Date: 3:28 PM 10/6/02 +0200

From: dino

Subject: I: IL SUICIDIO DEL DIRITTO - Nel nome di Kamal, marted

 

 

Kamal ha, o forse aveva, circa trent'anni. Mentre scrivo Ź ricoverato al reparto Ortopedia del Policlinico di Roma dopo essersi buttato ieri dal balcone dell'appartamento che condivideva con altri connazionali, al terzo piano di un palazzo della periferia romana. L'hanno trasferito d'urgenza dal Cto, dove inizialmente gli avevano dato una prognosi di sessanta giorni. Secondo Mohammed Kibria, presidente dell'Associazione del Bangladesh, che gli sta vicino, le sue condizioni sono molto piĚ gravi. Ha entrambe le gambe rotte, le spalle immobilizzate, un trauma cranico e probabilmente lesioni alla colonna vertebrale.

 

SE KAMAL MUORE, SARA' QUESTO GOVERNO, E IN PARTICOLARE I SUOI MINISTRI LEGHISTI, AD AVERLO UCCISO.

Dobbiamo gridarlo. Basta mormorare, basta accontentarsi dei "compromessi" parlamentari e governativi sulla pelle dei poveri cristi come lui, basta!

 

Kamal era disperato perchŹ il benzinaio dove lavorava ultimamente, dopo tre anni di lavori saltuari di ogni genere, gli aveva detto che contrariamente alle promesse non l'avrebbe regolarizzato. Neppure se pagava lui di tasca sua i contributi pregressi ed a venire, come al minimo tocca fare a tutti gli immigrati "clandestini" in questi giorni.

Era disperato, Kamal, perchŹ su quel miraggio del permesso di soggiorno, e dunque di un lavoro ben pagato (per il Bangladesh) di operaio al Nord, magari di notte e nella stiva d'una nave nei cantieri mortiferi di Monfalcone o in una cooperativa lombarda di facchinaggio, contavano tre famiglie. La sua famiglia d'origine, contadini quasi senza terra e poverissimi, quella di suo fratello che gli aveva prestato i soldi del viaggio e quella di sua sorella, che aveva venduto per lui l'unico pezzo di terra che aveva.

Sono disperati, decine e decine di migliaia di Kamal in tutta Italia, perchŹ il decreto Maroni dą tutto il potere al datore di lavoro. E' lui che decide di legalizzare o no i suoi dipendenti "clandestini". E spesso invece li licenzia: quasi mille licenziamenti solo a Roma e solo fra i bangladeshi, nelle ultime tre settimane.

 

Il padrone estorce i contributi, ricatta, licenzia? Denunciatelo!, ripete l'ineffabile sottosegretario Mantovano (An). Sa perfettamente che se un lavoratore denuncia o apre una vertenza la conseguenza immediata Ź l'espulsione. Irrevocabile, perchŹ "con accompagnamento alla frontiera", per l'effetto congiunto della Bossi-Fini e del decreto Maroni. Da dove avrebbe seguito la sua vertenza sindacale, Kamal, da Dacca? E non poteva neppure trovarsi un altro datore di lavoro disposto a regolarizzarlo, perchŹ la Lega ha posto quella condizione dei tre mesi pregressi di contributi che rende difficile trovare, se non a suon di migliaia di euro, un nuovo datore di lavoro disposto a dichiarare il falso e ad assumersene i rischi.

 

Tutte le associazioni, gli uffici sindacali, le Chiese, le persone di buona volontą che in queste settimane si stanno limitando alla consulenza e all'assistenza legale, riflettano. Se non si cambiano questi requisiti, nel decreto Maroni che da martedď torna alla Camera o almeno nelle sue circolari applicative, dall'imbuto stretto passerą comunque una minoranza. E per gli altri, il rigetto sarą una condanna all'ergastolo della clandestinitą. Al terrore dell'espulsione. Alla morte civile, alla quale Kamal ha deciso di preferire la morte fisica.

Le persone di buona volontą di Roma martedď pomeriggio, dalle 15 in poi, dovranno essere in tante davanti a Montecitorio, dove i compagni di Kamal porteranno le sue foto, bendato e fasciato in ospedale, per sbatterle in faccia ai parlamentari corresponsabili del suo dramma. E nelle altre cittą deve diffondersi rapidamente un movimento di sans-papiers, nelle piazze, per modificare questa "sanatoria padronale". Premendo sui prefetti, sui questori, sui parlamentari locali, coinvolgendo a fondo i sindacati...

 

I tempi sono stretti. Martedď il decreto Maroni torna in commissione alla Camera, il voto definitivo dell'aula (dopo quello gią dato al Senato) Ź previsto per il 14 ottobre. La cosa piĚ paradossale, indicativa del livello di certezza del diritto per gli immigrati, Ź che il voto sulla proroga di un mese della regolarizzazione arriverą due giorni dopo la scadenza originaria del 12 ottobre: ossia gli immigrati non avranno, se non dopo questa scadenza, la certezza della sua proroga. Si fosse trattato di evasori fiscali, il governo avrebbe gią emesso un decreto d'urgenza.

Sempre martedď le associazioni promotrici della manifestazione, insieme a rappresentanti dei sindacati, delle Chiese e dell'associazionismo nazionale, incontreranno alla Camera i gruppi parlamentari dell'opposizione (info: 333.3510598), e successivamente il Prefetto di Roma dal quale dipendono, ai sensi del decreto Maroni, le revoche delle espulsioni pregresse e l'emissione o meno di espulsioni nuove (la richiesta, nient'affatto scontata, Ź una moratoria delle espulsioni almeno in questa fase di regolarizzazione). Giovedď scorso si Ź gią tenuto un incontro con il Questore di Roma.

 

Questo Ź dunque un appello alla mobilitazione.

Prima che i Kamal si moltiplichino, che la disperazione dilaghi, che la speculazione s'avventi su centinaia di migliaia di disperati.

 

Dino Frisullo