Newsletter periodica d’informazione

(aggiornata alla data del 27 maggio 2010)

 

Istat, per gli stranieri la crisi pesa il doppio    

 

 

Sommario

o       Dipartimento Politiche Migratorie – Appuntamenti                                                                             pag. 2

o       Prima pagina: Istat, per gli stranieri la crisi pesa il doppio                                                                 pag. 2

o       Prima pagina – Casa, per gli immigrati va peggio                                                                               pag. 2

o       Approfondimento – Permesso di soggiorno a punti                                                                               pag. 3

o       Società – Romeni d’Italia, tra indifferenza e razzismo                                                                                    pag. 5

o       Società – Immigrati, 7 su 10 si trovano bene in Italia                                                                                     pag. 7

o       Territori – Medico di famiglia? No se sei extra UE                                                                              pag. 7

o       Territori – Udine, vede donna in burqua e chiama la Digos; Foggia, tratta di ragazze                              pag. 8

o       Internacional News – As work dries up, Central Asian migrants go home                                                          pag. 9

 

A cura del Servizio Politiche Territoriali della Uil

Dipartimento Politiche Migratorie

Rassegna ad uso esclusivamente interno e gratuito, riservata agli iscritti UIL

Tel. 064753292- 4744753- Fax: 064744751

E-Mail polterritoriali2@uil.it    

                                                                                             n. 280



Dipartimento Politiche Migratorie: appuntamenti


Roma, 27/05/ 2010, ore 17.00, sede del CIR

Consiglio Direttivo del Cir: situazione in Libia dei rifugiati e nuove strategie

Roma, 07 giugno 2010, ore 10.00 - Ministero Pari Opportunità

Tavolo sulla valutazione sensibile alle diverse forme di discriminazione

(Angela Scalzo)

Ginevra, 1 – 11 giugno 2010, sede OIL

Riunione gruppo di lavoro OIL in preparazione della Conferenza Internazionale del Lavoro

(Giuseppe Casucci)


 

   Prima Pagina


Istat: per gli stranieri, la crisi pesa il doppio

Per gli immigrati l’occupazione aumenta solo nei settori snobbati dagli italiani


 (ASCA) - Roma, 26 maggio 2010 - Aumenta l'occupazione degli stranieri in Italia, ma solo in quei settori produttivi che vengono ''snobbati'' dagli italiani. Il dato arriva dal Rapporto Annuale dell'Istat ''La situazione del Paese nel 2009''. Il tasso di occupazione degli italiani (56,9 per cento), infatti, ridottosi di oltre un punto percentuale rispetto al 2008, si confronta con la flessione più marcata degli stranieri che supera i due punti percentuali (dal 67,1 al 64,5 per cento). Per altro verso, il tasso di disoccupazione cresce per entrambi i gruppi: nel quarto trimestre 2009 quello degli italiani e' dell'8,2 per cento, mentre per gli stranieri raggiunge il 12,6 per cento. Il primo, tuttavia, aumenta su base annua di poco più di un punto percentuale a fronte dei quasi quattro punti percentuali del tasso di disoccupazione degli stranieri. Si accentua il carattere duale del mercato del lavoro. Nel 2009, la diminuzione del numero degli occupati italiani (-527 mila unità) e il concomitante aumento degli stranieri (147 mila unità) si concentrano in differenti aree territoriali e riguardano figure lavorative distinte. Il calo degli occupati italiani interessa per il 40 per cento le regioni meridionali, mentre la crescita degli stranieri ha luogo nell'86 per cento dei casi nelle regioni centro-settentrionali. Il calo dell'occupazione italiana, inoltre, riguarda soprattutto le professioni qualificate e tecniche, mentre la crescita di quella straniera interessa in otto casi su dieci le professioni non qualificate. La nuova occupazione straniera si colloca in quei settori produttivi dove era già maggiormente presente, accentuando così il carattere duale del mercato del lavoro, con gli immigrati concentrati in lavori meno qualificati e a bassa specializzazione. In questo contesto si registra anche il fenomeno del sottoinquadramento, che interessa 3,8 milioni di occupati italiani (18,0 per cento del totale) e 791 mila occupati stranieri (41,7 per cento).
map/cam/lv (Asca)



Casa: italiani popolo di sfrattati? Per gli immigrati va peggio

Crisi: Italiani popolo di sfrattati? Per gli immigrati va peggio. Flop della politica. E’ quanto emerge dal “Rapporto sui diritti globali 2010” di Associazione Societa'INformazione


