Newsletter periodica d’informazione
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Rassegna ad uso
esclusivamente interno e gratuito, riservata agli
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Anno XI n. 27 del 18 settembre 2013 |
Consultate www.uil.it/immigrazione
Aggiornamento quotidiano sui temi di interesse di cittadini e lavoratori stranieri
A cura del Servizio Politiche Territoriali della Uil
Dipartimento Politiche Migratorie
Tel. 064753292- 4744753- Fax: 064744751
Migratorie: appuntamenti


Brescia, 25 settembre 2013, ore 10.00
Convegno Ital – UIL su stranieri e diritti di cittadinanza
(Guglielmo Loy)
Roma, 7 ottobre 2013, ore 10. Biblioteca Pier Paolo Pasolini
SOS Razzismo: Rom Pride 2013
(Giuseppe Casucci, Angela Scalzo)
Secondo l’Alto
commissariato Onu per i rifugiati nel solo mese di agosto sono sbarcate sulle
coste italiane "circa 3300 persone". Dall’inizio dell’anno al 6
settembre gli immigrati giunti via mare sono stati oltre 21.800, in netto
aumento rispetto al 2012
L'Alto
commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) stima che più di 4.600 siriani sono giunti via mare in Italia dall'inizio dell'anno. Circa i due
terzi, solo in agosto. "Abbiamo osservato un netto aumento dei siriani che
giungono nel sud Italia a bordo di imbarcazioni. Negli ultimi 40 giorni sono
arrivati 3.300 siriani, tra i quali più di 230 bambini non accompagnati,
soprattutto in Sicilia ma anche in Calabria", ha detto a Ginevra il
portavoce Adrian Edwards. Circa
670 sono sbarcati la scorsa settimana e ci sono stati più di 30 arrivi di
imbarcazioni, ha aggiunto Edwards. La maggior parte dall'Egitto, ma anche dalla
Turchia, in predominanza famiglie con bambini. Diverse persone hanno avuto
bisogno di cure ospedaliere per causa disidratazione, ha continuato il
portavoce Unhcr ricordando che la settimana scorsa un'infermiera di Damasco è
morta durante la traversata. Il marito ha dato il permesso per il trapianto del
fegato e dei reni della moglie in favore di tre pazienti in Italia, ha
sottolineato. La maggioranza dei siriani giunti in Italia con cui il personale
dell'Unhcr ha potuto parlare hanno riferito di provenire principalmente da
Damasco e tra di loro figurano molti profughi palestinesi nati in Siria. Al
loro arrivo le persone sono ammesse in centri di accoglienza. Dall'inizio
dell'anno al 6 settembre - precisa l'Unhcr - 21.870 persone sono arrivate nel sud
Italia. Si tratta di un "aumento significativo" rispetto ai livelli
del 2012, quando ne arrivarono 7.981. Si tratta principalmente di eritrei 5.778
(594 nel 2012), somali 2.571 (1.280 nel 2012) e siriani 3.970 (369 nel 2012).
Emergenza profughi siriani
L’Italia non si faccia trovare ancora una volta impreparata
E’ possibile chiedere al Consiglio Europeo, in caso di arrivi massicci di sfollati, l’utilizzo della direttiva 2001/55/CE per ridistribuire gli arrivi negli Stati membri
Di Giuseppe Casucci, Coord. Nazionale Dipartimento Politiche Migratorie UIL
Roma, 18 settembre 2013 - Con oltre due milioni di rifugiati siriani, nei paesi confinanti (Libano, Egitto, Turchia, Giordania), c’è da aspettarsi che gli arrivi in Italia siano destinati a moltiplicarsi nei prossimi mesi. Alcune fonti stimano che il flusso di profughi siriani (quasi 5 mila dall’inizio dell’anno) possa più che raddoppiare entro fine anno, scegliendo l’Italia come naturale porta d’ingresso all’Europa. Un viaggio via mare dalla Siria (o altri Paesi confinanti) verso il sud Italia frutta agli scafisti dai 5 agli 8 mila euro: cifra che pochi possono permettersi ed in genere a fronte di un forte indebitamento delle famiglie. Questo è anche il motivo per cui una percentuale piccola dei profughi riesce ad arrivare in Europa. Senza contare i gravi rischi che tale traversata comporta (oltre 20 mila morti dal 1988 ad oggi). Malgrado ciò, non è prevedibile che la crisi siriana si risolva nei tempi brevi. C’è dunque da aspettarsi - com’è già successo in occasione di altre crisi nord africane – che una quota crescente di richiedenti asilo cerchi di arrivare in Europa, in genere scegliendo tre possibili percorsi: la Grecia, l’Italia e la Spagna. Una quota non piccola di loro, dunque, sta arrivando ed arriverà nel nostro Paese, spesso solo in transito, diretti verso altre aree del Nord Europa per raggiungere parenti ivi residenti. Il regolamento di Dublino sui rifugiati, però, obbliga chi fa domanda di asilo a risiedere nel Paese in cui ha presentato la richiesta: e questo diventa un impedimento per