07 novembre 2014

Profughi. Alfano: "Facciamo presentare in Africa le domande d'asilo per l'Ue"
Il ministro dell'Interno: “Creiamo campi profughi nei paesi di transito, da dove smistare equamente i rifugiati in tutti i paesi europei”
stranieriinitalia.it, 07-11-2014
Roma – 7 novembre 2014 - Presidiare le frontiere, ma anche creare canali sicuri per l'arrivo in Europa dei richiedenti asilo.
Sono le due direzioni indicate ieri a parigi da Angelino Alfano alla  alla riunione dei ministri dell’Interno dei Paesi del G6. All'ordine del giorno c'erano i flussi migratori nel mar Mediterraneo,  l’attuazione del piano Triton e il terrorismo.
“Per la prima volta l'Europa è scesa in mare, è merito di questo semestre di presidenza italiana e di un buon negoziato che ha fatto sì che per la prima volta Frontex schierasse elicotteri e aerei” ha detto Alfano parlando di Frontex.
“Noi abbiamo speso per Mare Nostrum 114 milioni di euro – ha aggiunto - adesso a zero euro noi abbiamo questa operazione europea, perché tutta pagata dalla Unione Europea, dobbiamo sempre più potenziare questo aspetto del presidio alla frontiera”.
“Al tempo stesso – ha aggiunto il titolare del Viminale– dobbiamo costruire e creare campi profughi in Africa, dove coloro i quali ritengono di avere diritto all'asilo possono presentare la domanda. Da lì poi possono essere smistati equamente in tutti i paesi dell'Europa”.
Chaouki (Pd): “Così si tuteleranno i diritti umani”
“Sosteniamo la proposta Alfano, è concreta e speriamo sia fatta propria dalla nuova Commissione europea” commenta Khalid Chaouki, deputato del Partito Democratico e responsabile Intergruppo immigrazione.
“I centri di accoglienza per i profughi nei paesi di transito, a partire dalla Tunisia e dall’Egitto, garantirebbero una gestione più attenta alla tutela dei diritti umani, a iniziare dal diritto d’asilo, e, soprattutto, eviterebbero lo sfruttamento delle organizzazioni criminali. Abbiamo anche presentato su questa materia - aggiunge Chaouki - una specifica mozione in Parlamento che ha già trovato consensi tra numerose ONG e dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati”.



Regolamento Dublino III - La CEDU sospende il trasferimento dalla Svizzera all’Italia di una famiglia afghana
In Italia potenziale rischio di essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti
Melting Pot Europa, 07-11-2014
La Corte Europea dei Diritti Umani si è espressa a maggioranza sul caso Tarakhel v. Switzerland deliberando che il trasferimento del nucleo familiare verso l’Italia, disposto dalle autorità svizzere ai sensi del Regolamento di Dublino, avrebbe sollevato il pericolo di violazione dell’Articolo 3 della CEDU in assenza di garanzie da parte delle autorità italiane circa l’accoglienza idonea dei minori e la coesione del nucleo familiare.
La sentenza interviene sul caso di un rifiuto delle autorità svizzere di esaminare la richiesta di asilo di una coppia afgana con sei figli e la successiva decisione di trasferimento in Italia, paese in cui la famiglia aveva fatto ingresso il 16 luglio 2011.
In particolare la Corte ha rilevato che, visto l’attuale stato del sistema di accoglienza in Italia e in assenza di informazioni circostanziate circa la specifica struttura di destinazione del nucleo familiare, le autorità svizzere non si trovavano in possesso delle necessarie assicurazioni che una volta rimpatriati in Italia i richiedenti asilo avrebbero potuto accedere alla protezione internazionale in maniera conforme alle necessità dei minori e del nucleo di rimanere coeso.
