risultato, quello che conta è esserci, partecipare a pieno titolo ad un vero e proprio campionato. Molti di noi sono qui da tanti mesi, il nostro destino è ancora molto incerto, abbiamo affrontato situazioni difficili e molti pericoli per raggiungere l'Europa e nell'attesa questo campionato ci consentirà di avere un obiettivo che ci impegnerà quotidianamente".



Lampedusa, barcone alla deriva Guardia costiera soccorre 61 migranti
Il barcone avvistato al largo dell'isola siciliana.
L'Unione sarda, 17-11-2013
La Guardia costiera, con l'impiego di un proprio aereo, di un pattugliatore d'altura e di una motovedetta ha soccorso 61 migranti di origini sub sahariana, tra i quali tre donne, che erano a bordo di una unità alla deriva. Il barcone è stato raggiunto a 60 miglia a sud di Lampedusa, dove è avvenuto il trasferimento dei migranti sulla motovedetta, che sta ora facendo rotta verso Lampedusa. L'operazione di soccorso è stata seguita da vicino anche dalla nave Foscari, della Marina Militare, impegnata nel Canale di Sicilia nell'operazione Mare Nostrum.



Banche. Abi: crescono conti correnti immigrati imprenditori
E' quanto emerge dall'indagine dell'Osservatorio Nazionale sull'Inclusione Finanziaria dei migranti
Stranieriinitalia.it, 18-11-2013
Roma, 18 novembre 2013 - Immigrato e imprenditore. Alla luce della crisi finanziaria, ad un aumento del tasso di disoccupazione e alle maggiori condizioni di precarieta' lavorativa, i cittadini immigrati si riorganizzano e rispondono con lo sviluppo di piccole attivita' imprenditoriali.
E' quanto emerge dall'indagine dell'Osservatorio Nazionale sull'Inclusione Finanziaria dei migranti al termine del suo secondo anno di attivita', presentata in occasione del Forum Csr 2013, l'appuntamento organizzato dall'Associazione Bancaria Italiana (Abi) sulla Responsabilita' sociale d'impresa giunto quest'anno alla sua ottava edizione.
Prima esperienza nel panorama italiano ed europeo, l'Osservatorio e' un progetto pluriennale (con scadenza a giugno 2014), nato dalla collaborazione fra l'Abi e il Ministero dell'Interno, e coordinato dal Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI). Obiettivo dell'iniziativa fornire uno strumento di analisi e monitoraggio costante e organico del fenomeno dell'inclusione finanziaria dei migranti nel nostro Paese, quale condizione necessaria per favorire il processo di integrazione, e supportare cosi' gli operatori nella definizione di strategie integrate.
Oltre ad analizzare la relazione tra migranti e sistema finanziario dal punto di vista dell'offerta e della domanda di servizi e prodotti, l'Osservatorio dedica un focus specifico all'imprenditoria tramite l'analisi delle imprese condotte da immigrati presenti in quattro territori campione (Milano, Bergamo, Brescia e Roma). Se si considera il dato di sistema, i clienti immigrati titolari di conti correnti appartenenti al segmento small business presso le banche italiane in un anno sono aumentati del 13,5% (per un totale di 83.950 circa nel 2011, pari al 4,4% del numero complessivo di correntisti immigrati). Dato confermato dai dati nazionali forniti da Unioncamere dove l'imprenditoria a titolarita' immigrata fa segnare un saldo netto positivo di oltre 24.000 unita'.
L'incremento e' ancora piu' evidente se si considera all'interno del panel di dati omogeneo (stessi gruppi bancari e stesse nazionalita'): nei tre anni oggetto di rilevazione dell'Osservatorio, l'area small business cresce in termini assoluti del 47%. In termini di distribuzione geografica, si conferma, anche per quanto riguarda l'attivita' imprenditoriale, una maggiore concentrazione di conti correnti presso le banche nel Nord Italia, pari al 63%. Il 31% dei correntisti imprenditori sono concentrati nel Centro, il 6% al Sud.



Un Sos lanciato contro il razzismo Virus che colpisce anche la Francia
Corriere della sera, 17-11-2013
Stefano Montefiori
La ministra della Giustizia francese Christiane Taubira, nata in Guyana, negli ultimi giorni è stata oggetto di indecenti attacchi razzisti, dalla copertina del settimanale di estrema destra Minute che l’ha dipinta come una scimmia con banana (le idiozie contro la ministra italiana Cécile Kyenge hanno fatto scuola), a una battuta simile di una consigliera comunale Ump (centrodestra), a un esponente del Front National (poi espulso) che ha detto di preferirla «sugli alberi piuttosto che al governo», fino a insulti vari di anonimi passanti.
La scorta di Taubira è stata rafforzata, lei dice che non sporgerà denuncia: «Incasso, ma tutto questo è violento per i miei figli». Il punto è anche capire se si tratti di un caso isolato o meno. La Francia è un Paese razzista?
Marine Le Pen dice che «è il Paese meno razzista del mondo», ma alcuni indicatori sono meno rassicuranti. Se prendiamo l’ultimo sondaggio della Commissione dei diritti dell’uomo (Cncdh), il 7% degli intervistati si dichiara «piuttosto razzista» , il 22% «un po’», il 25% «non tanto». Solo il 44% è«per niente razzista», una cifra in calo rispetto agli anni precedenti. E due su tre pensano che «certi comportamenti possono talvolta giustificare reazioni razziste».
Un razzismo strisciante e nascosto a lungo, ereditato dal periodo coloniale e rintuzzato anche grazie alla grande mobilitazione di «Sos Racisme» negli anni Ottanta, sta venendo gagliardamente allo scoperto. Il nuovo conformismo del politicamente scorretto, esibito in tv per esempio dalla coppia di opinionisti Naulleau-Zemmour, ha contribuito a «liberare la parola», e anche questi sono i risultati. Chi non flirta con la postura alla moda è «adepto del pensiero unico», «benpensante» o «radical chic».
Non importa. Bene fanno i tanti intellettuali e non — Marie Darrieussecq, Bernard-Henri Lévy, Yann Moix, Christine Angot fra gli altri — a mobilitarsi in difesa di Christiane Taubira, oggi su Le Monde e in un dibattito pubblico. La lotta — anche culturale — contro il razzismo sembrava diventata un rito banale e superfluo. I fatti di questi giorni dimostrano il contrario.

Share/Save/Bookmark