04 maggio 2010

Era in compagnia del marito. Fermata, ha mostrato il volto a una vigilessa. La coppia è regolare
In giro con il velo, multa da 500 euro

Corriere della Sera, 04-05-2010
Francesco Alberti

Applicata l'ordinanza del sindaco. La donna andava in moschea per la preghiera
NOVARA — Ai carabinieri la signora Amel ha detto no, non si può fare: «Non posso togliermi il velo davanti a voi, siete due uomini, mi dispiace». 1 due militari hanno allora rivolto uno sguardo interrogativo al marito, Ben Salah. Che ha allargato le braccia, tra il mortificato e l'irremovibile: «Ha ragione, non si può fare, lo dice il Corano». E così, per scoprire cosa si nascondeva sotto quel velo nero, dal quale occhieggiava uno sguardo giovanile sopra una figura slanciata, i due carabinieri hanno dovuto chiamare una pattuglia dei vigili urbani, raccomandandosi però che fosse presente una vigilessa. E finalmente, a debita distanza dagli sguardi maschili, la ventiseienne tunisina Amel ha rivelato il suo volto. Che è risultato identico a quello dei suoi documenti, in regola come quelli del marito, 36 anni, muratore e fervente  musulmano. Il problema però
era un altro: a Novara, città ad altissimo tasso leghista, da gennaio è vietato indossare abbigliamenti che impediscano l'identificazione della persona, figurarsi il burqa. Finora il principio era rimasto solo sulla carta, in un'ordinanza voluta dal sindaco leghista Massimo Giordano. Ora c'è la prima vittima: la signora Amel dovrà pagare 500 euro di multa (il provvedimento le è stato notificato in queste ore) e difficilmente lai consolerà il fatto che il suo nome entrerà nella tormentata storia dell'integrazione islamica in Italia, essendo la prima volta che un Comune applica una sanzione di questo tipo.
Massimo Giordano, avvocato, 41 anni, sindaco di Novara dal 2001, rieletto nel 2006 con percentuale quasi imbarazzante (61 per cento) e ora pure assessore nella giunta piemontese di Cota, non è uno che bara, anche se passa per un ottimo giocatore di poker. Il pallino del burqa, 0 come dice lui, «del rispetto delle regole universalmente condivise da tutti», l'ha sempre avuto. Sin da quando, nel novembre dell'anno scorso, non esitò a chiamare i carabi¬nieri dopo aver notato in pieno centro una donna marocchina coperta da capo a piedi. È nata quel giorno, l'ordinanza comunale numero 36 («Disposizioni per la tutela dell'ordine pubblico sul riconoscimento delle persone in alcuni luoghi pubblici») che venerdì scorso ha colpito Amel e il suo burqa. Non che sia stato un parto semplice. Il rischio era di incorrere nelle contestazioni giuridiche degli esperti del Viminale. «Il ministero degli Interni — spiega il comandante dei vigili urbani, Paolo Cortese — ci ha rispedito indietro il provvedimento, con una serie di osservazioni che riguardavano i luoghi di applicazione dell'ordinanza: all'interno 0 nelle vicinanze di scuole, ospedali, edifici pubblici, giardini».
Amel, stando al verbale dei carabinieri, venerdì stava passeggiando assieme al marito di fronte alle Poste. «I requisiti per intervenire c'erano tutti» afferma il sindaco Giordano. «È un peccato che si debba arrivare a queste misure sanzionatorie, ma ci sono persone che non hanno ancora capito che ciò che può essere tollerato tra le mura di casa, non può esserlo in pubblico...». Il tunisino Ben ha ingaggiato un avvocato nel tentativo di attutire la botta dei 500 euro. Il sindaco guarda avanti. «Non ci fermeremo: tolleranza zero, tolleranza zero...».