La sentenza si pronuncia sulla vicenda della famiglia Tarakhel, la cui storia potrebbe essere esemplare dell’odissea compiuta da centinaia se non migliaia di nuclei familiari, adulti, persino minori non accompagnati in fuga da guerre e conflitti: dopo lunghe peregrinazioni dall’Afghanistan al Pakistan, dall’Iran alla Turchia, i coniugi Tarakhel e i loro figli raggiunsero via mare la Calabria, per venire poi assegnati al Cara di Bari. Poi la scelta di abbandonare il centro, forse per le sue condizioni o più semplicemennte perché l’Italia mai era stata la meta del loro lungo viaggio. La famiglia quindi parte alla volta dell’Austria da dove viene rispedita in Italia e poi ancora cerca fortuna in Svizzera, dove Tarakhel e la sua famiglia decidono di cominciare la loro nuova vita in Europa. Ma la libertà di scegliere dove far crescere i propri figli non è certo un diritto scontato. Così la famiglia di Tarakhel deve fare i conti con il Regolamento Dublino e con il rifiuto della Svizzera di esaminare la domanda di protezione disponendo il trasferimento della famiglia in l’Italia, paese di primo ingresso.
Ma in questo caso, a differenza di quanto avviene nell’esperienza quotidiana di migliaia di richiedenti asilo, è intervenuta la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che imprime a questa storia un corso diverso, spezzando così l’automatismo d’ufficio con cui i paesi dello spazio Schengen riammettono all’Italia, ai sensi del Regolamento di Dublino, chi in Italia non vuole rimanere.
La Corte precisa che “senza entrare nel dibattito circa l’esattezza dei dati disponibili, è sufficiente per la Corte notare l’evidente discrepanza tra il numero di richieste asilo presentate nel 2013, pari a 14.184 entro il 15 giugno 2013 secondo il Governo italiano, e il numero di posti disponibili nelle strutture appartenenti alla rete SPRAR (9.630 posti), dove – sempre secondo il governo italiano – sarebbero stati ospitati i richiedenti. Inoltre, dato che la cifra per il numero di domande si riferisce solo ai primi sei mesi del 2013, il dato per l’anno nel suo complesso è probabile sia notevolmente superiore, indebolendo ulteriormente la capacità di accoglienza del sistema SPRAR.”.
Basta pensare che solo nel 2014 (fino ad ottobre), a fronte di 152.000 arrivi, sempre secondo i dati del ministero dell’Interno, vi sono circa 61.000 migranti presenti in strutture d’accoglienza. Se 32.000 (sempre secondo il Ministero) sono ospitati in strutture temporanee e 12.000 nella rete SPRAR, circa 17.000 (improbabile!!!) dovrebbero trovarsi nei CARA e nei CPSA. Degli altri 90.000 invece, si sarebbero inspiegabilmente perse le tracce...
Evidentemente si tratta di chi ha abbandonato l’Italia o si trova a vivere al di fuori dei centri in cui comunque non avrebbe potuto trovare spazio. Non è certo una novità. Le condizioni dei centri in Italia sono state più volte documentate, a queste si aggiungono le violenze che in queste settimane, a seguito della circolare sulle "identificazioni forzate", hanno attraversato le strutture. Migliaia di richiedenti asilo e rifugiati poi si trovano a vivere in case occupate o sistemazioni di fortuna.
La CEDU insomma, con la sentenza, pur affrontando lo specifico caso della famiglia, sembra alludere alla necessità di non applicare meccanicamente e genericamente il regolamento Dublino III, per procedere alle riammissioni solo dopo una ponderata analisi della situazione dei richiedenti, valutando nel dettaglio se nel paese di primo ingresso la protezione internazionale è garantita oltre al rilascio di un titolo di soggiorno.
Se questo paese è l’Italia, raccomanda la Corte, allora occorre che le autorità italiane forniscano informazioni circostanziate e convincenti circa il progetto di accoglienza e di inserimento in caso di rinvio nel paese. In assenza di tali elementi, la domanda di asilo è di competenza dello Stato in cui si trova a vivere il richiedente.
La stessa Commissione UE ha commentato la Sentenza annunciando che "valuterà attentamente i suoi contenuti e le sue possibili implicazioni per il funzionamento del sistema di asilo in Italia e nell’Unione europea. Tuttavia, spetta in primo luogo agli Stati membri trarre le conclusioni da questo giudizio, e, in particolare, valutare quali implicazioni essa dovrebbe avere per le decisioni che si possono adottare in merito ai «trasferimenti Dublino” in Italia, oltre che per il modo in cui tali trasferimenti vengono effettuati. La Commissione segue da vicino la situazione in materia di asilo in Italia, in particolare, dato il gran numero di arrivi via mare in Italia lo scorso anno, ed è in stretto e regolare contatto con le autorità italiane. Sono state adottate misure concrete per sostenere l’Italia nei suoi sforzi per migliorare la situazione sul terreno”.