  (ANSA) - Roma, 24 mag - La crisi economica ''butta per strada'' gli italiani e mette in ginocchio gli immigranti. E' quanto emerge dall'ottava edizione del ''Rapporto sui diritti globali 2010'' a cura di Associazione Societa'INformazione, edito dalle Edizioni Ediesse e presentato questa mattina presso la sede della Cgil nazionale a Roma. Infatti, se gli italiani non riescono piu' a risparmiare, gli immigrati tagliano sulle rimesse al Paese d'origine: meno 10% nel 2008, con un invio mensile medio di 155 euro, a fronte dei 171 del 2007. Nonostante il lavoro dei migranti porti in cassa il 4% dei contributi Inps e il 9,2% del Pil, le nuove assunzioni nel 2009 sono calate a 92.500, mentre la previsione era di 171.900, e i lavoratori stranieri sono i primi a essere licenziati. In calo anche i mutui, meno 3,4%, e l'acquisto della prima casa, meno 23,7%. Ed e' proprio sulla sfida di avere un tetto sulla testa che la crisi mette a dura prova: a Milano sono 4.000, a Roma 6.000, in Italia sono stimati tra 65 mila e 120 mila gli adulti senza tetto. Sono in strada in media da 4,5 anni, nei dormitori da 3,2 anni, nelle aree dismesse da oltre 8 anni, una condizione su cui le politiche sociali sembrano avere poca presa. Per altro, si legge nel rapporto, ''nel 2009 ai senza dimora si e' risposto a colpi di Pacchetto sicurezza, con una schedatura nazionale e con limitazioni radicali al diritto a ottenere la residenza, conditio sine qua non per i piu' elementari diritti. Misure pensate contro gli immigrati ma che hanno ricadute sensibili sugli italiani piu' poveri''. In questo quadro poca presa hanno, in generale, le (per altro assai scarne) politiche abitative, a giudicare dalle statistiche: nel biennio 2007-2009, a reddito medio da lavoro dipendente stabile, gli affitti sono aumentati del 16%, e tra chi e' in affitto, il 20% e' solo (di cui il 60% donne), il 67% e' un nucleo monoreddito, il 30% e' capofamiglia pensionato, il 40% operaio, il 23% over 65. Il problema degli immigrati regolari che vivono in affitto, poi, e' l'illegalità degli italiani locatari. Le famiglie straniere in affitto sono 1 milione e 300 mila, 4 milioni di persone, hanno un solo reddito (80%), inferiore ai 15 mila euro annui (70%), sono numerose (il 50% con quattro componenti) e vivono in coabitazione con uno o più nuclei familiari (80%). L'85% ha un contratto non registrato o registrato per un canone inferiore al reale, l'affitto di posti letto avviene in piena violazione delle norme, l'addebito di spese condominiali va spesso oltre il consentito e il legale, gli alloggi sono precari e senza dotazioni minime ne' certificazioni. In questo quadro si inserisce il ''flop'' delle misure antipovertà. A fronte di una povertà stabile o in ascesa e di una vulnerabilità sociale in deciso aumento, le misure antipovertà varate dal governo hanno dato risultati minimi o nulli. La social card arriva solo al 18% delle famiglie affette da povertà assoluta, il bonus straordinario per le famiglie, presentato come l'innovazione a sostegno delle neglette famiglie italiane, ha avuto un impatto dello 0,32%, l'abolizione dell'Ici sulla prima casa e' andata a vantaggio solo dei piu' ricchi: il 70% va ai cinque decili della popolazione piu' ricchi, il 4% va al 10% degli italiani piu' poveri. Impatto nullo sui poveri assoluti e quasi nullo sui poveri relativi.


 

 

Approfondimento


  Permesso di soggiorno a punti

Il regolamento per gli “accordi di integrazione” presenta profili di illegittimità