chi vuole raggiungere parenti in altri Paesi. In genere, se uno fa la domanda in Italia e poi viaggia verso il Belgio o la Svezia, viene rispedito indietro. Questo è anche uno dei motivi per cui molti potenziali rifugiati scelgono la clandestinità per non essere individuati dalle autorità di polizia italiana. Esiste però la possibilità di utilizzare la direttiva 2001/55/Ce, con la quale la Commissione europea può chiedere al Consiglio UE di distribuire quote massicce di profughi, provenienti da un Paese o da una zona determinata, nei Paesi dell’Unione, secondo criteri razionali. La direttiva fu varata ai tempi della crisi in Kosovo e – da allora – non è mai stata utilizzata. In particolare la direttiva riguarda le “norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell'equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell'accoglienza degli stessi”. La direttiva, se attuata, sospende gli effetti del regolamento di Dublino, e permette una equa ridistribuzione degli sfollati nei vari Paesi dell’Unione. Qualora persistano motivi per la concessione della protezione temporanea, il Consiglio può deliberare a maggioranza qualificata, su proposta della Commissione, la quale esamina parimenti qualsiasi richiesta presentata dagli Stati membri affinché sottoponga al Consiglio una proposta di prorogarne eventualmente la durata.
Speriamo che l’Italia ne faccia per tempo richiesta – se si presenta la necessità - e in ogni caso non si faccia trovare ancora una volta impreparata ad affrontare una nuova emergenza rifugiati.
Scarica la direttiva: http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2001:212:0012:0012:IT:PDF
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di Alessandra Modica, 16 settembre 2013
Difficile
capire quante persone vivano nell’edificio occupato di via Slataper a Firenze.
Ci sono giovani, uomini, donne, bambini: molti di loro sono in attesa di una
risposta da parte dello Stato italiano alla loro domanda per il riconoscimento
dello status di rifugiato. Altri hanno già avuto il loro sì, ma non sanno
comunque dove andare. Vivono in un palazzo dove prima c’erano gli uffici della
Regione Toscana, aiutati dai vicini, dalle associazioni, dalle cooperative. La
loro situazione è simile a quella di molti altri rifugiati presenti in Italia,
Paese dove la vita per loro non è per niente facile. Il riconoscimento dello
status di rifugiato (regolamentato dalla legge
189/2002, che ha integrato le disposizioni sul diritto di asilo
contenute nella legge 416/1989) avviene dopo un lungo iter burocratico, volto
ad accertare che il richiedente provenga da un Paese straniero in cui gli viene
impedito l’esercizio effettivo delle libertà fondamentali e nel quale rischia
di subire specifici atti di persecuzione e discriminazione, fondati su razza,
nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale, religione, opinioni
politiche. Sul piano internazionale, la condizione di rifugiato è riconosciuta
dalla Convenzione di Ginevra, che nel 1952 ha reso
omogenea la definizione di “rifugiato”, e da quella di Dublino sulla
determinazione dello Stato competente per l’esame di una domanda di asilo
presentata in uno degli Stati membri della Comunità europea. In base alla
Convenzione di Ginevra, la cessazione dello status di rifugiato può avvenire
quando:
il rifugiato abbia nuovamente usufruito della protezione del Paese di cui abbia
la cittadinanza oppure ne riacquisisca volontariamente la cittadinanza;
- il rifugiato sia tornato a stabilirsi volontariamente nel proprio Paese;
- il rifugiato abbia acquisito una nuova cittadinanza e goda della protezione
del Paese che gliel’ha concessa;
- siano venute meno le condizioni in seguito alle quali la persona abbia
ottenuto il riconoscimento della qualifica di rifugiato. L’art.32 della stessa,
invece, sancisce il divieto di espulsione del rifugiato (principio di non
refoulement), se non per motivi di sicurezza nazionale o di ordine pubblico.
Anche in questi casi, comunque, il rifugiato dovrà essere messo nelle
condizioni di difendersi e di andare in un altro Paese diverso dal proprio. Le
modalità per il riconoscimento dello status di rifugiato in Italia sono
contenute nel decreto-legge 416/1989 e sue modifiche, che ha recepito
totalmente la Convenzione di Ginevra. Con la legge n.189/2002 (la Bossi-Fini)
sono state apportate alcune modifiche al procedimento, sia per risolvere il
problema dell’abuso di richieste di rifugiati, che per accelerare i tempi di
riconoscimento dello status.
