10 giugno 2010

L’Italia non modificherà le norme del “pacchetto sicurezza” e non ratificherà la “Convenzione internazionale sui migranti”.
ImmigrazioneOggi, 10-06-2010
La risposta del Governo al Consiglio dell’Onu per i Diritti umani che aveva mosso all’Italia 92 raccomandazioni: accettate 80 tra cui quelle sui diritti dei Rom e sulla lotta al razzismo. Il documento italiano è stato approvato all’unanimità dai 47 Paesi membri del Consiglio.
L’Italia non accetta di modificare le misure del pacchetto sicurezza dopo le raccomandazioni dell’Onu né di ratificare la Convenzione internazionale sui migranti. Nel documento presentato ieri dall’ambasciatore d’Italia presso le Nazioni Unite, Laura Mirachian, il Governo italiano ha dato seguito alla “stragrande maggioranza” delle 92 raccomandazioni formulate dall’Onu lo scorso febbraio dopo il primo esame della situazione dei diritti umani nel Paese.
Di queste ne ha respinte dodici, tra cui quelle che chiedevano di rivedere il cosiddetto “pacchetto sicurezza” e di depenalizzare l’entrata ed il soggiorno irregolare degli immigrati “clandestini”.
Secondo l’ambasciatrice Mirachian, che ha illustrato le risposte dell’Italia al Consiglio dell’Onu per i Diritti umani, la situazione in Italia sul fronte dell’immigrazione “non è perfetta ma migliora ed il Governo italiano è impegnato a difendere i diritti umani di tutti i migranti”.
I rappresentanti dei 47 Paesi membri del Consiglio – riuniti in sessione – hanno quindi approvato il rapporto sull’Italia senza opposizione. Per l’Italia – sotto esame dallo scorso 9 febbraio – le raccomandazioni finali esortavano tra l’altro il Paese ad accrescere la lotta alla discriminazione e al razzismo, in particolare nei confronti dei Rom (accettata) e a dotare il Paese di un’istituzione nazionale indipendente sui diritti umani (accettata, ma non la scadenza di “entro il 2010”).
L’Italia invece non ha accettato di aderire alla Convenzione internazionale sui migranti – che nessuno Stato membro dell’UE ha ancora ratificato – sottolineando che la legislazione italiana già garantisce molte delle disposizione previste. L’approvazione del documento ha concluso il primo esame periodico universale sulla situazione dei diritti umani in Italia, scrutinio cui sono sottoposti a turno tutti i Paesi membri dell’Onu.



PICCOLA POSTA

Il Foglio, 10-06-2010
Adriano Sofri
La chiusura dell'ufficio dell'Unhcr in Libia forse è provvisoria, forse no. Anche questo è tipico dell'autocrazia libica, i nostri cari amici: non si danno spiegazioni, non si danno informazioni. Forse per mia distrazione, non ho trovato un'adeguata attenzione per la cosa, eccettuata Radio Radicale e la signora Laura Boldrini. Soprattutto da parte di quelle autorità che, all'obiezione sulla violazione del diritto internazionale e dell'umanità perpetra-
ta coi respingimenti in mare, pretendevano di rispondere con la presenza dell'Unhcr a Tripoli. I tre funzionari internazionali e la ventina di locali che ci lavorano potevano fare poco per una simile alluvione, ma quel poco era essenziale ad arginarla, e almeno a offrire un conforto. Ricordiamo ancora una volta: i tre quarti di quei naviganti disperati erano richiedenti asilo, e la metà delle richieste veniva accolta. Tutto ciò è finito di colpo, per tutte quelle persone che non possono né tornare indietro, né andare altrove. Ecco.