Articolo di Emmanuela Bertolucci


 Il 20 maggio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato una bozza di regolamento sull'accordo di integrazione – già ribattezzato permesso a punti” - introdotto dal pacchetto sicurezza (Legge n. 94/09) in materia di stranieri. Al momento della richiesta del primo permesso di soggiorno lo straniero dovrà firmare l'accordo, impegnandosi a raggiungere entro due anni specifici obiettivi, il cui raggiungimento verrà valutato sulla base di crediti assegnati o decurtati.
Sia chiaro, l'accordo non sostituisce il permesso di soggiorno, ma vi si aggiunge. Ne consegue che la perdita del permesso comporterà l'invito a lasciare il territorio italiano, anche se lo straniero ha rispettato il contratto; viceversa, il mancato rispetto dell'accordo “a punti zero” comporterà la revoca del permesso di soggiorno.
Partiamo dall'inizio.
Lo straniero entra in Italia, va in Questura per richiedere il permesso di soggiorno e firma l'accordo, un documento di cinque pagine, tutte rigorosamente scritte in italiano (non ci risulta che la bozza di regolamento ne preveda la traduzione), con cui si impegna a conoscere la lingua italiana; conoscere a sufficienza i principi fondamentali della Costituzione e dell'organizzazione e funzionamento delle istituzioni pubbliche; conoscere a sufficienza la “vita civile italiana” (come funziona la sanità, la scuola, i servizi sociali, il fisco, il lavoro); garantire l'adempimento dell'obbligo di istruzione da parte dei figli minori.
Entro un mese dalla firma lo straniero deve partecipare ad un primo corso gratuito “offerto” dallo Stato italiano, di durata fra le 5 e le 10 ore, nel corso del quale gli vengono spiegati:
1) i diritti e i doveri degli stranieri in Italia, le facoltà e gli obblighi inerenti al soggiorno, i diritti e doveri reciproci dei coniugi e i doveri dei genitori verso i figli secondo l'ordinamento giuridico italiano, anche con riferimento all'obbligo di istruzione;
2) principi fondamentali della Costituzione della Repubblica e dell'organizzazione e funzionamento delle istituzioni pubbliche in Italia;
3) conoscenza della vita civile in Italia, con particolare riferimento ai settori della sanità, della scuola, dei servizi sociali, del lavoro e agli obblighi fiscali.
E l'italiano? Se partiamo dal presupposto che fra gli obblighi dello straniero c'e' quello di raggiungere in due anni una conoscenza sufficiente dell'italiano parlato, come e' possibile che questi appena arrivato possa capire cosa c'e' scritto in cinque pagine di italiano “legalese” e in dieci ore di lezione, in italiano, di educazione civica! Come si fa anche solo a capire a cosa ci si sta impegnando, se scritto in una lingua che non si conosce a sufficienza? Eppure, che lo straniero sia in grado di comprendere o meno il corso di dieci ore, deve necessariamente partecipare, pena – alla fine dei due anni di “contratto/accordo”- l'espulsione! Si legge infatti nel regolamento: “la mancata frequenza della sessione di educazione civica di cui all'articolo 3, determinano la risoluzione dell'accordo per inadempimento, con produzione degli effetti di cui ai commi 4 e 5”.
Viene il sospetto che prima ancora degli stranieri, il corso sui principi fondamentali dell'ordinamento debba seguirlo chi ha redatto il testo della bozza:
non si possono introdurre con un regolamento altre e nuove ipotesi di espulsione che la legge non prevede. Un regolamento e' fonte normativa inferiore rispetto alla legge e puo' disciplinare – in questo specifico caso – solo gli aspetti che l'art. 4 bis del testo unico in materia di stranieri gli ha demandato.
Introdurre con un regolamento attuativo una nuova ipotesi di espulsione e' costituzionalmente illegittimo. Il Consiglio dei Ministri dovra' dunque eliminare dalla bozza predisposta (art. 6, comma 2) l'espressione: “nonché la mancata frequenza della sessione di educazione civica di cui all'articolo 3”.
Eccezioni - Non dovranno sottoscrivere l'accordo di integrazione gli stranieri di eta' inferiore a sedici anni o superiore a 65. Sono inoltre esentate le seguenti categorie di stranieri titolari:
- di permesso
* di soggiorno per asilo,
* per richiesta di asilo,
* per protezione sussidiaria,
* per motivi umanitari,
* per motivi familiari,
* di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo,
- di carta di soggiorno per familiare straniero di cittadino dell’Unione europea,
- di altro permesso di soggiorno che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare.

Modalita' di assegnazione e decurtazione dei crediti
Due allegati alla bozza di regolamento disciplinano, rispettivamente, le attivita' che comportano assegnazione di crediti e gli eventi che determinano la decurtazione di crediti. Rimandiamo alla lettura dell'allegato per l'elenco delle attività che attribuiscono credito, soffermandoci invece su alcuni aspetti degli eventi che comportano decurtazione dei crediti:
- la pronuncia di provvedimenti giudiziari penali di condanna anche non definitivi, compresi quelli adottati a seguito di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale;
- l'applicazione anche non definitiva di misure di sicurezza personali previste dal codice penale o da altre disposizioni di legge;
- l'irrogazione definitiva di sanzioni pecuniarie di importo non inferiore a 10 mila euro, in relazione a illeciti amministrativi e tributari.
Questo, ad avviso di chi scrive, e' il profilo di illegittimità più grave, poiché l'elencazione riguarda le misure di sicurezza personali e tutti i tipi di reati, senza alcuna distinzione fra ostativi e non al rinnovo del permesso, che per questo tramite vengono reintrodotti come cause ostative.
Il testo unico in materia di immigrazione elenca infatti una serie ben determinata, e tassativa, di reati la cui commissione non consente il rinnovo del permesso di soggiorno. Consentire che la condanna non definitiva per qualsiasi reato comporti la decurtazione dei crediti, e conseguentemente il mancato rinnovo del permesso di soggiorno e l'espulsione, viola sia le norme del d.lgs. 286 del 1998 che i principi generali di gerarchia delle fonti del diritto e, se non modificata in maniera conforme a legge, sara' sicuramente questione da sottoporre alla Corte Costituzionale.


