06 novembre 2014

Gli immigrati fanno bene a Londra
Dai cittadini Ue che si sono trasferiti in Gran Bretagna contributo netto di 20 miliardi
il sole 24 ore, 06-11-2014
Nicol Degli Innocenti
LONDRA
La Gran Bretagna è più ricca grazie agli immigrati dall`Unione Europea: lo dimostra un autorevole studio pubblicato ieri nell`Economie Journal.
Negli ultimi dieci anni i cittadini Ue che si sono trasferiti oltre Manica hanno dato un contributo netto di 20 miliardi di sterline al Tesoro britannico, versando molto più in tasse di quanto abbiano ricevuto in sussidi o aiuti statali. Lo studio ha provocato una polemica immediata a Westminster, dato che contraddice il quadro dipinto da molti politici britannici di turismo del welfare e immigrati Ue che sono un peso per ,lo Stato. Immigrazione e rapporti con Bruxelles sono diventati i temi caldi della campagna elettorale in vista del voto del maggio 2015. Il crescente successo di Ukip, il partito che chiede un`uscita immediata dalla Ue come unico mezzo per chiudere le frontiere, ha spinto David Cameron a unirsi al coro assumendo toni più aspri. Il premier ha dichiarato di voler porre limiti al numero di immigrati dalla Ue, entrando in rotta di collisione anche con il cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha avvertito che il principio della libera circolazione delle persone e dei lavoratori «non é negoziabile».
"The Fiscal Impact of Immigration in the Uk" si inserisce cosí come una nota di realtà nella cacofonia di opinioni e travisazioni dei fatti. Dati e cifre alla mano, i due economisti autori dello studio, Christian Dustmann di University College London e Tommaso Frattini dell`Università degli Studi di Milano, dimostrano che «l`immigrazione in Gran Bretagna dal 2001 a oggi ha avuto un impatto fiscale netto molto positivo. Questo vale sia per gli immigrati dall`Europa centrale e orientale che per il resto della Ue».
I cittadini dei dieci Paesi dell`Est Europa che hanno aderito alla Ue nel 2004 hanno pagato tasse per 5 miliardi di sterline tra il 2001 e il 2011, mentre quelli dei15 Paesi originali, Italia com, presa, hanno contribuito 15 miliardi, il 64% in più di quanto hanno ricevuto. I dati ufficiali dell`Office for National Statistics confermano che il tasso di disoccupazione è più basso tra gli immigrati Ue che tra i cittadini britannici. I polacchi, in particolare, lavorano più di tutti. Diversa la situazione per gli immigrati dai Paesi extra-europei, che sono costati 118 miliardi di sterline negli anni tra il i995 e il 2011. Loro sì che hanno gravato sulle casse dello Stato, «non diversamente dai cittadini britannici», sottolinea lo studio, che nello stesso periodo hanno pesato per 591 milioni di sterline. Il deficit britannico sarebbe ancora più alto senza le tasse pagate dagli immigrati Ue.
«Noi non abbiamo un`agenda politica ma ci siamo posti una domanda di ricerca, - ha detto ieri Frattini a Il Sole 24 Ore. -L`impatto fiscale dell`immigrazione Ue è stato positivo, e questo è un dato di fatto. Chi vuole porre limiti è liberissimo di farlo, ma deve trovare altre motivazioni». Il sottosegretario all`Immigrazione, il conservatore James Brokenshire, ieri ha dichiarato che il vero problema è che «l`immigrazione netta dalla Ue é più che raddoppiata negli ultimi 18 mesi, periodo non coperto dallo studio. Quindi Cameron ha perfettamente ragione a sollevare il problema e a dire che questi livelli sono insostenibili».
L`immigrazione più recente ha altri vantaggi, secondo lo studio: la Gran Bretagna è il Paese europeo che attrae più immigrati laureati e altamente qualificati, grazie all`economia in ripresa e un mercato del lavoro flessibile. Oltre il 60% degli immigrati Ue ha una laurea, contro il 24% dei lavoratori nati in Gran Bretagna. Per creare lo stesso livello di "capitale umano" il Regno Unito dovrebbe spendere 6,8 miliardi di sterline per istruire i propri cittadini, secondo i calcoli di Dustmann e Frattini.