Svolta sui matrimoni misti: abolito l' obbligo di conversione per lo sposo

Avvenire, 10-06-2010
ROMA. «Finalmente alla Camera dei deputati le norme che regolano il matrimonio tra un cittadino italiano e una straniera sono state semplificate di modo che l'unione matrimoniale italiana non sia più piegata a leggi estere che spesso sono lesive del principio di uguaglianza tra uomo e donna costituzionalmente garantito, nonché del principio della libertà di matrimonio e di quella di confessione».
Questo il commento dell'onorevole Souad Sbai, parlamentare del Pdl, che assieme all'onorevole Manlio Contento si è fatta promotrice di un emendamento che modifica l'art 116 del codice civile. La questione è legata alle conversioni religiose dei cittadini italiani spesso necessarie per sposare una donna straniera, norma che verrebbe richiesta solo al futuro sposa, ponendo de facto una discriminazione di genere imposta dalle leggi del Paese di provenienza della donna e nettamente in contrasto con i principi della Costituzione italiana. «Da oggi, in caso di rifiuto del nulla osta, o decorsi i termini di 90 giorni, l'ufficiale di stato civile è tenuto a verificare che le leggi del Paese di provenienza di un coniuge non entrino in contrasto con l'Ordine Pubblico Italiano, come previsto dal diritto internazionale privato secondo cui, in tal caso la legge straniera non può essere applicata», ha chiarito Sbai.



Un Paese in balìa delle doppie verità

il Giornale, 10-06-2010
Giancarlo Perna
Ci circonda una fastidiosa cappa di doppie verità. Le stesse persone ci propinano versioni opposte della medesima faccenda pretendendo che le prendiamo per buone entrambe.
Facciamo il caso del Vaticano di fronte all'ammazzamento del nunzio in Turchia, monsignore Luigi Padovese. Il Papa sostiene che è stato il gesto di un pazzo. Altri preti e diverse autorità vicine alla Santa sede dicono invece che è stato un lucido assassinio dettato da odio islamico: il giovane autista del nunzio, Murat, ha finto per anni fedeltà per meglio uccidere al grido di «Allah è grande». È lo scontro trala realpolitik papale che non vuole incrinare il «dialogo interreligioso» con i musulmani chi, sempre nella Chiesa, vuole dire le cose come stanno. Il peggio è che adesso si sta mettendo la sordina sulla vicenda e le due versioni opposte rischiano di convivere.
Personalmente mi chiedo se perfino un papa - la cui missione è la verità - possa mentire per ragioni politiche. Ma penso che anche i cattolici in genere debbano interrogarsi se sia legittimo che il pontefice nasconda sotto un velo -sia pure di santa ipocrisia - il pericolo che l'Islam rappresenta per la loro fede. Che se ne fanno i cristiani di una falsa rappresentazione dei veri sentimenti che i musulmani turchi hanno verso di loro? Perché spacciare l'odio che trasuda dall'omicidio del ve sul solito buonismo fasullo? Trovo pericoloso e ingiusto creare aspettative di fiducia e pacifica convivenza falsificando la realtà. Da laico dico che, se sono queste le premesse, il Papa sta fondando sulla sabbia il suo sbandierato «dialogo interreligioso».
Lui segua pure le proprie convinzioni ma non inganni i cristiani. Quando si basa una politica, sia pure la più santa, sulla non verità i guai sono alle porte. Di fronte a questa strategia del paraocchi, sono i cattolici turchi a correre i maggiori pericoli. Lo dimostra lo stillicidio dei morti ammazzati nelle loro file da qualche anno a questa parte. Ogni volta, l'omicidio è stato venduto come opera di un folle e sempre la Chiesa ha finto di crederci. Con la conseguenza che gli episodi si sono moltiplicati e ravvicinati. Presumo che oggi, dopo l'omicidio del nunzio e l'ennesima resa della Santa sede, la comunità cattolica turca sia terrorizzata. Per non parlare del senso di abbandono inerme che avrà provato dopo la poco cristiana scelta vaticana di non inviare neppure un delegato papale al funerale del vescovo ucciso.
L'ambigua timidezza di Benedetto XVI ricorda i cosiddetti silenzi di Pio XII sul nazismo. Il pontefice di allora giustificò le sue omissioni con la necessità di evitare rappresaglie del regime sui cattolici tedeschi. Ma i contesti sono diversissimi. Nella Germania degli anni Trenta era al potere la barbarie. La Turchia odierna è invece uno Stato di diritto, retto però da un governo con simpatie islamiste.
Dunque, incline a chiudere un occhio - forse di più - sui delitti commessi al motto di «Allah è grande». Ecco allora che la tecnica ecclesiale del silenzio è la più suicida immaginabile. È solo alzando la voce con il potere turco, e pretendendo piena luce sulla deriva islamica dei suoi cittadini, che il Vaticano potrà dare una mano alla minoranza cristiana del Paese. Se ne avvantaggerà lo stesso «dialogo interreligioso» basato sulla franchezza e la sincerità. Non è blandendo la suscettibilità islamica sulla pelle dei morti cristiani che il cattolicesimo farà valere le proprie ragioni. Ma soprattutto, tornando a noi, eviti il Vaticano di confonderci con la doppia verità o pochi del suo gregge saranno ancora disposti a dargli fiducia in bianco.
Un'altra autorità che ci ha ammannito una doppia versione sullo stesso fatto è il pro-curatore nazionale antimafia, Pietro Grasso. La vicenda è nota. Il 26 maggio, in una riunione pubblica, Grasso ha dichiarato che le stragi di Falcone e Borsellino e le bombe mafiose del '93 nacquero dall'accordo tra coppole e i nuovi soggetti politici che si stavano affacciando sulla scena. Non ha fatto nomi. Ma poiché i soli «nuovi», all'epoca, erano il Cave Forza Italia, tutti hanno appunto pensato a loro. Ne è nato un pandemonio. Grasso ha finto di cadere dalle nuvole e ha detto di essere stato travisato. Strappato per i capelli ha rilasciato un'intervista. Ha detto di non avere parlato di partiti politici, ma di «entità», e di non avere nominato Berlusconi. Ha anzi ricordato che analoghe accuse al Cav erano state da lui stesso archiviate anni prima. Poi però ha confermato quanto aveva detto il 26 maggio, precisando che erano cose note, che risultavano da affermazioni di altri giudici, che tutto era già nelle motivazioni di diverse sentenze. Della serie: non è Berlusconi, ma è Berlusconi o, comunque, uno che gli somiglia come fosse lui. Poi, affermata la doppia verità, si è chiuso nel riserbo consono a un magistrato che parla solo per acta e non straparla mai.
Così, adesso, noi siamo come gli asini in mezzo ai suoni. Sfarfalleggia il sospetto che il premier sia uno stragista e mafioso, ma anche no. Chi vuole crederci, libero di farlo. Chi  non ci crede, sia accomodi pure lui. C'è posto per tutto e tutti. Con la rigorosa esclusione della verità che è una e trina, nessuna e centomila. Ma nonc'è una toga qualsiasi che chiami Grasso a deporre come persona informata sui fatti o lo incrimini per calunnia? Non c'è. E noi in mezzo, sballottati da questi incoscienti, come poveri idioti.
Un terzo - per scendere molto più in basso - che non ci fa capire niente è Michele Santoro, altro mostro sacro della stessa levatura. Prima dice che se ne va dalla Rai gonfio di soldi per fare le sue cose in libertà. Poi che lo vogliono cacciare ma lui non ci sta e perciò resta. E la verità? Buona per giocarci alle tre carte. E chi se ne impipa di Santoro, direte voi. Sì. Ma lui e quelli come lui non possono ammorbare l'aria che è di tutti. Allora disinfestiamola e sommergiamo di disprezzo gli imbroglioni.