In strada con il burqa: 500 euro di multa
il Giornale, 04-05-2010
Enza Cusmai

Per la prima volta in città è stata applicata l'ordinanza che impedisce alle donne di essere velate integralmente. Il sindaco: «Non tolleriamo abiti che non consentono il riconoscimento»
Dopo cinque ore di attento studio, il commissario Leonardo Borghesani ha firmato la notifica della sanzione amministrativa. Arriverà a stretto giro di posta al domicilio della signora musulmana che venerdì mattina passeggiava accanto al marito lungo una strada di Novara, completamente coperta da un velo blu. Un burqa, per inten-derci. La signora dovrà pagare un bel 500 euro perché, si legge nel verbale, «portava abbigliamento che rendeva difficoltosa la sua immediata riconoscibilità suscitando disorientamento, situazione di insicurezza e disagio con chiaro potenziale pregiudizio della tranquilla e pacifica convivenza».
A Novara, dunque, non si può più camminare per strada con il velo calato sul viso. Prima città italiana dove si è applicata un'ordinanza del sindaco (la 36 del 29 gennaio scorso) che impedisce alle donne musulmane di gironzolare coperte come dei fantasmi nei luoghi pubblici o aperti al pubblico. Che in pratica vuol dire un po' dappertutto, parchi, supermercati, scuole, ospedali.
Nel caso concreto, per esempio, la donna coperta si aggirava nelle vicinanze di un ufficio postale più volte preso di mira da rapinatori. Non a caso, stazionavano i carabinieri davanti all'entrata, intenti a controllare i casi sospetti. E cosa c'è di più sospetto di una sagoma scura che nasconde la faccia oltre che tutto il corpo di una persona? Così i militari hanno fermato la coppia nel tentativo di identificarli. Il marito, regolare immigrato, non ha fatto questioni. Sua moglie sì. Senza la presenza di una donna si è rifiutata di alzare il velo e rivelare la sua identità. Per motivi religiosi. Dopo un momento di perplessità, i carabinieri hanno imboccato la strada di una conciliazione amichevole. E molto paziente. È stata chiamata sul posto una vigilessa che è riuscita a guardare in faccia la donna e a riconoscerla con l'aiuto della carta d'identità. Ma l'avvenuta identificazione non ha evitato alla musulmana una bella sanzione amministrativa consentita perché il sindaco leghista, Massimo Giordano, ha emanato un provvedimento esecutivo ancora fresco di stampa. «L'applicazione di questa ordinanza è l'unico modo a nostra disposizione per ovviare a comportamenti che rendono ancora più complesso il già difficile percorso d'integrazione» spiega Giordano. «Con questa sanzione - aggiunge - si passa dal provvedimento assunto a gennaio con finalità di dissuasione, all'applicazione concreta dell'ordinanza. C'è ancora qualcuno che non vuole capi-re che la nostra comunità novarese non accetta e non vuole che si vada in giro in burqa. Indossare un abito che non consente il riconoscimento personale può essere tollerato tra le mura di casa, non nei luoghi pubblici. Insomma a Novara non si può pensare di far quello che si vuole, è ne-cessario rispettare le nostre regole», dice senza giri di parole il sindaco che si trova ad governare il primo comune italiano in cui è stata sferrata una vera e propria guerra ai veli integrali.
Una legge nazionale sul burqa e il niqab, infatti, ancora non è stata emanata. In commissione parlamentare c'è un gran dibattito ma non è stato ancora approvato alcun testo condiviso. Così come in Europa, dove però si moltiplicano le iniziative contro ogni forma di integralismo islamico. In Belgio, per esempio, i deputati hanno approvato la proposta per il divieto assoluto di burqa islamico e niqab nei luoghi pubblici. Anche in Francia l'esecutivo intende presentare un progetto di legge analogo. ABruxelles, invece, una vice-presidente del Parlamento europeo, capogruppo dei liberali tedeschi del Fdp, ha ieri lanciato un appello per impedire l'utilizzo del velo islamico integrale in tutta l'Unione. «Mi piacerebbe che la Germa¬nia e tutta l'Europa vietassero il velo islamico in tutte le sue forme» ha dichiarato Silvana Koch-Mehrin. «Il burqa rappresenta un attacco ai diritti delle donne, è una prigione ambulante». Parole condivise dal consigliere regionale lombardo della Lega Nord, Davide Boni, che sollecita «un giro di vite» anche in Italia. «Troppo spesso le donne musulmane sono costrette ad indossare burqa e niqab contro la propria volontà -spiega il leghista - con una conseguente gravissima limitazione e violazione dei diritti umani».