Verifica finale

Alla fine dei due anni, lo straniero dovra' presentare allo Sportello Unico per l'Immigrazione la documentazione a riprova delle attivita' svolte. In assenza della documentazione lo straniero sara' sottoposto ad un test. La soglia di adempimento e' fissata in trenta crediti:
- qualora il numero dei crediti finali sia pari o superiore alla soglia di adempimento, fissata in trenta crediti e, inoltre, siano stati conseguiti il livello A2 della conoscenza della lingua italiana parlata e il livello di sufficienza della conoscenza della cultura civica e della vita civile in Italia, è decretata l'estinzione dell'accordo per adempimento con rilascio del relativo attestato;
- qualora il numero dei crediti finali sia superiore a zero e inferiore alla soglia di adempimento ovvero non siano stati conseguiti i livelli della conoscenza della lingua italiana parlata, della cultura civica e della vita civile in Italia di cui alla lettera a ), è dichiarata la proroga dell'accordo per un anno. Dopo un anno c'e' una nuova verifica e se anche questa volta non si raggiungono i trenta crediti, il prefetto, nel risolvere l'accordo, ne decreta l'inadempimento parziale. L'inadempimento è preso in considerazione nelle decisioni discrezionali in materia di immigrazione o cittadinanza;
- qualora il numero dei crediti finali sia pari o inferiore a zero, è decretata la risoluzione dell'accordo per inadempimento, con revoca del permesso di soggiorno ed espulsione.
La sensazione generale che si ha dopo aver letto il regolamento e i relativi allegati (che comprendono il testo dell'accordo e l'elenco di attività che comportano assegnazione e decurtazione dei punti/crediti) e' di un testo approssimativo, che contiene importanti profili di illegittimità. Nulla in contrario alla individuazione di politiche di integrazione degli stranieri, purché esse siano legittime e non ridicolmente afflittive: oltre ai profili di illegittimità già evidenziati, si consideri che la decurtazione di punti avviene anche per gli “illeciti amministrativi e tributari” (anche una multa per divieto di sosta e' un illecito amministrativo!). Gli italiani possono evadere il fisco in attesa del prossimo condono, gli stranieri vengono espulsi....
Considerato che il regolamento non e' ancora in vigore, ma dovra' prima passare il vaglio del Consiglio di Stato e della Conferenza unificata Stato-citta' ed autonomie locali e regioni, e' a questi organi che facciamo appello affinche' sanino le illegittimita' costituzionali della bozza partorita dal Consiglio dei Ministri.


 

Società

 


http://espresso.repubblica.it/

Romeni in Italia, tra indifferenza e razzismo

di Carlotta Mismetti Capua

Sono i nuovi cittadini europei. Poco integrati, molto operosi e del tutto ignari dei loro diritti. Come racconta il libro di Guido Melis e Alina Haraja