Tra 10 giorni l'apertura delle offerte per le aree da destinare ai rom. Il sindaco: rispetteremo i tempi
Piano nomadi, ok ai villaggi nei camping

DNews, 10-06-2010
Àncora dieci giorni prima dell'apertura delle buste con le offerte - otto in totale - per le aree da destinare ai "villaggi della solidarietà"; i campi attrezzati dove andranno a vivere gli oltre seimila nomadi della Capitale. Il prefetto Pecoraro, impegnato in una tre giorni con la commissione che dovrà valutare le offerte, precisa che "entro una settima, al massimo 10 giorni, sapremo il risultato della valutazione delle aree", Pecoraro sottolinea, tuttavia, che le aree "non verranno mai svelate fino a quando non saranno certe". Sull'ipotesi di utilizzare camping dismessi si dice possibilista perchè "potremmo usufruire dei servizi primari che già esistono". Fiducioso anche il sindaco Alemanno che ieri ha incontrato il prefetto sul piano nomadi. «Mi ha garantito - afferma - che si sta procedendo rapidamente e che, abreve, avrà un incontro col ministro in maniera tale che possiamo rispettare i tempi per la chiusura dei campi e la creazione di una rete di aree legali e controllate». «Auspichiamo - commenta Fabrizio Santoni, presidente della Commissione sicurezza - che siano rispettati i cri¬teri richiesti dal Consiglio comunale, realizzando gli insediamenti lontano da centri abitatì e da altri campi autorizzati».