Una sentenza importante quindi, che ci aspettiamo possa bloccare i prossimi rinvii verso l’Italia in aumento anche a causa della Direttiva ministeriale con cui si autorizzano le questure italiane a identificare i richiedenti asilo in arrivo sul territorio nazionale con l’uso della forza contro la loro volontà, legittimando violenze fisiche al limite della tortura .
Senza dubbio un orientamento che conferma anche la legittimità di quella libertà di scelta e di movimento che migranti e rifugiati da tempo rivendicano sfidando quotidianamente le frontiere interne allo spazio europeo, determinati a ribadire il diritto ad autodeterminare il corso della propria vita, come accaduto in forma collettiva e pubblica proprio a Chiasso, quando con il No Border Train migranti, rifugiati e cittadini solidali si sono opposti alla chiusura della frontiera tra Italia e Svizzera.



Maltempo Messina: sgomberata una tendopoli, immigrati trasferiti in caserma
strettoweb.com, 07-11-2014
Ilaria Calabrò
A causa delle cattive condizioni meteo e dello stato di allerta previsto per oggi è stato disposto il trasferimento dei migranti ospiti nella tendopoli del Palanebiolo, a Messina. Il sindaco, Renato Accorinti, e gli assessori, ai Servizi sociali, Nino Mantineo, e alla Protezione civile, Filippo Cucinotta, d’intesa con la Prefettura, hanno previsto la sistemazione di minori, donne e uomini nell’edificio della caserma di Bisconte. ”Questa Amministrazione – ha dichiarato Accorinti – è sempre stata contraria alla tendopoli, continuiamo a ritenere che il nostro Paese debba lavorare per avere centri di accoglienza idonei e decorosi a tutela dei diritti umani su tutto il territorio italiano. Chiediamo la fine di questa triste parentesi storica per la nostra città con la definitiva chiusura della tendopoli”.



Ebola, la virologa: “Rischio di contagio bassissimo e non dagli immigrati”
Maria Capobianchi, direttrice del Laboratorio di virologia dell'Istituto malattie infettive Spallanzani di Roma, fa il quadro sul virus tra Africa e Occidente. In Europa può arrivare in aereo da missionari o cooperanti, ma non con gli sbarchi”
Redattore sociale, 06-11-2014
Giuseppe Baselice
ROMA - “Il rischio contagio in Italia è bassissimo ma non del tutto assente; in realtà il pericolo non sono i migranti che raggiungono le nostre coste con i barconi, perché la durata del viaggio in questi casi è superiore ai 21 giorni, durata massima del periodo di incubazione del virus. Se arriverà qualche caso in Italia, è prevedibile che si tratterà di cooperanti, missionari o lavoratori provenienti dai paesi affetti dell'Africa occidentale, esclusivamente tramite viaggi in aereo”. A fare chiarezza sulla diffusione dell’Ebola è Maria Capobianchi, direttore del Laboratorio di virologia dell'Istituto nazionale malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma e membro del consiglio direttivo Amcli (Associazione microbiologi clinici italiani), che in questi giorni tiene un congresso nel quale si dibatte anche e soprattutto del virus che sinora, stando agli ultimi aggiornamenti dell’Oms, ha fatto quasi 5 mila vittime, quasi tutte in Africa e quasi la metà solo in Liberia.