Roma, 26 maggio 2010 - Nonostante dal gennaio del 2007 siano diventati cittadini europei i romeni hanno gli stessi problemi di quando erano solo immigrati brutti, sporchi e cattivi: anzi, più cattivi degli altri. La comunità più importante, per diffusione sul territorio, forza economica, coesione sociale e numeri è una comunità di cui non si parla mai, e i cui diritti sono ancora monchi. Di questa vita a metà strada tra l'indifferenza, la xenofobia e la legge parla il libro "Romeni, la minoranza decisiva per l'Italia di domani" presentato alla Camera dei Deputati dall'onorevole Gianfranco Fini, dal sociologo Luigi Manconi e da Giuliano Amato e Giuseppe Pisanu. Il libro, scritto dal deputato del Pd Guido Melis e dalla corrispondente per l'Italia del canale news Realitatea Tv Alina Haraja, è dichiaratamente partigiano ma fitto al tempo stesso di dati e statistiche ufficiali. Per ragionare in un paese in cui si sragiona spesso. Soprattutto sui romeni. "Dalle nostre parti le uniche bestie sono gli immigrati romeni. Loro hanno lo stupro nel sangue" disse il sindaco di Montalto di Castro del Pd, Salvatore Carai. Di offese, ingiustizie, denunce ad Amnesty International, incontri tra ambasciatori e scandali mediatici è pieno questo rapporto informale sui faticosi ultimi dieci anni dei romeni italiani. Ma soprattutto è fitto di paradossi. I paradossi sono interessanti, e il cambiamento del clima politico (la presenza del presidente della Camera alla presentazione del libro dice da sola molte cose) e l'entrata la Romania nella Comunità Europea non hanno migliorato le cose. Nonostante in dieci anni i romeni siano passati da 80.000 a 800 mila residenti regolari non hanno ancora nessuna rappresentanza politica locale, non uno a Torino o a Roma: eppure un torinese su dieci è romeno, un romano su dieci è romeno. Non c'è un solo centro culturale sostenuto dalle amministrazioni o dal ministero con le deleghe sociali in nessuna città. "Paradossalmente i romeni italiani sono i meno informati del loro nuovo status, dei loro diritti" racconta Alina Haria" e anche dopo il 2007 le cose sono peggiorate, nonostante le proteste del partito dei romeni, gli incontri ufficiali, il famoso spot tv 'Piacere di conoscerti', e le costanti pressioni dell'Ambasciata stessa". Tanto che seguendo le raccomandazione per un'informazione non razzista, firmate dai giornalisti italiani nel 1996 e il codice di deontologia professionale, la giornalista Miruna Cajvaneanu, presenta un dossier per Amnesty International: "l'orda romena, di stupratori, assassini e galeotti non esiste, è un invenzione dei media. Ma i suoi effetti continuano, le buone notizie non vengono mai pubblicate, non ci sono nemmeno libri in libreria che raccontino i nostri scrittori, il nostro paese: è una situazione incredibile" dice Haraj. La politica pare ignorare la sociologia ma anche la statistica. Eppure sono il 18% dei residenti, lavoranti, paganti tasse, degli stranieri che hanno scelto l'Italia come seconda patria: il 9% di loro ha una casa di proprietà, il 13% delle donne ha messo su famiglia con un italiano: il 2% degli uomini con una italiana. Nelle scuole italiane uno studente su 6 è rumeno, sono terzi tra i 'cittadini non italiani' iscritti all'università, sono poco sindacalizzati anche se scolarizzati. Quasi il 60% degli incidenti di lavoro, secondo i dati Inail, li riguarda: e tristemente dopo essere diventati europei la percentuali di incidenti sul lavoro si è triplicata, a riprova dello stato di vessazione, paura e ricatto con i quali i più lavorano nei cantieri. Sono tristemente in cima anche alla classifica per le morti bianche. Hanno una trentina di chiese ortodosse, prestate loro da associazioni o dalla stessa Chiesa Cattolica, e un Vicariato nuovo di zecca. Ventimila aziende con un titolare romeno sono registrate alla Camera di Commercio, ventimila imprese italiane sono insediate in Romania. Il 70% degli occupati sono laureati o diplomati, e chi lavora lavora regolarmente, e quasi in regola: 2 milioni e mezzo di euro sono il contributo che danno al Pil del paese dove abitano. Potrebbero invece presto contare, al momento del voto. E voterebbero a destra (altro paradosso). Alcune ricerche visualizzano il presente e il futuro degli elettori romeni. Dai dati del 2009 elaborati dalla Fondazione Ismu e Orim (Osservatorio Regionale sull'Immigrazione e la Multietnicità) tra le cittadinanze più rappresentate – gli stranieri maggiormente interessati al voto sono i filippini (il 74% dichiara di voler votare), i romeni (64%), i marocchini (63%) e i senegalesi (62%), mentre ai gradini più bassi della ipotetica 'scala' di partecipazione al voto degli stranieri si collocano gli ucraini (43%) e i cinesi (30%), che mostrano anche al loro interno le più alte quote di 'indecisi' (20% circa). Dice Guido Melis: "alle Europee hanno votato in Italia 28.467 cittadini europei, iscritti come prescrive la legge. Ma ancora una volta i romeni che hanno votato hanno votato cittadini italiani". Padre Petre Bodgan, parrocco ortodosso di Roma e guida carismatica dei romeni della Capitale, la vede diversamente, perché la vede dal basso: "sono stati comprati dei voti, per 50 euro. E molti sono stati ricattati, sul posto di lavoro. E' pur vero che i romeni stessi sono incapaci di unirsi, per portare la loro voce dentro le istituzioni e ignorano i loro diritti. Speravamo di ottenere alle ultime amministrative almeno un rappresentante, per cominciare a chiedere almeno un centro poli funzionale. Ma di 580 votanti romeni il candidato ha preso solo 72 voti". "Siamo orfani, siamo pecore buone da tosare, da mungere, e forse anche da uccidere" dichiarò Bodgan in un'intervista poco dopo il deludente risultato. Soprattutto i romeni sono poveri: il governo di Bucarest lo scorso anno ha ragliato i fondi per la sede diplomatica di Roma, non hanno mediatori nelle carceri e nemmeno avvocati. I parroci spesso fanno collette per rimandare i morti a casa, o combattono dentro le carceri per i minorenni o i malati, che avrebbero diritto di scontare la pena in Romania, volendo. "Eppure 10 mila voti, a Roma, sarebbero contati" spiega Andrea Sarubbi, firmatario di una legge bi-partisan per il diritto di voto, e passionario dei diritti civili per i cittadini stranieri. "E se votassero tutti i romeni sicuro voterebbero a destra: il loro nemico atavico è il comunismo. Tutta l'Europa Est, dei paesi ex comunisti, esprime ovunque in Europa tendenze di voto di centro destra. Noi combattiamo per il diritto di voto per i nati qui e per tutti, alle amministrative: questa gente paga l'Inps, l'Irpef e gli addizionali. E a nessuno gliene frega niente" continua l'onorevole "Prendiamo solo i voti – e con procedure lunghe e inique - solo dalla gente dell'est europeo. Al centro destra gli sta pure bene, alla fine".