Regione II Pdl propone un osservatorio per combattere tutti i tipi di discriminazione

il Giornale, ed. Roma, 10-06-2010
Giuseppe Taccini

Al bando pregiudizi e stereotipi. Dalla Regione parte la battaglia contro ogni tipo di discriminazione: di genere, razziale, di appartenenza etnica, di orientamento religioso e sessuale, di disabilità. Per colmare un vuoto normativo che durava da troppo tempo, i consiglieri Pdl della Pisana, con in testa Isabella Rauti, hanno previsto in una proposta di legge che andrà presto all'esame del consiglio regionale, la costituzione di un osservatorio regionale ad hoc che combatta tutti i tipi di discriminazioni individuate dalla Ue. Il nuovo organismo di garanzia sarà istituito presso l'assessorato regionale alle Politiche sociali e avrà compiti di prevenzione, ascolto, informazione e tutela nei confronti di chi ha ricevuto abusi di carattere discriminatorio. Opererà in collaborazione con l'Ufficio nazionale per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull'origine etnica (Unar) e con tutte le amministrazioni comunali e provinciali del Lazio e le associazioni del terzo settore sul territorio. A tal proposito, Lavinia Mennuni, delegata del sindaco alle Pari opportunità, ha annunciato la conclusione dei lavori del tavolo tecnico per l'istituzione in tempi brevi di un apposito osservatorio comunale che si affiancherà e coopererà con l'organismo regionale. «Vogliamo riferirci non solo ai fenomeni di razzismo e di imigrazione, ma a tutte le realtà sociali che possono sviluppare tensioni e fenomeni discriminatori», spiega il consigliere Giancarlo Miele. Per i primi tre anni è stato previsto uno stanziamento di 200mila euro l'anno, ma c'è l'intenzione di alzare l'asticella a seconda delle esigenze che emergeranno in corso d'opera.



La consultazione della Lega
Moschea, valanga di no nel paese della Fallaci

Corriere della Sera, 10-06-2010
GREVE IN CHIANTI (Firenze) — È stato un plebiscito di «no» alla costruzione della moschea: 1.402 contro 51 voti favorevoli. Greve in Chianti, il paese di Oriana Fallaci, si è espresso contro la costruzione di un tempio islamico con una consultazione popolare decisa dopo una serie di polemiche alla notizia di un possibile progetto-moschea cui stava lavorando l'amministrazione comunale. Il referendum, senza valore giuridico, è stato organizzato dalla Lega Nord e i risultati sono stati presentati ieri a Firenze dal consigliere provinciale Marco Cordone. «È stata una provocazione politica — ha spiegato — nei confronti del Comune che si è rifiutato di indire una consultazione referendaria ufficiale». Cordone ha aggiunto che la Lega ha voluto creare un movimento di opinione sulla costruzione di moschee. Tra i votanti, 851 hanno espresso la loro preferenza ai gazebo, 602 attraverso email o  sms, ma 150 non erano residenti a Greve.



“GLI IMMIGRATI SONO UNA BENEDIZIONE PER IL NOSTRO PAESE”

L'Impronta, 10-06-2010
«Basta con l’equazione tra immigrazione e criminalità. La stragrande maggioranza degli stranieri in Italia sono lavoratori onesti, affidabili e indispensabili per il nostro sistema produttivo e sociale. Gli immigrati sono una benedizione per il nostro Paese». Il presidente nazionale delle Acli Andrea Olivero commenta così le iniziative che da oggi e per tutto il mese di marzo andranno a costituire la “Primavera antirazzista” promossa da molteplici organizzazioni. Le Acli saranno in piazza a partire da oggi in molte delle manifestazioni previste nelle diverse città italiane, da Milano a Foggia. «Noi vogliamo raccontare all’Italia un’altra storia dell’immigrazione» afferma Olivero. «Gli immigrati non sono una disgrazia, né solamente una necessità per le nostre aziende, i nostri campi, le nostre case. Gli immigrati sono una “grande risorsa per il cammino dell’umanità” com’ebbe a dirci Papa Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornale mondiale del migrante di qualche anno fa». «Il nostro compito – prosegue il presidente delle Acli – è far crescere questa consapevolezza negli italiani e nella classe politica, lavorando per l’integrazione degli stranieri e delle loro famiglie a partire dal riconoscimento dei diritti fondamentali».