Obama: "La riforma dell'immigrazione? La faccio anche da solo"
"Non starò ad aspettare". Ora che i Repubblicani controllano il Congresso, il presidente americano minaccia di agire per decreto
stranieriinitalia.it, 06-11-2014
Washington – 6 novembre 2014 - Il brutto colpo alle elezioni di midterm non ferma Barack Obama sulla riforma dell'immigrazione, grande promessa mancata dei suoi due mandati. Anzi, il presidente americano sembra deciso a condurla in porto da solo, "entro la fine dell'anno", ora che i Repubblicani controllano Camera e Senato.
"È mio profondo desiderio e interesse che il Congresso faccia una riforma complessiva che possa rinforzare i nostri confini e snellire il nostro sistema di immigrazione" ha detto Obama ieri alla Casa Bianca, annunciando che chiederà ai leader repubbblicani e democratici di stilare una tabella di marcia. "Ma intanto – ha avvisato – non starò ad aspettare"
L'idea di Obama è firmare dei decreti immediatamente esecutivi. Un'azione unilaterale avversata dai  Repubblicani. "Mi sento obbligato a fare tutto ciò che è nei miei poteri per essere sicuri che non continueremo a tenerci un sistema peggiore".
Ad ogni modo, ha però promesso il presidente americano, "qualunque mio decreto verrà rimpiazzato dall'azione del congresso. Voi mandatemi una proposta di legge che io posso firmare e i decreti spariranno".



Immigrati, quando l'arte integra a scuola: coinvolti migliaia di bambini
Del ruolo educativo dei linguaggi artistici si parla a Bologna l'8 novembre, in convegno promosso da Mus-e. L'associazione opera in Italia e all'estero con laboratori gratuiti nelle scuole d’infanzia e primarie con una forte presenza di bambini immigrati o in grave disagio socio economico
Redattore sociale, 05-11-2014
ROMA - Si intitola “Intercultura e arte a scuola” il convegno organizzato dall'associazione Mus-e dell’Emilia Romagna, in programma per sabato 8 novembre presso la Sala di Palazzo Farnese a Bologna. L’iniziativa si colloca tra le attività del progetto multiculturale Mus-e, attivo ormai da quindici anni nelle scuole d’infanzia e primarie della regione e rivolto a quelle realtà nelle quali vi è una forte presenza di bambini immigrati o in grave disagio socio economico. Per risalire alle radici del progetto occorre tornare indietro di qualche anno e precisamente al 1999, anno nel quale è approdato in Italia. Da allora sono migliaia in tutta la penisola i bambini che hanno potuto usufruire, gratuitamente, dell’esperienza Mus-e, attraverso corsi di durata triennale all’interno dell’orario didattico curriculare. L’intuizione del celebre musicista statunitense Yahudi Menuhin, che nei primi anni novanta ha dato vita a Mus-e, ha fatto si che nel tempo il progetto diffondesse il valore dell’educazione e dei linguaggi artistici nella costruzione delle competenze nei bambini e nelle bambine. Ma non solo. Tra gli obiettivi di Mus-e vi è anche quello di promuovere percorsi artistici mirati all’integrazione tra culture ed etnie diverse. Iniziative che si sono consolidate in Italia soprattutto lungo la Via Emilia. Bologna, Reggio Emilia e Parma infatti sono le città dove Mus-e è presente da più tempo, ed è proprio da questa lunga esperienza nasce l’esigenza di tracciare un primo bilancio.
“Portare l’arte, in tutte le sue declinazioni, nelle scuole è un fattore decisivo nell’educazione dei bambini - sottolinea Rita Costato Costantini, coordinatrice nazionale di Mus-e Italia e responsabile anche per la sede di Bologna -: aiutare a comprendere la bellezza, ad apprezzarla, aiuta a percepire la diversità delle culture e delle tradizioni, e si rivela una straordinaria formula per arricchirsi caratterialmente in un’età evolutiva dove si può incidere in modo efficace.”