Con il burqa alle poste, multa di 500 euro

la Repubblica, 04-05-2010
PAOLO GRISERI

NOVARA —Ai vigili urbani che ieri le presentavano il verbale della multa, ha rivolto una sola richiesta: «Per favore, posso firmare fuori dal mio appartamento? Me lo chiedono le mie convinzioni religiose». Richiesta accettata: Amel ha firmato sul pianerottolo il documento che certifica la prima multa italiana per porto abusivo di burqa. Per la precisione la sua infrazione è quella di aver indossato il niqab, il velo che copre tutto il volto ad eccezione degli occhi. In questo modo Amel, tunisina di 26 anni, ha violato una recente ordinanza del sindaco leghista di Novara, Massimo Giordano: «Ho firmato il provvedimento — spiegava ieri Giordano—per ragioni di sicurezza ma anche per far sì che chi viene a vivere nelle nostre città rispetti le nostre tradizioni».
La storia della multa da 500 euro comminata ieri alla ragazza tunisina, comincia in autunno: «Un giorno — racconta il sindaco — ho incrociato per strada una ragazza totalmente coperta dal velo. Ho chiamato i carabinieri perché la identificassero. In quella occasione ho scoperto che ci sono delle falle nelle leggi italiane per cui chi circola così nascosto può sperare di farla franca. Allora ho scritto l'ordinanza: per vietare definitivamente che ci si possa presentare nei luoghi pubblici con il volto coperto». Un principio che varrebbe anche per chi si presentasse in ufficio con il casco da motociclista. Ma è ovvio che la battaglia sul burqa paga di più politicamente. Così venerdì scorso scoppiai! caso. Accade in mattinata vicino all'ufficio postale di corso Trieste, nel quartiere di sant'Agabio, a ridosso della ferrovia. la zona popolare di Novara. La ricostruzione del comandate dei vigili urbani, Paolo Cortese, è precisa: «Una ragazza e il marito sono stati fermati da una pattuglia di carabinieri vicino all'ufficio postale. I militari hanno chiesto i documenti. Il marito ha fornito i suoi e successivamente ha presentato anche il passaporto della moglie. Naturalmente i carabinieri hanno chiesto di verificare se sotto il vestito ci fosse davvero la donna.L'uomo ha reagito:"La mia religione vieta a una donna di mostrarsi in pubblico di fronte a un uomo"». La discussione si anima. L'uomo pretende il rispetto di quelli che sostiene essere i principi dell'Islam. Il fatto che tutto si svolga di venerdì non favorisce atteggiamenti di compromesso. I carabinieri cercano aiuto nei vigili urbani. Arriva una vigilessa e si trova un accordo: Amel accetta di andare in un luogo appartato, lontano da possibili sguardi maschili, e mostra il suo viso alla funzionarla dei vigili urbani che constata la corrispondenza con la fotografia del passaporto. Tutto risolto? Naturalmente no perché Amel ha violato l'ordinanza quando si è presentata alla posta con il volto coperto. Dunque va punita con 500 euro di multa.
Rimane un punto interrogativo: è stata la donna a non volersi togliere il velo è o stato il marito a imporglielo? Il comandate dei vigili confessa di non saper rispondere: «Nella discussione ha sempre parlato il marito e non sappiamo se lei fosse o no consenziente». Il sindaco è soddisfatto? «Io spero sempre che non si arrivi a dover multare i cittadini. Ma in questo caso non abbiamo potuto farne a meno. C'è un problema di sicurezza e di tradizioni da rispettare». Eppure in molte città del mondo è consentito al¬le donne circolare con il volto coperto: «Lo so—risponde Giordano—ma Novara non è Londra».