Costretti ai lavori forzati e «curati» con dosi di oppio L'inferno dei piccoli afghani

Corriere della Sera, 10-06-2010
Davide Frattini
Quando un bambino afghano compie cinque anni, festeggia l'aver superato la data di scadenza che la contabilità della sofferenza gli ha etichettato addosso alla nascita (è il peggior Paese al mondo per sperare di raggiungere quell'età). Se è una bambina, è probabile che non si prepari ad andare a scuola (il 90 per cento delle ragazze non riceve un'istruzione) ed è fortunata se non verrà forzata a sposare un uomo più vecchio che non conosce ma che i suoi genitori conoscono da sempre (il 43 per cento delle donne viene data in moglie sotto i 18 anni, la Costituzione fissa il limite a 16). Kadija, 13 anni, e Basgol, 14, hanno provato a fuggire vestite da maschi. La polizia ha fermato il minibus, le ha fatte scendere e le ha rimandate al villaggio. Dove sono state frustate in pubblico, prima di consegnarle ai futuri coniugi (le sevizie sono state denunciate dall'Afghanistan Independent Human Rights Commission, senza ottenere l'intervento del governo)
L'anno scorso sono morti 1.050 bambini (fonte Afghanistan Rights Monitor), almeno tre al giorno, in attentati, ordigni nascosti tra le pietre della strada, bombardamenti, scontri tra i talebani e le forze internazionali. E' la guerra. In Afghanistan, muoiono 850 bambini al giorno, uno ogni due minuti, per diarrea, polmonite, malnutrizione. E' la pace distratta dalla guerra. Il 26 dicembre in un raid nella provincia di Kunar, soldati Nato hanno ucciso sette studenti (tra gli 11 e i 18 anni), convinti che stessero di sentinella a un laboratorio per esplosivi. In febbraio, la coalizione ha ammesso che si trattava di civili disarmati.
Nella prigione di Pul-i-Charki, mura sovietiche alla periferia trafficata e polverosa di Kabul, 60 bambini sono stati incarcerati con le madri. Fatima (uno pseudonimo) ci è entrata a 8 anni, quando i giudici hanno condannato la mamma a passarne 11 in cella. I bambini mangiano lo stesso rancio preparato per i genitori (senza i requisiti nutritivi necessari, denunciano le Nazioni Unite) e non frequentano le lezioni, che pure la legge afghana garantirebbe. A Pul-i-Charki è passato nel 2002 Mohammed Jawad, arrestato a 12 anni con l'accusa di essere un terrorista (sotto tortura ha confessato di aver tirato una granata contro una jeep militare). Da lì è stato a trasferito a Guantànamo ed è diventato grande nel campo che gli americani hanno allestito a Cuba per i «nemici combattenti». E' tornato a casa nove mesi fa.
Omicidi, stupri, bambini arruolati nell'esercito dei talebani 0 mandati al supplizio come kamikaze. Sono state 2.080 le gravi violazioni ai diritti dell'infanzia conteggiate nel censimento del sopruso (ancora Afghanistan Rights Monitor, 2009). I bambini finiscono ai lavori forzati, dalla povertà e dalla disperazione. Nella provincia di Nangarhar, 556 famiglie vivono in capanne di fango attecchite attorno a 38 fabbriche di mattoni. Qua dentro lavorano 2300 bambini e bambine, 12 ore al giorno per ripagare i debiti contratti dai genitori con i padroni. «Parliamo di 800,1000 dollari. Al massimo 2000. Cifre enormi per questo Paese, ci vogliono anni per restituire tutto», dice Haji Hayat Khan, direttore del dipartimento per gli Affari sociali della zona.
Nei villaggi del Badakhshan, isolati tra le montagne del Pamir, le madri usano l'oppio (l'Afghanistan copre il 93 per cento della produzione mondiale) come una medicina 0 un calmante per i figli. «Anche tre volte al giorno, non sanno che fa male», scrivono le Nazioni Unite in un rapporto.
Sberle, calci, orecchie tirate, pugni, bastonate, insulti sono considerati metodi normali per trattare i figli, racconta in un documento l'Afghanistan Research and Evaluation Unit, che raccomanda di educare i genitori «alla consapevolezza della violenza sui bambini».
L'Afghanistan è uno dei peggiori posti al mondo dove nascere, dicono le statistiche, e dove tornare se si è bambini, rinfacciano le organizzazioni per i diritti umani al governo britannico. Che ha deciso di espellere da Londra i minori non accompagnati e rispedirli a Kabul. Il piano prevede di rimpatriarne ;almeno 12 al mese, nei campi inglesi per gli immigrati ci sono 4.200 bambini, la maggior parte afghani. Non tornano a una casa, da soli sono arrivati e da soli ripartono.