Lo Spallanzani, che è sede del laboratorio di riferimento nazionale per la diagnosi di Ebola, partecipa alle attività di due unità di Laboratorio mobile dislocate, su richiesta dell'Organizzazione mondiale della sanità: il progetto, finanziato interamente dall’Ue, vede la partecipazione del team italiano già da marzo in Guinea e da settembre in Liberia, sempre all’interno di un campus di Medici senza frontiere. Prossimamente sarà allestito un laboratorio mobile anche in Sierra Leone, che è il secondo paese per decessi dopo la Liberia e vive una vera e propria emergenza sanitaria: nel 2010 infatti si contavano appena due medici ogni 100 mila persone (negli Usa, per esempio, erano 240 per ogni 100 mila). “Questi sono i tre paesi dove Ebola è più diffuso – spiega ancora la dottoressa Capobianchi, che completa la mappa dell’emergenza nel continente nero – mentre in Nigeria, dove ci sono stati 20 casi (di cui 8 mortali, ndr) è stato ufficialmente debellato. C’è stato un caso, non mortale, in Senegal, mentre il primo decesso in Mali potrebbe far pensare a un nuovo paese a rischio”.
Dipende tutto dall’isolamento e dal rintracciamento dei contatti, aspetti decisivi nel contrastare una malattia che presenta i sintomi di una forte influenza con febbre solitamente superiore ai 38,5 gradi e prevalenza di problemi gastrointestinali e che si trasmette, come spiega tecnicamente l’esperta italiana, “attraverso contatto con i fluidi corporei che contengono il virus. Le misure di protezione consigliate sono quelle da contatto e da droplet, ovvero goccioline, per proteggersi dal virus contenuto nei liquidi biologici e nelle goccioline di aerosol emesse, ad esempio, con un semplice colpo di tosse dalle persone infette”.
Tenere a bada il virus può dunque essere relativamente semplice nei paesi occidentali, come l'Europa, che possono contare su strutture attrezzate e pochi casi da trattare, ma non avviene lo stesso in Africa, “dove persino le pratiche dei funerali possono causare ulteriori contagi. Infatti in Africa i laboratori sono impegnati non solo nella diagnosi sui malati, ma anche sulle persone decedute, per impedire che i cadaveri siano trattati secondo le pratiche adottate nei riti funebri locali, che comportano esposizioni massicce dei parenti al virus”.
Questo ha fatto sì che i casi accertati siano stati al momento poco meno di 14mila, di cui un terzo risulta essere stato letale. “In realtà – spiega Capobianchi – il totale dei casi è sottostimato, perché possiamo avere una mappatura esatta delle morti ma non dei contagi. Quindi la mortalità può scendere fino al 25%, anche se mediamente oscilla intorno al 50%, facendo la media con situazioni in cui va oltre”. Come in Guinea, dove su 1.667 casi accertati, più di mille sono stati mortali: il 62,5%. Mortalità che, come ricorda l’Unicef, apre anche il dramma dei bambini: circa 4mila sono quelli diventati orfani a seguito della malattia, ma in totale i bambini colpiti indirettamente dall’epidemia (“circondati dalla morte”, dice l’organizzazione internazionale) sono 5 milioni. “Le scuole sono chiuse, i bambini sono confinati nelle loro case e scoraggiati a giocare con gli altri bambini”, ha spiegato Peter Salama, coordinatore globale dell’emergenza ebola per Unicef: “Oltre a quelli orfani, molti più bambini vengono allontanati per la loro protezione in centri di quarantena senza sapere se i loro genitori sono vivi o morti”.
L’epicentro del pericolo resta dunque l’Africa, da dove arrivano anche i 19 casi trattati fuori dal continente: “Sono tutti casi di persone diagnosticate in loco e poi rimpatriate per farsi curare, tranne una manciata di casi di contagio autoctono, come quelli del personale ospedaliero negli Usa (dove c’è stata una vittima, ndr) e in Spagna, dove l’unica infermiera colpita è stata isolata e salvata”. “Il virus in Europa – sottolinea ancora la direttrice del laboratorio dello Spallanzani – può arrivarci solo tramite persone che viaggiano in aereo: dunque non con l’immigrazione irregolare di cui tanto si parla, quanto nei paesi che hanno i più frequenti contatti turistico-commerciali con l’Africa: per questo motivo, il paese più a rischio in Europa deve considerarsi la Francia”.