Il burqa sia proibito anche qui!
La Lega incalza, a Novara le prime multe

laPadania, 04-05-2010

Cinquecento euro di multa perché indossava il burqa: è quanto rischia di pagare una donna musulmana che è stata fermata a Novara in applicazione di un'ordinanza del sindaco, il leghista Massimo Giordano. La donna sarebbe stata fermata e identificata dai carabinieri nei pressi delle Poste centrali. E poiché indossava il burqa in un luogo pubblico, e dunque non era riconoscibile, potrebbe ora scattare la sanzione.
«Stavamo facendo alcuni controlli - confermano dal comando provinciale - e abbiamo fermato questa donna che era coperta integralmente. L'abbiamo identificata e ora valuteremo come procedere».
L'ordinanza del sindaco Giordano (che è anche neoassessore regionale allo Sviluppo Economico nella Giunta Cota) era stata firmata all'inizio del 2010 ed era stata suggerita dal fatto che lo stesso primo cittadino si era imbattuto in una donna con il burqa e aveva richiesto l'intervento dei carabinieri perché la riconoscessero.
L'ordinanza, prima di essere firmata, era stata inviata al Ministero degli Interni che ne aveva vagliato il contenuto e proposto alcune osservazioni formali. «Il Ministero -spiega il comandante dei vigili Paolo Cortese - è entrato negli aspetti puramente tecnici dell'ordinanza limitandone l'applicazione alle scuole,  agli ospedali e agli edifici pubblici in genere. Nel caso specifico l'ordinanza verrà applicata proprio perché la donna si trovava all'ufficio postale, cioè in un edificio pubblico». La sanzione prevista è di 500 euro.
Le battaglie della Lega alla fine risultano sempre vincenti e, con qualche anno di ritardo, trovano ampia condivisione. A fine anni '90 furono infatti proprio i parlamentari del Carroccio i primi a sollevare l'allarme sull'inopportunità che qualcuno potesse girare col volto coperto da veli islamici come il burqa (che copre integralmente il viso) e il niqab (che lascia scoperti soltanto gli occhi). Ora la battaglia viene combattuta in tutta Europa. A cominciare dal Belgio (dove già molti Comuni, utilizzando i regolamenti municipali, proibiscono di indossare il velo integrale nei luoghi pubblici), dalla Francia (dove si sta lavorando per predisporre una disposizione legislativa che vieti di dissimulare il proprio viso nei servizi pubblici), in Olanda, Danimarca e Austria. Lo scorso 6 ottobre 2009 l'allora presidente dei deputati leghisti, Roberto Cota, ha depositato a Montecitorio la proposta di legge che, correggendo una norma degli Anni 70, pone le basi perché anche in Italia ci si possa dotare di una normativa anti-burqa. Una battaglia di civiltà che grazie alla Lega ora si può vincere.








Alle Poste con il velo: multata

La Stampa, 04-05-2010
CRISTINA MENEGHINI

Cinquecento euro di multa perché girava in strada con il niqab, il velo islamico che lascia intravvedere solo gli occhi. E' la prima applicazione di un'ordinanza che il sindaco Massimo Giordano aveva firmato a gennaio. Girare con il niqab costerà 500 euro ad una giovane donna islamica, 26 anni, fermata dai carabinieri di Novara a Sant'Agabio, il quartiere   alle porte della città dove si concentra il maggior numero di stranieri del capoluogo. La donna, con il marito e alcune altre persone, è davanti all'ufficio postale di corso Trieste a Novara. Arriva una pattuglia dei carabinieri, per il controllo di routine del quartiere. I militari vedono la donna con il niqab, vicino al marito e ad altre persone: si avvicinano e chiedono i documenti. Il marito mostra subito le due carte di identità. E così ai carabinieri si pone un problema: come verificare che sot¬to il pesante velo nero davvero ci sia la donna titolare del documento... ma la situazione si scalda : l'uomo reagisce: «Io non mi oppongo all'identificazione di mia moglie - dice ai carabinieri -ma per rispetto della mia religione deve essere verificata da una donna. Un uomo non può vederla». Fermo e categorico.
I carabinieri si rivolgono così ai vigili urbani: in servizio nella zona c'è una pattuglia che include una vigilessa. Nel frattempo davanti al centro islamico si forma un gruppo di curiosi. Il marito è sempre più categorico: «Non voglio che mia moglie sollevi il velo davanti a tutta questa gente». Accontentato. La vigilessa e la donna si allontanano dal gruppo. Una volta al riparo dai curiosi, la donna alza il velo e consente alla vigilessa di identificarla. E' ormai passata un'ora e mezza.
«Ma il tutto si è svolto - dicono al comando provinciale dei carabinieri - nella massima civilità e tranquillità».
Rimane un ultimo atto da compiere: la consegna del verbale con la sanzione da 500 euro, voluta dal sindaco negli ultimi mesi del 2009, quando lo stesso Giordano non aveva potuto identificare una donna che aveva il velo integrale.
I vigili hanno compilato la multa, e l'hanno consegnata all'uomo, che è rima sto impassibile. Avrà tempo 90 giorni per pagarla.
Nessun divieto di burqa in Italia, ma una legge del 1975 impone la riconoscibilità delle fattezze del viso nel caso in cui vi possano essere risvolti di ordine pubblico. L'ordinanza in vigore a Novara vieta «in tutto il territorio comunale, nelle aree pubbliche ed aperte al pubblico nelle vicinanze di scuole, asili, università, uffici pubblici e all'interno degli stabili che sono sede di dette istituzioni, il divieto di indossare abbigliamento atto a mascherare o a travisare il volto delle persone in modo che possa impedire o rendere difficoltoso il riconoscimento delle stesse».
E quindi, dice il comandante dei vigili Paolo Cortese «sarà applicata in quanto la donna si trovava vicino ad un luogo pubblico, cioè l'ufficio postale».
Il commento del vicepresidente del centro islamico novarese, Salah Hirate, è stringato: «Non c'è nulla da dire davanti alla legge, se questo è il volere del Comune».
La polemica invece divampa all'ombra della Cupola di Novara, tra chi sostiene la legittimità dell'ordinanza e chi si interroga invece sull'opportunità di una simile decisione. Per l'opposizione i problemi di Sant'Agabio «sono ben altri - ricorda Nicola Fonzo, esponente di Sinistra Ecologia Libertà - il riconoscimento di questa donna ha comportato un dispendio di energie e risorse, ha distolto le forze dell'ordine dai loro compiti».
Massimo Giordano, ora assessore regionale della Giunta Cota, rimanda le accuse al mittente: «I problemi di Sant' Aagabio sono anche questi: se l'opposizione vuole la città che sia piena di gente con il burqa, noi abbiamo un altro presupposto. Bisogna rispettare i costumi dei paesi che ci ospitano. L'opposizione dovrebbe prendersela piuttosto con chi costringe questa donna ad andare in giro vestita così».