Orrore talebano
L'islam che impicca i bimbi di sette anni

Libero, 10-06-2010
Maria Giovanna Maglie
Se vi riesce ancora di scandalizzarvi, di incazzarvi sul serio, è il momento di farlo, anche se serve a poco. I taliban quello sono, bestie di ignoranza e sicari del terrorismo nel nome di Allah, odiano le donne, i bambini, le cose belle, la libertà, la felicità. Non sono come noi. I talebani in Afghanistan hanno giustiziato un bambino di 7 anni accusato di essere una spia delle forze governative e straniere. Secondo la tv iraniana in inglese PressTv, il piccolo sarebbe stato catturato dai miliziani ed ucciso nel distretto di Sangin, provincia di Helmand, sud del (...)
segue a pagina 17 (...) Paese. È la stessa regione dove da giorni sono in corso sanguinosi scontri fra militari afghani e internazionali e gruppi terroristici, e dove ieri, in un attacco contro un elicottero della Nato, quattro militari Isaf hanno perso la vita. Le autorità afghane di Helmand hanno precisato che il bambino è stato catturato ieri nel distretto di Sangin. «I militanti hanno ucciso il piccolo nel villaggio di Heratiyan, con l'accusa di avere spiato a favore del governo afhano», ha detto Daud Ahmadi, un portavoce del governatore della provincia, che ha poi ricordato come la maggior parte delle aree del distretto di Sangin è in mano ai talebani, mentre le truppe straniere presidiano solo il centro. Da parte loro, i talebani non hanno commentato la vicenda. Chi sono i talebani ogni tanto vale la pena di ricordarlo nel nostro Paese di mammolette tenere. Intanto sono produttori e trafficanti di droga, che i talebani dichiarano lecita purché rivolta a un consumatore finale non islamico, così che l'Afghanistan arriva a rifornire il novanta per cento del mercato mondiale dell'eroina. Sono in guerra civile raccontata con toni mistici e millenaristi, da quando -il 4 aprile 1996 - il mullah Omar si presenta ai suoi fedeli avvolto in una delle più venerate reliquie dell'islam, conservata a Kandahar ma esposta al pubblico solo un paio di volte per secolo, il mantello del profeta Muhammad, e si fa acclamare come emiro dell'Afghanistan.
Non hanno combattuto contro i sovietici, altra balla politically correct. Si sono preparati piuttosto al dopo-invasione studiando nelle scuole coraniche in Pakistan, per preparare una classe dirigente alternativa, una versione estrema del puritanesimo deo-bandi, con punte di «pulizia etnica» contro gli sciiti afghani, considerati non musulmani. Sono saldamente alleati con i fondamentalisti di Al Qaeda di Osama bin Laden. Dopo l'11 settembre, questo legame gli è costato il potere, perché sono stati rovesciati dagli Stati Uniti e dai loro alleati con la benedizione dell'ONU. Ma le difficoltà del nuovo governo democraticamente eletto di Karzai di controllare un territorio che nessuno nella storia ha mai controllato veramente fanno riemergere una guerriglia che vede affiancati i talebani e Al Qaida : un cocktail velenoso di tradizionalismo puritano e fondamentalismo violento, meglio detto terrorismo.
Serve a contrastarli la strategia di riconciliazione avviata da Hamid Karzai? Secondo me no, ha ragione l'ex capo dei servizi segreti, Amrullah Saleh, silurato domenica scorsa dal presidente afgano assieme al ministro degli Interni, Hanif Armar. In un'intervista concessa all'Associated Press, Saleh si è detto convinto che, a dispetto dell'approccio conciliatorio del capo di Stato afgano, i gruppi talebani non hanno mai dato alcuna dimostrazione di voler scendere a compromessi e rispondono solo con «violenza, distruzioni ed intimidazioni».
Saleh - che ha ricoperto l'incarico per oltre sei anni, vantava stretti rapporti con gli alleati americani e britannici ed era considerato uno dei membri più competenti del governo di Kabul - ha difeso il suo operato nel prevenire l'attacco talebano contro la conferenza di pace di Kabul della settimana scorsa, spiegando che dopo aver fornito al presidente prove dettagliate sui presunti responsabili, questi «le ha messe da parte e non vi ha posto attenzione». Non è finita, vi racconto l'ultima leggenda nemmeno tanto metropolitana. In Afghanistan i talebani combattono anche con bombe all'Aids. La rivelazione shock arriva da un parlamentare britannico, Patrick Mercer, exufficiale dell'Esercito di Sua Maestà, impegnato nella missione internazionale. Secondo Mercer le bombe all'Aids sono confezionate con gli aghi di siringhe infette innestati sull'esplosivo: quando la bomba scoppia gli aghi vengono lanciati contro i nemici come schegge. Volete che in questo inferno qualcuno si preoccupi di un bimbo di sette anni? Pensateci la prossima volta che in nome dell'articolo 11 della Costituzione qualcuno vi dirà che in Afghanistan siamo in missione di pace.