Secondo la nuova disciplina
Lo straniero che intende entrare nel territorio nazionale per essere riconosciuto rifugiato deve rivolgere istanza motivata all’ufficio di polizia di frontiera. Sino alla definizione della procedura di riconoscimento, allo straniero viene rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo (art. 1, comma 5, D.L. 416/1989). Lo straniero viene immediatamente respinto nei casi in cui sia già rifugiato in un altro Paese, abbia commesso crimini di guerra o delitti, sia stato condannato in Italia o risulti pericoloso per la sicurezza nazionale. La L. 189/2002 ha introdotto la previsione del trattenimento dei richiedenti asilo nei cosiddetti Cara (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo). Trattenimento che è in molti casi facoltativo.
L’assistenza e la protezione dei richiedenti asilo e dei
rifugiati viene affidata dalla legge agli enti locali, che possono attingere le
risorse economiche dal Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo.
Ma come spesso accade, i fondi non sono sufficienti e gli enti locali non sono
in grado di farsi carico di questo compito. Come dimostra il rapporto “Il paradosso di essere riconosciuto come rifugiato in
Italia: vivere in una prigione a cielo aperto“, sulle condizioni dei
rifugiati in Italia, realizzato da alcune ong nazionali all’interno del
progetto europeo Eduasyl, le politiche integrative dedicate ai rifugiati sono
quasi inesistenti, le possibilità lavorative minime, l’offerta formativa
scarsa, e le condizioni abitative precarie.
Il caso dell’edificio occupato da richiedenti asilo a Firenze, infatti, non è unico, anzi. Le strutture ufficiali di accoglienza in Italia scarseggiano (sono soltanto 3 mila i posti addetti all’accoglienza dei rifugiati in Italia, nelle quali dovrebbero trovare sistemazione più di 64.779 rifugiati), e non è stata trovata ancora alcuna soluzione adeguata alle necessità di questo particolare tipo di immigrati, che una volta ottenuto lo status vengono spesso abbandonati in condizioni di vita precarie. Nonostante il numero di richiedenti asilo annui stia diminuendo (nel 2012 sono stati 15700, contro i 37 mila del 2011) e dal 2003 il numero delle richieste si sia attenuto intorno alle 10 mila unità, con cifre ben inferiori a quelle degli altri Paesi europei (dati rapporto CIR 2012) le misure continuano a essere inadeguate. Tanto che la maggior parte dei richiedenti asilo in Europa non considerano l’Italia il loro Paese di destinazione, per la scarsa quantità e qualità di accoglienza e le magre prospettive di integrazione. Come specificato nel rapporto CIR,
le misure introdotte dal regime europeo di controllo delle frontiere hanno reso impossibile per la maggioranza dei richiedenti asilo di raggiungere il territorio dell’Unione in modo legale. Secondo i dati di Fortress Europe dal 1988 sino a novembre 2012 circa 18.673 sono morte nel tentativo di raggiungere l’Europa. Le persone che arrivano nel contesto dei flussi misti sono soggette all’intercettazione in mare e in diverse occasioni non hanno, o nel passato non hanno avuto, l’opportunità di chiedere asilo in Europa, con la violazione del principio di non refoulement.
Scuola
Pubblicato il decreto legge con la nuove norme. Non entreranno subito in vigore, serve prima una modifica del regolamento di attuazione della legge sull’immigrazione
Roma – 13 settembre 2013 - I permessi di soggiorno degli studenti dureranno quanto il loro corso di studi o formazione. Ma solo se continueranno a superare esami e, comunque, non da subito. Prima bisognerà definire nel dettaglio come funziona questa novità. È arrivato ieri in Gazzetta Ufficiale il decreto legge con le “Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca” varato lunedì scorso dal Consiglio dei Ministri. Tra le altre cose, contiene un articolo che, nelle intenzioni del premier Enrico Letta e della ministra dell’Integrazione Cècile Kyenge, dovrebbe attrarre cervelli dall’estero e semplificare la vita a quelli che sono già qui. L’articolo 9 è dedicato alla “Durata del permesso di soggiorno per la frequenza a corsi di studio o per formazione”. Dice che d’ora in poi non potrà essere inferiore “al periodo di frequenza, anche pluriennale, di un corso di studio o per formazione debitamente certificata, fatta salva la verifica annuale di profitto". Vuol dire, per esempio, che a chi si iscrive a un corso di laurea triennale in ingegneria verrà rilasciato un permesso di soggiorno valido tre anni. Per conservarlo, però, durante il corso di studi dovrà dimostrare che sta sostenendo e superando esami. Un vincolo introdotto per evitare che l’iscrizione all’università sia solo un modo per accaparrarsi il documento. Fin qui la teoria, ora bisognerà metterla in pratica: come funzionerà, ad esempio, la “verifica annuale del profitto?”. Università e Questura dialogheranno tra di loro, magari telematicamente, o lo studente dovrà chiedere ogni anno un certificato da esibire all’Ufficio stranieri? E ancora: quanto costerà il nuovo permesso? Finora, essendo annuale, la tassa su rilascio e rinnovo era di 80 €, adesso probabilmente aumenterà insieme agli anni di validità, anche perché il decreto specifica che “dal presente articolo non possono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Facile che salga a 200 €, come per le carte di soggiorno. Per le risposte a queste domande bisognerà attendere fino a sei mesi. Arriveranno con una modifica al regolamento di attuazione della legge sull’immigrazione. E solo quindici giorni dopo quella modifica entreranno finalmente in vigore le nuove norme sulla durata dei permessi di soggiorno per studio o formazione.