 

 

 

 

 


Immigrati, 7 su 10 si trovano bene in Italia


Roma, 26 maggio 2010 - Il 67,9% degli immigrati residenti si trova bene o molto bene in Italia e l'80%, contro il 69% degli italiani, è soddisfatto della città in cui abita. Al primo posto delle cose importanti della vita mette la sicurezza affettiva (47,4%) e al secondo la crescita culturale (36,4%) fondamentale solo per il 29,5% degli italiani. È quanto emerge da un'indagine dell'istituto di ricerca Gpf, eseguito su un campione di 2000 immigrati e presentato oggi in occasione del Money Gram Award 2010. I dati rilevano inoltre che gli immigrati hanno meno bisogno degli italiani di approvazione da parte degli altri (35,6% contro 41,3%). Il 67% vive in affitto e spende quasi 500 euro al mese; solo il 21% abita in una casa di proprietà, 32% nel caso dei cinesi. Il 61% (78% dei cinesi) vive con la propria famiglia; il 20% dei filippini vive nella casa del datore di lavoro. Ed ancora. L'82% è soddisfatto della propria forma fisica, contro 74% degli italiani; il 35,6% ha bisogno di sentirsi al sicuro dai pericoli. Per quanto riguarda i consumi, l'89% mangia abitualmente pasta; il 65% beve succhi di frutta, il 63% bibite gassate e il 46% birra. Il 79% del campione fa la spesa al supermercato, il 45% al discount. Il 41% possiede un'automobile, (45% nel caso degli africani); il 14% una moto. Il 90% degli stranieri in Italia afferma di leggere quotidiani.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Territori

 


Medico di famiglia? No, sei extracomunitario

di Michele Bocci


Non può diventare medico di famiglia perché è extracomunitario. Il giovane, un albanese in Italia ormai da sette anni, non ha il permesso di soggiorno ma ha studiato e si è laureato in medicina a Firenze. "Eppure potrei partecipare ad un corso di specializzazione universitario per diventare cardiologo, medico internista, nefrologo. Non capisco come sui possibile. Da poco è stato pubblicato il bando di concorso per l'ammissione al corso triennale di formazione in medicina generale che esclude la partecipazione a extracomunitari". Da lungo le associazioni di medici stranieri in Italia cercano di risolvere il problema. Visto che si tratta di un concorso ministeriale, e non universitario come quelli per la specializzazione, al tirocinio per medici di famiglia può partecipare solo chi ha preso la cittadinanza. "Ma io devo aspettare almeno tre anni per sperare di ottenerla. Ma nel frattempo non posso studiare. O trovo un lavoro in una struttura privata o sono bloccato. Non mi sembra giusto discriminare per la nazionalità di provenienza visto che insieme agli altri partecipanti al concorso abbiamo seguito lo stesso percorso di studio". Il dottore Foad Aodi, palestinese è presidente dell'Associazione medici d'origine straniera in Italia, Amsi, che si batte contro quella che viene considerata una forma di discriminazione. "Senza la cittadinanza i medici extracomunitari non possono fare concorsi pubblici e questo ha impedito a molti di inserirsi veramente. Noi siamo per un'immigrazione qualificata, che è l'opposto di quella irregolare". Anche perché "se le iscrizioni annuali alle facoltà di Medicina continueranno a essere 6.200 l'anno, presto l'Italia avrà un gran bisogno di camici stranieri". Anche tra i medici di famiglia. "Ai concorsi pubblici in tutta Europa si può accedere solo con la cittadinanza - spiega il presidente dell'Ordine dei medici di Firenze, Antonio Panti - In Italia per ottenerla obbiettivamente ci vuole di più di altri stati europei. C'è lo stesso problema anche con il permesso di soggiorno per motivi di studio. A noi capitano medici per cui questo documento scade, e sono costretti ad aspettare sei mesi per il rinnovo. Sono problemi di burocrazia". Eppure di camici bianchi stranieri ci sarebbe bisogno. "Proprio nella medicina generale in questo periodo siamo in crisi di vocazione in tutto il paese - prosegue il dottor Panti - Quindi ben venga chi la vuole studiare, il quale ovviamente deve parlare bene la nostra lingua, cosa fondamentale in un lavoro come il nostro. Altrimenti rischiamo di finire come l'Inghilterra, che invita camici bianchi da tutto il mondo a lavorare nelle sue strutture. Ci vanno anche molti italiani".



Vede donna in burqa, la fotografa e chiama la Digos

Il fatto è accaduto a Udine. A chiedere l'intervento degli agenti è stato Luca Dordolo, capogruppo della Lega in consiglio comunale. Poi però scopre che la signora era la moglie di un ingegnere di un'azienda di Buttri