In Belgio Fa lezione con il velo: licenziata

il Giornale, 10-06-2010
Un'insegnante musulmana di origini turche di un collegio pubblico di Charleroi, a sud di Bruxelles, è stata licenziata dalle autorità comunali dopo avere manifestato, contro la richiesta dell'istituto solastico, la propria volontà di continuare a insegnare indossando il velo durante le lezioni. La donna, che si era rivolta in tribunale, aveva in prima istanza ottenuto l'accoglimento delle proprie ragioni in nome di un decreto sulla «neutralità» dell'insegnamento. Lo scorso marzo però la decisione è stata respinta dalla Corte di appello di Mons, che ha stimato che la scuola in questione non fa parte della rete per la quale si può applicare il decreto sulla neutralità. L'insegnante però ha insistito a fare lezione con il velo aprendo così la strada alla pròcedura di licenziamento.



Immigrazione, regole più rigide
Test d'inglese obbligatorio per ricongiungersi alla famiglia

Il Messaggero, 10-06-2010
Deborah Ameri
LONDRA- Diritto alla famiglia sì, ma solo se paria inglese. Il nuovo governo britannico di coalizione tra Conservatori e Liberal Democratici inizia a rendere più rigide le regole sull'immigrazione. Dall'autunno i mariti e le mogli extracomunitari che vorranno raggiungere il partner in Gran Bretagna (sia esso inglese o anche solo residente) dovranno dimostrare, con certificati alla mano, di saper parlare inglese, quanto basta per potersi districare nella vita di tutti i giorni.
L'esame di lingua era uno dei punti forti del programma elettorale dei Tory, ma i Liberali di Nick Clegg lo avevano più volte criticato quando a proporlo era stata la passata amministrazione laburista. Del resto l'immigrazione è uno dei temi sui quali ì due partiti di governo si distanziano maggiormente. Clegg e i suoi, però, questa volta non si sono opposti.
«Parlare la nostra lingua dovrebbe essere un prerequisito per chiunque voglia vivere nel nostro Paese - ha commentato ieri il ministro dell'Interno Theresa May - La nuova regola promuoverà l'integrazione ed eliminerà le barriere culturali».
Le associazioni che difendono gli immigrati, però, non sono d'accordo, I calcoli dicono che il numero delle richieste di ingresso da parte dei partner scenderà del 10% (rispetto alle 38.000 approvate nel 2009) e che a essere penalizzati saranno soprattutto i cittadini di Paesi in via di sviluppo, in cui il sistema scolastico è limitato e dove non sempre l'inglese viene insegnato in classe. Tra questi il Bangladesh, il Pakistan e il sub continente indiano, ovvero le nazioni da cui proviene la maggior parte delle mogli o dei mariti che inoltrano la richiesta di visto. «Prendi per esempio una ragazza che trova l'amore della sua vita e vuole venire in Inghilterra per stare accanto a lui - esemplifica Hina Majid del Consiglio per il benessere degli immigrati -. Potrebbe impiegare anni prima di ottenere i documenti».
In base al sistema vigente la sposa o lo sposo può entrare nel Regno Unito e viverci per un periodo di due anni, dopo i quali deve sostenere un test, anche di inglese, per avere il diritto di rimanere. Ma imparare la lingua sul posto è molto più facile. Secondo Mark Easton, uno dei commentatori della Bbc, la nuova mossa mira più che all'integrazione a limitare il fenomeno dei matrimoni forzati. Di solito il cittadino britannico di origini straniere toma nel suo Paese solo per vedersi consegnare la moglie o il marito scelto dalla famiglia. Con il test di inglese preventivo questa pratica forse diventerà meno consueta.
La nuove norme fanno parte del giro di vite sull'immigrazione che i Tory avevano già annunciato agli elettori. Ulteriori restrizioni saranno applicate a tutti i visti, anche a quelli degli studenti. Ed è in programma un "cap", ovvero un tetto massimo, al numero di ingressi annuali.