Elvio Pasca
DECRETO-LEGGE 12
settembre 2013, n. 104
Misure urgenti in materia di istruzione, universita' e ricerca. (13G00147)
(GU Serie Generale n.214 del 12-9-2013)
Art. 9
(Durata del permesso di soggiorno per
la frequenza a corsi di studio o per formazione)
1. All'articolo 5, comma 3, del decreto legislativo 25 luglio
1998. n. 286, la lettera c) e' sostituita dalla seguente:
"c) inferiore al periodo di frequenza, anche
pluriennale, di un corso di studio o per formazione debitamente
certificata, fatta salva la verifica annuale di profitto;".
2. Entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge di conversione del
presente decreto, si provvede all'adeguamento del
regolamento adottato ai sensi dell'articolo 1, comma 6, del decreto
legislativo
25 luglio 1998, n. 286. La disposizione di cui al comma 1 si applica a
decorrere dal quindicesimo giorno successivo all'entrata in vigore delle
predette norme regolamentari di adeguamento.
3. Dal presente articolo non possono derivare
nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
Immigrazione e società
Roma, 16 settembre 2013 - Il Tar del Lazio ha definito una
'generalizzata violazione dei termini di conclusione del procedimento' la
gestione dei rilasci dei permessi di soggiorno - La notizia
farà sicuramente contente tantissimi cittadini stranieri che ancora sono in
attesa di sapere la risposta in merito alla domanda di rilascio del permesso di soggiorno CE per
soggiornanti di lungo periodo. Il Permesso di soggiorno CE per
soggiornanti di lungo periodo è un titolo previsto dall’art 9 del Testo Unico
sull'immigrazione rilasciato a chi soggiorna in maniera stabile e continuativa
in uno dei Paesi Membri dell’Unione Europea e soddisfi determinati requisiti.
In Italia bastano 5 anni di
soggiorno a chi
è titolare di un permesso di soggiorno in corso di validità; inoltre serve
dimostrare la disponibilità di
un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale ed è
necessario anche superare un test di conoscenza della lingua italiana. Naturalmente per legge, questa
tipologia di permesso di soggiorno deve
essere rilasciato entro 90 giorni dalla richiesta, ma a causa
delle lungaggini dei nostri uffici, un cittadino straniero poteva aspettarlo
anche per diversi mesi. E' stata proprio questa la battaglia avanzata da Cgil, Inca e Federconsumatori, che
con la sentenza del Tar del Lazio del 9 settembre scorso, ha imposto al
Ministero dell’Interno l’obbligo di garantire agli immigrati richiedenti,
entro 90 giorni, così come prevede la legge, di concludere la procedura di
riconoscimento del titolo di soggiorno. Questo
è sicuramente un primo passo che servirà, in tempi non brevissimi, di snellire
ed accelerare il rilascio di questa tipologia di permessi, ma che comunque non
risolve del tutto il problema della nostra burocrazia. Una cosa però è importante ricordarla:
non vi possono essere più deroghe o ripensamenti perché la sentenza parla
chiaro: i novanta giorni devono essere rispettati "nei limiti delle
risorse strumentali, finanziarie ed umane già assegnate in via ordinaria e
senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica".
LA RICERCAFonte: Google
Milano, 17 settembre 2013 - Da fenomeno sociale a fenomeno economico. Questo il passaggio “di categoria” che in un decennio ha portato al centro del dibattito sui temi socio-assistenziali il tema degli assistenti familiari stranieri: badanti, colf e baby sitter, principalmente donne, che costituiscono oggi la categorie più numerosa tra i lavoratori immigrati in Italia, 750mila persone. Un pilastro ormai fondamentale in diversi ambiti tanto del welfare familiare, quanto del welfare pubblico: se non ci fossero le badanti, assicurare un servizio analogo, allo Stato costerebbe 45 miliardi di euro.