Il rapporto tenuto nascosto
Gli immigrati costano troppo A Parigi è allarme bancarotta
In un anno le domande di asilo politico si sono quadruplicate e per ogni rifugiato si pagano 870 euro al mese. L`Ump accusa: è colpa dell`Italia che li lascia passare
Libero quotidiano, 07-11-2014
LEONARDO PICCINI
Un dossier politico esplosivo tenuto sotto chiave per settimane e nascosto perfino al Parlameno francese, per paura di avvantaggiare sotto elezioni la corsa di Marine Le Pen. Ora però, grazie al coraggio e alla determinazione di un parlamentare gollista, il dossier è venuto alla luce. E così il rapporto choc sull`immigrazione clandestina in Francia, e sui suoi costi insostenibili per la collettività, è stato messo nero su bianco. Libero è giunto in possesso di ampi stralci della relazione top secret elaborata dalla commissione Affari Sociali dell`Assemblea Nazionale francese, grazie al deputato dell`UMP, Eric Ciotti, 49 anni, parlamentare e presidente della regione Alpi Marrittime, nonché esponente di spicco della segreteria nazioanle dell`UMP.
Il documento della commissione Affari Sociali, definisce come «insostenibili per la collettività, le spese sostenute dallo Stato francese per alloggiare i richiedenti asilo». In dieci anni infatti, si legge nel documento, «le domande di asilo politico, si sono quadruplicate, passando dalle 5.282 richieste del 2001, alle 24.689 del primo semestre del 2014». Il costo per alloggiare questa enorme massa di profughi «è di circa 220 milioni di euro l`anno, che vanno sonmmati ai 600 milioni di euro stanziati dal governo per far fronte al programma denominato "immigrazione e asilo politico"». Ma «oltre alle spese per un alloggio d`urgenza, vanno considerati anche gli aiuti economici erogati ogni giorno agli immigrati.
Sussidi che originariamente erano previsti come un aiuto temporaneo, e che invece con il passare del tempo, si sono trasformati in una prassi costante». Vitto e alloggio in strutture alberghiere a spese del contribuente, visto che anche in Francia così come in Italia, sono stati chiusi i Cie, che qui vengono chiamati Cada, ossia centri di identificazione e di soggiorno temporaneo. Il documento della commissione francese parla di «22.000 stanze d`albergo pagate ogni giorno dallo Stato nel periodo 2013, contro le 13.000 del 2009, ossia un aumento di posti letto in strutture ricettive turistiche e alberghiere pari al 70%». «Le richieste di posti di letto-prosegue la commissione Affari Sociali- si sono moltiplicate per tre, nel periodo che va 2008-2012». Ci sono più immigrati nelle strutture alberghiere che nei pochi centri di soggiorno temporaneo ancora esistenti, organizzati dal ministero dell`Interno. «Il governo del presidente Frainois Hollande, ha autorizzato per i12015, un ulteriore finanziamanto di alloggi per i richiedenti asilo pari a 132,5 milioni di euro (+14,8%)». Secondo Eric Ciotti «si tratta di costi allucinanti, e alla lunga insostenibili per lo Stato e per i cittadini francesi, visto che il mantenimento di ciascun profugo, ci costa 870 euro al mese. Una spesa che oltretutto genera scontento e gravi squilibri sociali, visto che diamo sussidi economici ai profughi, ma li tagliamo ai cittadini francesi che versano in gravi difficoltà economiche».
Il parlamentare punta il dito contro il numero di richieste di asilo politico: «Lo studio della commissione Affari sociali, evidenzia l`esplosione di queste domande. Siamo ormai giunti alla ragguardevole cifra di 30.000 domande di protezione e di asilo politico. Domande ancora al vaglio dell`Ufficio centrale per la protezione dei rifugiati e degli apolidi (Ofpra). Si tratta di dossier che fino ad oggi sonono stati tenuti sotto chiave nell`ufficio del direttore dell`Ofpra, forse per paura che montasse un caso politico». Eric Ciotti conclude laconico: «Le domande di protezione internazionale, nel periodo che va dal 2007 al 2013, sono aumentate del l`85%. Si tratta di un fenomeno dovuto al proliferare di vere e proprie filiere illegali dell`immigrazione, di mafie che possono contare sull`atteggiamento permissivo di Paesi come l`Italia, che hanno facilitato l`ingresso indiscriminato di profughi e immigrati».

 

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