(Sergio Ferraiolo – 20/06/2005)

Patologia del fenomeno immigrazione: espulsioni, centri di permanenza temporanea, divieto di reingresso.

Non Ź in discussione il diritto dello Stato di allontanare lo straniero che contravviene alle norme sul soggiorno. E’ necessario, perė, che la risposta dello Stato sia proporzionata all’offesa ricevuta.

            Il sistema individuato dalla normativa vigente – improntata a rassicurare il cittadino dal “pericolo” costituito dallo straniero – prevede una rigorosa disciplina del soggiorno che sanziona ogni violazione “con il massimo della pena”, ossia l’espulsione (art. 13), l’accompagnamento coatto alla frontiera (art. 13, comma 4), il divieto decennale di reingresso (art. 13, comma 14), assistiti, nella gran parte dei casi, dal trattenimento amministrativo per un massimo di sessanta giorni nei Centri di permanenza temporanea (art. 14, comma 1). Quando il “massimo della pena” non puė essere irrogato perché “non sia stato possibile trattenere lo straniero presso un centro di permanenza temporanea, ovvero siano trascorsi i termini di permanenza senza aver eseguito l’espulsione o il respingimento” (art. 13, comma 5-bis), lo straniero Ź diffidato a lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni con la sanzione penale (art. 13, comma 5-ter), in caso di inottemperanza, dell’arresto da sei mesi ad un anno o con la reclusione da uno a quattro anni a seconda che l’espulsione sia stata decisa per mancato rinnovo del permesso di soggiorno ovvero per ingresso clandestino.

            Anche questo sistema – piĚ volte sanzionato dalla Corte costituzionale - Ź visto esclusivamente dalla parte dello Stato e non prende mai in considerazione la possibile attivitą collaborativa dello straniero, salvo poi a scaricargli addosso, con un reato di permanenza irregolare, la propria inefficienza nel ricondurlo nel suo Paese.

            Questo costoso sistema[1] si rivela perė inefficace, in quanto riesce ad allontanare effettivamente meno del 60% degli espulsi.

 

            Visto che il soggiorno in un Centro di permanenza temporanea (CPT) costa circa sessanta euro al giorno (quindi 3600 euro per 60 giorni), senza contare il costo amministrativo per polizia ed impiegati che sorvegliano e lavorano per il CPT e che l’accompagnamento coatto alla frontiera ha i suoi rilevanti costi, potrebbe essere opportuno esplorare altri scenari che rendano appetibile per lo straniero lasciare il nostro Paese quando espulsi.

            Un primo sistema potrebbe essere quello dell’uso graduale del divieto di reingresso, sulla scia di quanto gią previsto dalla seconda parte dell’art. 14, comma 14, per lo straniero che collabora nel rientro in patria.

            Potrebbe essere addirittura economicamente conveniente annullare il divieto di reingresso, pagare il biglietto di rientro ed anche elargire una piccola somma di denaro per lo straniero che decide di tornare autonomamente in patria rispetto ai costi del trattenimento per sessanta giorni e del rimpatrio coatto con la scorta di polizia.

            Ovviamente varrebbe il principio della “sospensione condizionale”; le sanzioni conseguenti all’espulsione verrebbero “sospese” per la prima espulsione. Il divieto di reingresso sarebbe mantenuto nella piĚ ampia misura insieme all’accompagnamento coatto per eventuali recidive.

            La collaborazione dello straniero potrą essere ricercata anche aumentando gradatamente la “pressione sanzionatoria” fra l’accertamento della posizione irregolare e la materiale espulsione. A titolo meramente esemplificativo si potrebbe andare dal minimo grado di “pressione sanzionatoria” che potrebbe essere il non prendere alcun provvedimento per lo straniero che rientra in Patria entro dieci giorni dalla contestazione al massimo grado del divieto di reingresso per 10 anni allo straniero che rifiuta di fornire collaborazione dopo sessanta giorni di permanenza in un CPT.

           

 

 

 

Trattenimento nei Centri di permanenza (art. 14):

L’istituzione della detenzione amministrativa, disposta senza che sia stato commesso alcun reato, Ź stata vivacemente contestata al tempo della Turco-Napoletano in quanto sconosciuta nel nostro ordinamento.

            Ma che sia sconosciuta non significa che sia contraria. Bene o male i Centri di permanenza temporanea (CPT) hanno superato la prova della Corte costituzionale e la detenzione senza reato non Ź neppure vietata dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertą fondamentali.

            Essa, infatti, all’art. 5, comma 1, lettera f) consente la detenzione di una persona per impedirle di penetrare irregolarmente nel territorio o contro la quale Ź in corso un procedimento di espulsione o di estradizione. E che si tratti di ipotesi di detenzione in assenza di reato Ź fornita dalla lettera c) del medesimo articolo che tratta proprio la fattispecie del reato.

            L’importante, sia per il nostro sistema, che per quello disegnato dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, Ź il sistema delle garanzie e della convalida del trattenimento da parte dell’Autoritą giudiziaria.

            Comunque, anche se la compatibilitą con il nostro sistema non Ź in discussione, la privazione della libertą in assenza di reato ripugna e la sua sussistenza va accettata se essa Ź efficace per l’espulsione di chi non vuole essere espulso.

            Innanzitutto essi sono necessari per l’identificazione degli espellendi che non hanno o hanno dolosamente distrutto i documenti. Ma il procedimento identificativo non si limita all’accertamento dell’identitą personale. Spesso si dimentica che il “riconoscimento” degli stranieri non Ź solo l’attribuzione ad essi di una identitą certa, ma anche del rilascio del lasciapassare da parte delle autoritą consolari del Paese di provenienza, rilascio che, spesso Ź soggetto a “ritardi politici”.

Oltre a rendere “piĚ umana” la permanenza degli espellendi, sarą opportuno prosciugarne il “bacino di utenza” per tornare alla sostanza della formulazione dell’art. 14, comma 1, del Testo Unico immigrazione “Quando non Ź possibile eseguire con immediatezza l’espulsione mediante l’accompagnamento alla frontiera……”.

Innanzitutto dovrą essere evitato nel modo piĚ assoluto che nei CPT vengano ospitati i detenuti alla fine della pena. Il loro riconoscimento e l’approntamento dei vettori dovrą essere effettuato quando essisono ancore negli istituti penitenziari.

Oltre agli stranieri espulsi a causa del mancato rinnovo del permesso di soggiorno (disposizione gią presente nell’art.13, comma 5) si potrebbe evitare il trattenimento per gli stranieri la cui identitą sia certa e che accettino di uscire volontariamente dal Paese in cambio di una riduzione del divieto di reingresso o che vogliano utilizzare forme di rimpatrio assistito come gią supra indicato.

Prendendo spunto dalle conclusioni alle quali arriva la Corte dei Conti nella citata relazione, visto che l’allungamento dei tempi di trattenimento voluto dalla Bossi-Fini non si Ź rivelato efficace, potrebbe essere opportuno tornare al trattenimento massimo di trenta giorni voluto dalla Turco-Napolitano.

In conclusione, il trattenimento nei CPT dovrebbe essere riservato agli espellendi di identitą non certa e che abbiano dimostrato di non voler lasciare volontariamente il territorio nazionale.



[1] Vedasi in proposito la Relazione della Corte dei Conti sull’immigrazione 2004, pubblicata il 3 maggio 2005 e rinvenibile sul sito www.corteconti.it.