Ma quella degli assistenti familiari è anche una nuova categoria di persone che possono contare su un reddito (le famiglie italiane nel 2010 - ultimo dato utile - hanno speso in badanti 9 miliardi di euro), e che hanno una spiccata attitudine al risparmio: mettono da parte in media, al mese, 250 euro, parte dei quali vengono spediti ai familiari nei Paesi d’origine. Sono, insomma, un target interessante per una banca, e anche attraverso la bancarizzazione possono fare un passo in più in direzione dell’integrazione.
Tutti questi spunti tematici sono il frutto di una “Indagine sull’assistenza familiare in Italia” realizzata da Agenzia Tu, la rete di filiali UniCredit dedicata ai cittadini stranieri residenti in Italia e ai lavoratori atipici, e sarà la base di discussione del Convegno che sul tema viene proposto oggi da Agenzia Tu (per Info: www.agenziatu.it). Obiettivo del Convegno, individuare vie per incentivare la formazione professionale degli assistenti familiari stranieri, e far crescere la consapevolezza dei loro diritti e doveri.
World News
Emigrazione: Marocco amplierà le misure protezione dei migranti. Il ministro
Bonino plaude all’impegno di Re Mohammed, e assicura sostegno
(ANSAmed) – RABAT, 13
settembre 2013 - Maggiore promozione e protezione dei diritti dei migranti,
attenzione agli aspetti umanitari e lotta contro i trafficanti di esseri umani.
Il Marocco cambia registro nel rapporto con i rifugiati, i richiedenti asilo e,
più in generale, con gli stranieri che si trovano nel Regno in una posizione
amministrativa irregolare. L'impulso e' venuto direttamente da Mohammed VI, che
si e' personalmente impegnato per una riforma della politica d'immigrazione del
suo paese, facendo proprie le raccomandazioni del Consiglio Nazionale dei
Diritti dell'Uomo (CNDH), che chiedeva l'istituzione di una politica pubblica
di protezione dei diritti dei migranti. Un impegno salutato con grande
soddisfazione dal ministro degli Esteri, Emma Bonino. "L'iniziativa del Re
Mohammed VI per una nuova politica di asilo e immigrazione è assolutamente
meritoria e l'Italia, unita al Marocco da storici vincoli di amicizia, è pronta
a offrire il proprio sostegno per favorirne l'attuazione", ha commentato
il capo della Farnesina. Le sollecitazioni del monarca hanno trovato immediato
riscontro nelle istituzioni che, come attesta un comunicato congiunto dei
ministeri dell'Interno, degli Affari esteri e della Giustizia, hanno commentato
positivamente gli "alti orientamenti reali" che, dicono,
costituiscono "una nuova visione della politica migratoria nazionale,
umanitaria nella sua filosofia, globale nel contenuto, responsabile nella
pratica e pioniera a livello regionale". Il comunicato anticipa che la
nuova politica marocchina d'immigrazione sarà implementata in cooperazione con
il CNDH ed in concertazione con gli altri attori coinvolti. Affermazioni che si
traducono nel varo immediato di un "processo di aggiornamento del quadro
giuridico ed istituzionale, con lo scopo di dotare il Regno di un sistema di
gestione conforme agli standard internazionali e che rispetti gli impegni in
materia di promozione e protezione dei diritti dell'Uomo". In attesa che
tale processo si evolva e si affermi, sarà data la priorità alle persone
detentrici, attualmente, di documenti rilasciati dalla rappresentanza dell'Alto
Commissariato per i Rifugiati (HCR) a Rabat.
Nei prossimi giorni toccherà ad una commissione interministeriale stabilire il
quadro procedurale per esaminare, caso per caso e in base a criteri precisi, la
situazione giuridica di alcune categorie di stranieri in situazione
amministrativa irregolare e quindi passibili di provvedimenti anche
d'espulsione. Tale virata nell'approccio generale al "problema
emigrazione" andrà di pari passo con una ulteriore intensificazione della
lotta contro le reti dei traffici di migranti e della tratta di persone. A
partire dal rafforzamento del dispositivo giuridico (quindi, presumibilmente,
con un inasprimento delle pene) e delle azioni di sensibilizzazione in materia.
Il documento redatto dai Ministeri dell'Interno, degli Esteri e della Giustizia
si chiude con una stoccata nei confronti dei "partner del Marocco, in
particolare l'Unione Europea, che sono anch'essi coinvolti in primo piano dalla
nuova distribuzione migratoria e devono dare prova di un impegno più concreto
nel loro sostegno alla messa in opera di questa nuova politica marocchina di
immigrazione".(ANSAmed).