Pari tra liberali e laburisti Avanza la destra xenofoba
Crollo democristiano del premier uscente Balkenende

il Messaggero, 10-06-2010
Walter Rahue
BERLINO - Dalle urne dell'Olanda, dove ieri si sono svolte le elezioni parlamentari anticipate, è uscita una forte affermazione dell'estrema destra xenofoba del leader populista e anti-islamico Geert Wilders, che è riuscito a conquistare più del doppio dei voti rispetto al voto del 2006, crescendo da nove a ben ventuno seggi.
I partiti favoriti nei sondaggi, quello liberale (WD) di Mark Rutte e quello laburista (PVDA) di Jacob Cohen han¬no ottenuto invece meno con¬sensi del previsto fermandosi rispettivamente a 31 seggi, dieci in più per i liberali, due in meno per i laburisti. Crollano invece i cristiano-democratici (CDA)  del  primo  ministro uscente Jan Peter Balkenende, che dopo otto anni passati alla guida di ben quattro differenti coalizioni, è il grande sconfitto   di queste elezioni e ha perso ben 20 dei 41 seggi conquistati   ancora nel 2006.
Mentre in Olanda si delinea dunque una  difficile formazione di una nuova e solida maggioranza di governo, farà certamente discutere l'ennesima affermazione dell'estrema destra xenofoba di Geert Wilders (46 anni) che ha fondato il suo Partito per la libertà appena quattro anni fa e che òggi è già riuscita a diventare la terza forza politica nel Paese dopo i liberali e i laburisti e ancor prima dei democristiani. Con un programma incentrato quasi unicamente sui pregiudizi anti-islamici (divieto del velo, stop alla costruzione di nuove
moschee, blocco dell'immigrazione dai paesi musulmani) Wilders è riuscito a scombussolare il quadro politico dei Paesi Bassi, un tempo conosciuti per la loro tolleranza e apertura. Ma la presenza della più grande comunità islamica in Europa dopo quella in Francia, sembra davvero aver condizionato le scelte politiche di molti elettori.
I cittadini olandesi sono stati chiamati alle urne in anticipo rispetto alla scadenza regolare della legislatura, a seguito della crisi del governo tripartitico del primo ministro democristiano uscente Jan Peter Balkenende nel febbraio scorso. Crisi provocata dalle forte discordanze all'interno della maggioranza sull'estensione della missione dei militari olandesi in Afghanistan richiesta dalla Nato.
«In Olanda qualcosa deve cambiare», hanno spiegato ancora ieri alcuni elettori in fila di fronte ai seggi all'Aja confessando di voler mettere la loro crocetta sotto il simbolo dei liberali di Mark Rutte (WD). Per molti olandesi, soprattutto i più giovani, il problema più urgente da risolvere non è infatti né quello della missione in Afghanistan bensì quello della crisi economica e del contenimento del deficit pubblico. Un problema per la cui soluzione i cittadini dei Paesi Bassi sono disposti a sopportare anche drastici sacrifici. Rutte, denomianto anche come il "Nick Clegg arancione", aveva annunciato nel caso di un'affermazione del suo partito un programma di rigida austerità, con il taglio delle spese pubbliche per ben 20 miliardi di euro, il dimezzamento del numero dei ministri, l'innalzamento dell'età pensionabile dagli attuali 65 a 67 anni e la riduzione a zero del deficit pubblico entro il 2015.
Ma a contendergli la poltrona di primo ministro potrebbe essere ora il leader laburista Jacob Cohen, che col suo slogan "Yes we Cohen" si è battuto in campagna elettorale per gli obbiettivi opposti rispetto a quelli del partito liberale. Ovvero un aumento degli investimenti pubblici, l'introduzione di una nuova tassa per i ricchi e più investimenti nell'istruzione.







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