(http://messaggeroveneto.gelocal.it/) Udine, 25 maggio 2010 - Vede una donna con il burqa, la fotografa e la fa identificare dalla polizia. È accaduto ieri pomeriggio, in via Stringher, e a chiedere l’intervento della Digos è stato il capogruppo del Carroccio in consiglio comunale, Luca Dordolo. «Con i tempi che corrono non si può mai sapere cosa possono nascondere sotto l’abito nero e in più la donna si stava dirigendo verso il duomo che è un obiettivo sensibile» ha motivato il leghista quando ha scoperto che la signora è moglie di un ingegnere della Danieli e che la famiglia è ospite dell’azienda di Buttrio. Erano circa le 17.30 quando Dordolo, a bordo di un’auto, percorreva via Stringher per prendere parte da lì a poco alla seduta del consiglio comunale. «A un certo punto – racconta il consigliere – ho visto un bambino attraversare la strada di corsa spaventato, mi sono girato e ho visto la donna con il burqa». Dordolo non ha perso tempo, ha bloccato l’auto, è sceso e con il telefonino e ha immortalato la donna che passeggiava in centro con il marito e un bambino nel passeggino. Dopodiché si è rivolto all’uomo e gli ha detto: «Non si va in giro vestiti così». Non avendo ricevuto alcuna risposta Dordolo ha ripetuto lo stesso ammonimento in inglese ricevendo dallo straniero solo un gesto di indifferenza. E di fronte a quel gesto il leghista non ha esitato a comporre il 113 sulla tastiera del telefonino: «C’è una persona travisata che si sta dirigendo verso piazza Duomo» ha affermato invitando la Digos a identificarla.  L’intervento della polizia non si è fatto attendere, in pochi minuti gli agenti sono arrivati sul posto e hanno identificato la coppia: «Lui è un ingegnere che lavora alla Danieli – ha riferito sempre Dordolo – e lei è sua moglie». L’ingegnere, infatti, sarebbe impegnato in uno stage nell’azienda di Buttrio. Tutto in regole tant’è che nei loro confronti non è stato preso alcun provvedimento. Il caso, però, è destinato a far discutere anche perché Dordolo non intende abbassare la guardia. «Chiedo agli islamici di non utilizzare il burqa negli ambienti pubblici dove le persone devono essere riconoscibili se non altro per non spaventare i bambini» ha spiegato, ieri sera, a margine del consiglio comunale, nel riferire che, nei giorni scorsi, altre donne con il volto coperto sono state viste passeggiare nel parco Foni e nel quartiere di San Paolo. «Non sono belle da vedere – ha ribadito – e generano timori e sospetti». Inutile dire che la posizione del capogruppo del Carroccio non è piaciuta al sindaco, Furio Honsell, che ha trasformato l’a ccoglienza degli stranieri in uno dei suoi cavalli di battaglia. «La legislazione italiana non mi sembra vieti alle persone di passeggiare con il volto completamente coperto e comunque chiamare la digos non mi sembra un esempio da imitare. Anche perché – ha sottolineato il sindaco – la polizia è impegnata a garantire la sicurezza su fronti ben più problematici». In ogni caso per Honsell il fatto che a Udine ci siano persone che indossano il burqa «è un non problema». Dello stesso avviso il segretario regionale di Rifondazione comunista, Kristian Franzil, che fa parte anche dell’esecutivo di palazzo D’Aronco: «La Lega – ha affermato – continua a creare solo tensioni. La questione del velo non si risolve chiamando la polizia. Anche in città ci sono diverse associazioni, tra cui le Donne in nero, che si occupano di questo». 


 

 

 

 


Foggia, tratta di ragazze romene schiavizzate: sei arresti


Milano, 25 maggio 2010 - Facevano arrivare in Italia ragazze romene con la falsa promessa di un lavoro e poi le costringevano a prostituirsi nelle campagne foggiane. Per questo, con l'accusa di riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione, estorsione e ricettazione, i carabinieri del Comando provinciale di Foggia hanno eseguito sei ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettante persone, tra cui alcuni cittadini romeni, di Apricena (Foggia). Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari sono iniziate nel dicembre 2008 dopo la denuncia sporta da due ragazze romene che hanno permesso di scoprire l'esistenza di una banda di loro connazionali che, con l'ausilio di alcuni pregiudicati italiani, organizzava la tratta e lo sfruttamento. L'inchiesta ha preso avvio dopo che il 16 dicembre 2008 una giovane donna di origini romene ha denunciato due suoi connazionali, i fratelli Valentin e Costantin Onica, di 33 e 21 anni ed entrambi residenti ad Apricena, che l'avevano convinta e avevano organizzato il suo viaggio in Italia con la prospettiva di trovare un impiego nei campi dell'alta capitanata per la raccolta estiva del pomodoro. Arrivata nell'agosto del 2008 ad Apricena, la ragazza ha lavorato per un breve periodo nei campi ma poi i due fratelli le hanno preso i documenti e minacciandola l'hanno costretta a prostituirsi, sottraendole poi l'intero provento delle prestazioni sessuali. A dicembre, i due aguzzini sono partiti con le rispettive famiglie per la Romania, abbandonando la ragazza letteralmente in mezzo ad una strada. Solo allora, con l'aiuto di una connazionale, la giovane è riuscita a trovare la forza per denunciare l'intera vicenda. Dalle indagini è emerso che Valentin e Costantin Onica facevano parte "di un circuito che si occupava di far venire in Italia cittadini romeni per la raccolta dei pomodori" e poi di individuare tra questi le ragazze che "potevano essere più proficuamente indirizzate nel settore della prostituzione". I carabinieri spiegano infine che "talvolta gli indagati offrivano le prestazioni sessuali delle ragazze rumene avviate alla prostituzione per ricevere commesse di lavoro agricolo per i loro braccianti rumeni, lavoratori che venivano tenuti in condizioni di palese sfruttamento, privati dei documenti, costretti a dormire senza materassi e a lavorare per giornate intere con le macchinette dei pomodori per pochi spiccioli, senza, a volte, ricevere il compenso stabilito".