Immigrati: Oim, nuovi flussi emergenti. Solo 40% viaggia da sud a nord
13 Settembre 2013 - 14:35
(ASCA) - Roma, 13 set - Sono 7 milioni i migranti in movimento da nord a sud del mondo: si tratta, per esempio, di cittadini provenienti dagli Stati Uniti che si trasferiscono in Messico e in Sud Africa, ma anche di tedeschi che si spostano in Turchia e di portoghesi che vanno in Brasile. Parallelamente, coloro che seguono il ''classico'' percorso sud-nord sono appena il 40% del totale. E' il nuovo ''trend migratorio emergente'' fotografato dal ''Rapporto mondiale sulle Migrazioni 2013: benessere dei migranti e Sviluppo'', lanciato oggi dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e realizzato sulla base di un sondaggio realizzato dall'Istituto Gallup su un campione di 25000 migranti, in 150 paesi. Ne emerge che il nuovo trend dei flussi migratori sta spingendo a ripensare vecchie nozioni di migrazione e sviluppo, in quanto sempre piu' persone si spostano da paesi sviluppati ai paesi meno sviluppati. ''E' necessario guardare a migrazione e sviluppo con un approccio piu' globale'', afferma il direttore generale dell'Oim, William Lacy Swing. ''Contrariamente a quanto si creda - prosegue - la migrazione non e' solo un fenomeno sud - nord. Meno della meta' dei migranti in tutto il mondo, infatti, si sposta da paesi in via di sviluppo verso paesi sviluppati''. I nuovi dati presentati nel rapporto mostrano che i migranti adulti che si muovono da sud a nord rappresentano infatti solo il 40% del totale mondiale. Circa il 33 % dei migranti si muove tra paesi del sud, il 22% tra paesi del nord e il 5% dal nord al sud del mondo. Nel complesso, resta appurato che la migrazione migliora il benessere soprattutto per coloro che si trasferiscono al nord. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, pero', sono i migranti che si spostano da nord a nord (tra paesi ad alto reddito), piuttosto che da sud a nord, a segnalare maggiori benefici. Il rapporto fornisce anche una serie di nuove informazioni riguardanti la relazione tra migrazione e sviluppo. Ad esempio, anche se circa i due terzi dei migranti internazionali sono originari del sud, le persone provenienti da paesi del nord sono piu' propense a migrare. In effetti, le persone emigrate costituiscono tra il 3,6% e il 5,2% della popolazione del nord, mentre nel sud, gli emigrati rappresentano circa il 3% della popolazione: questi dati smentiscono la presunzione che la migrazione diminuisca quando un paese diventa piu' sviluppato. I nuovi risultati suggeriscono, inoltre, che solo una minoranza di migranti invia rimesse. In realta', solo l'8% dei migranti adulti nel sud, e il 27% nel nord, riferiscono di inviare un ''aiuto finanziario'' a dei parenti che vivono in un altro paese. Un altro luogo comune sfatato dal rapporto riguarda il livello di disoccupazione tra i migranti. Il tasso di disoccupazione globale per i migranti e' di circa il 13%, contro l' 8% delle popolazioni locali. ''E' indispensabile - conclude il direttore generale dell'Oim, Swing - ottenere anche altri dati sulle tendenze emergenti, come la migrazione nord - sud, per meglio comprenderne le conseguenze per lo sviluppo, nell'ottica dell'attuale dibattito internazionale sulla definizione di un'agenda per lo sviluppo per il dopo-2015''. stt/res
The full report and press kit can be downloaded from:
Convention 189
ILO Press release | 05 September 2013
GENEVA
- The International Labour Organization’s Domestic Workers
Convention, 2011 (No. 189)comes into
force on 5 September 2013, extending basic labour rights to domestic workers
around the globe. Currently there are at least 53 million domestic workers
worldwide, not including child domestic workers, and this number is increasing
steadily in developed and developing countries. The number adds to an estimated 10.5 million children
worldwide –
most of them under age – working as domestic workers in people’s homes.
83 per cent of domestic workers are women. The new Convention becomes binding
international law as of 5 September. It needed ratification by two ILO member
States. To date, eight ILO member States (Bolivia, Italy, Mauritius, Nicaragua,
Paraguay, Philippines, South Africa and Uruguay) have ratified the Convention.
Since the Convention’s adoption, several countries have passed new laws or
regulations improving domestic workers’ labour and social rights, including
Venezuela, Bahrain, the Philippines, Thailand, Spain and Singapore. Legislative
reforms have also begun in Finland, Namibia, Chile and the United States, among
others. Several others have initiated the process of ratification of ILO
Convention 189, including Costa Rica and Germany.
|
The Convention and Recommendation have effectively started to play their role as catalysts for change." |
“All
this shows that the momentum sparked by the ILO Convention on domestic workers
is growing. The Convention and Recommendation have effectively started to play
their role as catalysts for change. They now serve as a starting point for
devising new polices in a growing number of countries - recognizing the dignity
and value of domestic work,” said Manuela Tomei, Director of the ILO’s Working
Conditions and Equality Department.