Muse 2
Il convegno dell’8 novembre sarà l’occasione per riflettere sul valore, le potenzialità, le strategie ed il ruolo educativo dei linguaggi artistici prendendo spunto dall’esperienza Mus-e. “Si – prosegue la Costato – perché le arti svolgono un ruolo insostituibile nel trasmettere al bambino quelle competenze che gli saranno utili nell’affrontare, più preparato, la vita, e nel contribuire, con la propria personalità, a costruire una società migliore.”
Diversi i relatori che interverranno al convegno, che si terrà per tutta la mattinata di sabato con inizio alle ore 9.30 presso la Sala Farnese di Palazzo d’Accursio a Bologna. Da Simona Lembi, Presidente del Consiglio Comunale di Bologna, e Angelo Tantazzi, Presidente di Mus-e Bologna, fino alla coordinatrice nazionale di Mus-e Rita Costato e le coordinatrici artistiche di Mus-e Bologna e Mus-e Parma, Anna Russo e Anna Cattaneo. Tra gli interventi anche quello della coordinatrice locale del progetto Reggio Emilia, Elisabetta Benassi, della psicologa e psicoterapeuta transculturale Maria Giovanna Caccialupi, di Gianno Sofri, già docente di Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, del dirigente del 3° circolo didattico di Bologna, Stefano Mari, la docente Giovanna Melega dell’istituto comprensivo 10 di Bologna, e Giovanni Curti, presidente dell’associazione “Lo schiaccianoci”.
Ad allietare la mattinata ci sarà inoltre un intermezzo musicale affidato all’Orchestra giovanile della scuola Collodi di Reggio Emilia, diretta da Olivia Santucci. Un’esperienza sviluppata grazie anche al contributo di Muse Reggio Emilia e dell’associazione “Lo schiaccianoci”, che hanno deciso di aderire al sistema delle orchestre e dei cori giovanili ideata e presieduta dal maestro Claudio Abbado sul modello avviato dal maestro Josè Antonio Abreu in Venezuela. Quest’ultimo creatore di una fondazione per la promozione sociale dell’infanzia attraverso un percorso innovativo di didattica musicale.
“Potremo toccare con mano - conclude la Costato - cosa significa portare Mus-e nelle scuole: lasciare un segno nelle intelligenze degli alunni, sul solco di quanto insegnatoci da Menuhin, e cioè che Mus-e è vivere la fratellanza grazie alla bellezza. E tutto questo grazie a coloro che hanno creduto e continuano a credere nelle nostre idee: aziende, privati, semplici cittadini che ci consentono, con il loro sostegno, di poter proporre i nostri laboratori gratuitamente.”



Dieci milioni di 'senza patria' nel mondo, la campagna dell’Unhcr per cancellare l’apolidia
la Repubblica, 04-11-2014
STEFANO PASTA
A 50 anni dalla Convenzione internazionale che istituiva lo status di apolide, sono ancora dieci milioni le persone a cui è negata una cittadinanza nel mondo. Spesso sono le minoranze etniche ad essere colpite, mentre un terzo degli apolidi sono bambini. Luci e ombre per l’Italia, in cui gli apolidi sono 15mila de facto, ma solo 900 quelli riconosciuti. L’Unhcr lancia una campagna per porre fine all’apolidia nei prossimi dieci anni.
La ragazza ritratta nella foto è una ventenne urdu di lingua bihari. Paga una “colpa” non sua: a 300mila persone della sua etnia è stata negata la cittadinanza da parte del Governo del Bangladesh, quando il paese, nel 1971, ha ottenuto l’indipendenza. Nell’ultimo anno, il marito l’ha lasciata per sposare una donna locale per risolvere i suoi problemi di cittadinanza. La ragazza sta per diventare cieca e, senza documenti, non ha diritto alla tessera sanitaria; per ora, per mantenere se stessa e il suo bambino, fabbrica buste di carta.