 

International news


 As Work Dries Up, Central Asian Migrants Return Home

Millions of migrant workers in Russia are now out of work

By Farangis Najibullah, Radio Free Europe


Moscow - Upon leaving his construction job in Russia, Nazir always saw his return to northern Tajikistan as a short-term winter break to spend time with his wife and their two children. But he saw his earnings in Russia dwindle significantly in the past year, and today the 30-year-old construction worker finds himself putting his skills to use installing satellite dishes in his native village to make ends meet. "It's very much a short-term job," Nazir says. "I will be out of work pretty soon, once every villager gets their satellite antenna. "When people come back from Russia, after earning some money, we had an increased demand for satellite antennas," Nazir adds. "I can't say for sure, but I earn about $130 to $150 a month." Most years, Nazir wouldn't be so dependent on the money he makes while on break. The income he brings in building private homes in Russia's eastern Khanty-Mansiisk Autonomous Okrug from early spring to late autumn is usually enough for the year. But toward the end of summer, Nazir says, the availability of jobs became scarce and wages fell for those jobs that were available. "There were not many people planning to build new homes for themselves, so we didn't have many job opportunities in Russia," he says. Nazir still plans to head back to Khanty-Mansiisk in April, but he worries that he will be forced to return home early if he cannot find work.
Millions Of Unemployed

An estimated 6 million Central Asian men and women who make their livings as migrant workers at Russian construction sites, factories, vegetable markets, and agricultural farms, share Nazir's concerns. Like the rest of the world, Russia has been hit hard by the global economic slowdown and even more so by plunging oil and other commodity prices, an important source of revenue for the country. Layoffs have become increasingly frequent at Russian companies, leaving many migrants without work. The country's construction boom, too, has slowed significantly, lessening the demand for Central Asian labour. Migrant workers leaving Moscow for home. The prospect of hundreds of thousands -- or even millions -- of workers returning home has led the governments of Uzbekistan, Tajikistan, and Kyrgyzstan in particular to consider ways of circumventing a potential social crisis. While estimates vary widely, it is believed that 4 million Uzbeks, 1 million Tajiks, and a half million Kyrgyz work as migrant laborers in Russia. Officials in the three countries provide significantly lower numbers.
More clear is that unemployment is already the most serious issue in all three countries and poverty is widespread. Tashpulat Yuldashev, a Tashkent-based independent analyst, tells RFE/RL's Uzbek Service that authorities there fear that the return of migrants, combined with already falling living standards, could lead to social unrest. But he also says that the risk of a crackdown will cause migrants to simply look for work elsewhere. "Returned migrants, of course, are dissatisfied; they are not happy with the situation in Uzbekistan," Yuldashev says, but he adds that "their frustration will not lead to social upheavals because people are afraid -- they will think of their children and relatives. They will only try to leave the country again one way or another."
Seeking Foreign, Domestic Alternatives
Thousands of Uzbeks migrant workers have already found jobs in South Korea, Turkey, the Czech Republic, and in the Persian Gulf states. Surprisingly, some Uzbek workers have even looked to neighboring Kyrgyzstan and Tajikistan for jobs. The Uzbek authorities, meanwhile, have actively sought other alternative destinations for their migrants. For example, earlier this month Uzbekistan reportedly asked authorities in Oman to provide labor quotas for Uzbek migrants to work in the oil-rich Arab country's ports, hotels, and markets. Uzbek migrants are now even seeking work in Kyrgyzstan. Kyrgyz and Tajik officials, meanwhile, appear to be focusing on the creation of domestic employment.
In Kyrgyzstan, authorities are expressing hope that hydroelectric projects, including Kambarata-1, will be able to provide job opportunities for thousands of people. In Tajikistan, the Labor Ministry sees promoting entrepreneurialism as a possible remedy, and has adopted measures to help provide short-term loans to allow people to open small and medium-sized businesses.
The country is also setting up special training courses for former migrants to learn new skills that can increase their chances of finding employment. In rural areas, people are being given more opportunities to rent plots of arable land. Tajik Labor Minister Shukurjon Zuhurov tells RFE/RL that the ministry has made a list of jobs currently available in all sectors, and offered over 150,000 jobs to former migrants.
"We have seriously studied employment possibilities in the state sector, private sector, and all other spheres, in industry," Zuhurov says. "For instance, we studied how many more specialists the education and health-care systems need. The construction sector can already provide 20,000 jobs." However, not everyone is satisfied with the jobs and potential incomes offered by the ministry. Mohammad, a 35-year-old former migrant, was hired as a builder two months ago at a construction site in Dushanbe. He says he has yet to receive his full salary. "Ten days after we started work, we were paid in advance some $40 each," he says. "The company faces a shortage of construction material, so we have work for three-four days and wait again for two weeks.” Mohammad says that if situation doesn't change in the next few weeks, he will consider heading to Russia again. This is because, despite the difficulties in finding work there, officials and workers alike continue to consider Russia the best bet for Central Asian migrants seeking employment abroad.