According to an ILO study from January 2013, entitledDomestic Workers Across the World,
domestic workers work for private households, often without clear terms of
employment, unregistered and excluded from the scope of labour legislation. At
the time of the research, only ten per cent were covered by general labour
legislation to the same extent as other workers. More than one quarter are
completely excluded from national labour legislation. Deplorable working conditions, labour
exploitation and human rights abuses are major problems facing domestic
workers. Lack of legal protection increases domestic workers’ vulnerability and
makes it difficult for them to seek remedies. As a result, they are often paid
less than workers in comparable occupations and work longer hours.
“Today’s entry into force of Convention 189 sends a powerful signal to more
than 50 million domestic workers worldwide. I hope that it will also send a
signal to ILO member States and that we soon see more and more countries
committing to protect the rights of domestic workers,” concluded Tomei.
Posted on Fri, Sep-13-2013 , www.iom.int
The World Migration Report 2013:
Migrant Well-Being and Development, launched this week by the
International Organization for Migration (IOM) in Geneva, presents for the
first time a global picture of the well-being of migrants. Drawing on the
findings of a Gallup World Poll, which surveyed more than 25,000 migrants in over
150 countries, the report takes a fresh look at what life is really like for
migrants in the world today, whether they migrate to and between rich countries
in the North, or to and between poorer countries in the South. The report
investigates how migration leads or does not lead to a better life; how
satisfied migrants are with their lives compared to the local population; if
they find it more difficult to find jobs or start a business; and if they are
more likely to report health problems. Migrants are given a unique opportunity
to tell their own stories. According to the UN Millennium Declaration,
improving the well-being of the individual is one of the key aims of
development. But development is often measured primarily in terms of economic
indicators, such as GNP. Similarly, migrants’ contribution to development also
is usually primarily measured in terms of the money that they send back home,
rather than how their life is affected by migration. The World Migration Report
2013 takes a different approach, focusing on six core dimensions of well-being
to present a unique picture of the gains and losses associated with migration
and the implications for human development. “There is a need to look at
migration and development in a more holistic way,” says IOM Director General
William Lacy Swing. “Contrary to common belief, migration is not just a
South-North phenomenon. In fact, less than half of all migrants worldwide move
from developing to developed countries.” The new figures presented in the report
show that adult migrants moving South-North represent only 40% of the global
total. About 33% of migrants move between countries in the South, 22% between
countries in the North and 5% from the North to the South. Overall, migration
improves well-being especially for those who move to the North. But contrary to
what might be expected, it is migrants who move from North to North (between
high-income countries), rather than from South to North, who report the
greatest gains. Aside from the North-North context, migrants are less likely to
feel satisfied with their lives than the native-born population. People
migrating North-South have mixed experiences. While they tend to make their
money go further in a relatively cheaper environment, they also tend to have fewer
social contacts, and are less likely to have someone they can count on for
help. Those moving from South to North rate their lives as similar to, or
slightly worse than, people in their home country with a similar profile.
South–South migration between low- or middle-income countries is largely
about survival, bringing few gains and often leaving migrants struggling
alongside the native-born. In fact, migrants in the South often fare the same
or worse than if they had not migrated. Many report worse lives, struggle to
get adequate housing, and are dissatisfied with their health. A majority also
tend to be quite pessimistic about their future. The report also provides a
number of new insights regarding the relationship between migration and
development. For example, although about two thirds of international migrants
originate in the South, people from countries in the North are more likely to
migrate. In fact, emigrants make up between 3.6% and 5.2% of the North
population; while in the South, emigrants represent roughly 3% of the
population. This finding is important because often it is assumed that people
migrate because of a lack of development, and that migration will decrease when
a country becomes more developed. The new findings also suggest that only a
minority of migrants send remittances. In fact, only 8% of adult migrants in
the South, and 27% in the North, report sending “financial help” to family in
another country. Another misconception exposed by the report is the level of
unemployment among migrants. The global unemployment rate for migrants is
roughly 13 per cent, compared to 8 per cent for native-born. Over seven million
migrants have also been recorded moving from the North to the South. They
include, for example, nationals from the United States moving to Mexico and to
South Africa, but also Germans to Turkey and Portuguese to Brazil. This appears
to be an emerging migration trend, which encourages us to re-think old notions
of migration and development, as more people move from developed to less
developed countries. The World Migration Report 2013 finally underlines the
critical need to learn about how migrant well-being varies according to
location and personal experience. This variation is seen, for example, in the
effect of migration on the well-being of different migrant categories,
including labour migrants, students, irregular migrants, returned migrants, or
migrants stranded due to conflict or environmental disasters. “There is a
particular need for more evidence regarding the well-being of migrants in the
South and the factors shaping their living conditions. More data on emerging
trends, such as North–South migration, are also needed for a better
understanding of the implications for development as the world debates the post-2015
development agenda,” notes Director General Swing.