Invisibili dalla culla alla tomba. Nel mondo ci sono 10 milioni di persone come lei, apolidi. Bambini, coppie, anziani, intere comunità, a cui viene negata una cittadinanza. Non hanno diritto ad un certificato di nascita, ma neanche a quello di morte. Oggi l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati lancia la campagna “I belong” per cancellare l’apolidia dalla faccia del pianeta nei prossimi dieci anni. “È un problema – spiega l’Unhcr – creato unicamente dall’uomo, facilmente risolvibile se ci fosse la volontà dei Governi”. Si può essere apolidi per generazioni, come succede ai bihari del Bangladesh, a 600mila ex cittadini sovietici ancora senza nazionalità a più di vent’anni dalla disgregazione dell’Urss, e agli oltre 800mila rohingya di fede islamica che in Myanmar, l’ex Birmania, si sono visti rifiutare la cittadinanza sulla base di una legge del 1982 che ne limita fortemente la libertà di movimento, quella religiosa e l’accesso all’istruzione. Ma si può anche diventare apolidi dal giorno alla notte: è successo nel 2013 a decine di migliaia di dominicani di origine haitiana, a cui una sentenza della Corte Costituzionale ha revocato la cittadinanza e i diritti ad essa connessi.
Dieci milioni di 'senza patria' nel mondo, la campagna dell’Unhcr per cancellare l’apolidia
Tra bambini a cui è negata l’istruzione e rifugiati in fuga dalle guerre. Più di un terzo degli apolidi nel mondo sono bambini e lo stigma dell’apolidia può seguirli per il resto della loro vita. Talvolta significa che per loro non suona la campanella della scuola. In Myanmar, solo il 4,8% delle ragazze e il 16,8% dei ragazzi apolidi completano l’istruzione primaria, rispetto al 40,9% e al 46,2% dei coetanei con cittadinanza. Le guerre sono una delle cause principali: il 20% di tutti i rifugiati reinsediati dall’Unhcr nell’ultimo quinquennio erano anche apolidi e tra le eredità di quattro anni di guerra in Siria, ci sono oltre 50mila bambini che non sono mai stati registrati all’anagrafe perché nati da rifugiati siriani in Giordania, Iraq, Libano, Turchia ed Egitto.
L’Italia non ha ancora aderito alla Convenzione del 1961. I capisaldi giuridici sono la Convenzione del 1954, che definisce lo status di apolide, e la Convenzione del 1961 sulla riduzione e la prevenzione dell’apolidia, con particolare attenzione ai minori. L’Italia ha ratificato soltanto la prima; eppure, è un problema anche italiano. I dati più attendibili sono quelli della Comunità di Sant’Egidio, che stima 15mila apolidi de facto (cioè potenziali, ma non riconosciuti) a fronte di soli 900 iscritti nei registri anagrafici; la differenza è dovuta principalmente alle difficoltà burocratiche e procedurali. Spiega Helena Behr dell’Unhcr: “L’Italia è uno dei soli 12 Stati al mondo che prevede lo status di apolide; le procedure sono addirittura due, ma entrambe problematiche: l’amministrativa è vincolata al permesso di soggiorno, mentre quella giudiziaria può durare diversi anni. Per entrambe vengono spesso richiesti certificati dei paesi d’origine difficile da reperire”. Inoltre, molte persone senza documenti non sono nemmeno a conoscenza di queste possibilità, né sanno a chi rivolgersi per avviare le patiche.
L’appello dell’Unhcr al Governo italiano. Ma chi sono gli apolidi nel Belpaese? Quasi tutti rom dell’ex Jugoslavia, spesso qui da due o tre generazioni; il resto provengono soprattutto dall’ex Urss, dalla Palestina, Tibet, Eritrea ed Etiopia. Helena Behr fa due esempi di cosa vuol dire essere apolidi in Italia: “Ho recentemente incontrato una ragazza che non riesce a sposarsi perché senza documento d’identità e un adolescente che, per lo stesso motivo, non può partecipare alla gita all’estero della sua classe”. A cinquant’anni dalla Convenzione del 1954 – è quindi l’appello dell’Unhcr – anche l’Italia ha ancora molta strada fare: aderire a quella del 1961, sburocratizzare le pratiche per l’ottenimento dell’apolidia, tutelare gli apolidi privi di documenti dal rischio di essere espulsi o ingiustamente detenuti. Infine una proposta concreta altrettanto importante: elaborare un manuale informativo sui diritti degli apolidi e sulle procedure di riconoscimento.  
La Campagna Unhcr per porre fine all’apolidia nel mondo nei prossimi 10 anni.

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