The full report and press kit can be downloaded from:
World Migration Report 2013: Migrant Well-being and Development
Drawing on the findings of a Gallup World Poll, IOM presents for the first time a global picture of what life is really like for migrants in the world today.
From the chapter: “Migration in not just a South – North phenomenon”
Traditionally, migration reports and policy discussions about the contribution of migration to development focus on movements from low- and middle-income countries to more affluent ones (such as from the Philippines to the United States). The WMR 2013 takes a more inclusive approach and sets out to explore whether variations in the origin and destination of migrants can produce different outcomes for those concerned. In addition to South–North migration, therefore, the report covers three other patterns of movement: migration from one high income country to another (such as from the United Kingdom to Canada: North–North); migration from a high-income to a low- or middle-income country (such as from Portugal to Brazil: North–South); and migration from one low- or middle income country to another (such as from Indonesia to Malaysia: South–South). It argues, on the basis of the research findings, that all four ‘migration pathways’ have consequences for development that are yet to be fully understood and need to be taken into account. The figures illustrate why a more inclusive way of looking at migration and development is called for. Only a minority of migrants move from South to North – some 40 per cent, according to Gallup sources. At least one third of migrants move from South to South (although the figure could be higher if more accurate
data were available), and just over a fifth of migrants (22%) migrate from North to North. A small but growing percentage of migrants (5%) migrate from North to South. These figures can vary somewhat, depending on which definition of ‘North’ and ‘South’ is used. In this report and, broadly speaking, ‘North’ refers to high-income countries and ‘South’ to low- and middle-income countries. Clearly, such broad labels have their limitations, given that North and South encompass a wide range of different migrant situations and categories. It is therefore no surprise that different organizations tend to come up with different clusters, depending on their research interests or operational needs. Nonetheless, the terms ‘North’ and ‘South’ are widely understood by decision makers. As such, they help provide an understanding of patterns of movement and, consequently, whether the direction of movement has an influence on the well-being of those who have moved.
The Middle East’s migrant workers.Aug 10th 2013 | BEIRUT |From the print edition
“OUR
workers are treated worst in the Gulf,” says Walden Bello, a Filipino
parliamentarian, referring to those of his countrymen who seek their fortune
abroad. Millions of migrants, mainly from Asia and Africa, work in the Gulf and
in the wider Middle East. Many pay up to $3,000 to recruitment agencies, only
to find themselves working long hours for a pittance and with no time off in
jobs that often differ vastly from the ones they signed up for back home.
Mistreatment, including the sexual sort, is relatively common. The
International Labour Organisation (ILO), a UN body, reckons that 600,000
workers in the region can be classed as victims of trafficking. This is the
sort of bad press Qatar wants to avoid in the run-up to the 2022 football World
Cup, as it imports more workers to build stadiums for the tournament using a
labour force already 94% foreign. The Qatar Foundation, an organisation founded
by the emir, has drawn up rules for foreign workers. Among other things,
contractors dealing with the foundation must pay for the worker’s ticket to the
country, provide three weeks off a year and access to a washing machine. Other
countries, taking Qatar’s cue, have agreed to piecemeal reforms. At the urging
of the Philippine government, Saudi Arabia recently accepted that Filipino
workers should earn at least $400 per month. Sarah Leah Whitson of Human Rights
Watch, a New York-based lobby, says the Qatar Foundation code is a model that
could spark regional change. But she worries that the regulations—which
have not been enshrined in Qatari law—will not be put into practice.
Migrant workers in the United Arab Emirates (UAE) say their passports are still
routinely confiscated on arrival, despite a court order to the contrary. A
Domestic Workers Convention adopted by the ILO in 2011 has found little support
in the region. Cruelty towards foreign workers, from Lebanon to Kuwait, remains
widespread. The migrant workers’ lot is unlikely to improve until the reform of
the kafala system,
whereby workers are beholden to the employers who sponsored their visas. The
system blocks domestic competition for overseas workers in the Gulf countries.
In the UAE, workers are not allowed to change jobs for at least two years. In
Saudi Arabia runaways find it hard to leave the country since they need to show
their original residency papers, often held by the employer. In 2009 Bahrain
made a government agency the sponsor of most migrant visas and gave workers
(apart from domestics) the right to change jobs without the employers’ permission.
Two years later it said the right could only be invoked after a year of
employment. In reality, the agency rejects applications to change jobs without
the employer’s consent. Rulers of the Gulf states, where workforces are made up
of low-paid foreigners, are loth to change the system, since it ensures cheap
labour. Eyeing unrest elsewhere in the region, they are wary of upsetting
locals. The migrants’ suffering is not about to end.
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