COSI NOI SALVAGUARDIAMO I DIRITTI DELLA DONNA

laPadania, 04-05-2010
MICHELA CATTANEO

È scattata la prima sanzione nei confronti di una donna che indossava il burqa in pubblico. A Novara, l'ordinanza emanata dal Sindaco Massimo Giordano che vietava di indossare abiti e veli che impedissero il riconoscimento della persona ha avuto la sua prima applicazione. «Con questa sanzione si passa del provvedimento assunto all'inizio dell'anno con finalità di dissuasione all'applicazione concreta dell'ordinanza. Del resto, questo è l'unico strumento a nostra disposizione per intervenire ed ovviare a comportamenti che rendono ancora più difficile il già difficile processo di integrazione. La sanzione comminata - aggiunge il Sindaco - dimostra comunque che c'è ancora qualcuno che non vuole capire che la comunità novarese non accetta e non vuole che si vada in giro indossando un burqa. Auspicavo che non sarebbe stato necessario passare all'esecutività del testo e che il buon senso di tutti avrebbe garantito una convivenza più tranquilla. Mi spiace che non risulti già chiaro a tutti come indossare un abito che non consente il riconoscimento personale può magari essere tollerato tra le mura di casa, ma non certamente nei luoghi pubblici, nelle scuole, in pullman o negli uffici postali».
Sulla stessa linea l'assessore alla Sicurezza del Comune di Novara Mauro Franzinelli: «L'ordinanza emanata dal sindaco di Novara e la successiva sanzione - spiega - vanno anche nella direzione di tutelare la dignità delle donne; non riteniamo infatti corretta una cultura che impone di indossare un genere di abbigliamento che sminuisce o addirittura annulla la dignità della donna stessa, contro la sua volontà. Non siamo disponibili ad accettare che vi siano culture di questo genere che oltretutto impediscono alle forze dell'ordine di riconoscere la persona che sta dietro quegli abiti e quei veli. Quindi, al risvolto morale e culturale, si aggiunge una questione di sicurezza e di legalità. Novara è stata all'avanguardia anche in questo ambito, in
termini di sicurezza: si stanno muovendo nella stessa direzione anche alcuni altri Paesi europei, come il Belgio, che ha emanato provvedimenti anche più restrittivi dei nostri. La Francia, inol¬tre, si sta preparando ad affrontare un percorso di questo genere. L'ordinanza e la sanzione che ha colpito la donna coperta dal burqa rappresentano un percorso rivolto quindi alla tutela della dignità delle persone ma anche alla sicurezza dei nostri cittadini che non accetterebbero di vivere in zone franche dove le persone possono muoversi tranquillamente in luoghi pubblici senza rendersi riconoscibili».









LE MULTE ALLE DONNE VELATE E IL DIBATTITO CHE IN ITALIA NON C'E

Corriere della sera, 04-05-2010
Isabella Bossi Fedrigotti

La signora di Novara multata di cinquecento euro dal sindaco leghista perché «beccata» in strada con il velo integrale d'ora in poi non uscirà più di casa per volere dell'osservantissimo suo marito musulmano? Pazienza. Vuol dire che a fare la spesa ci andrà lui come andrà lui a prendere i figli a scuola, a parlare con gli insegnanti, ad accompagnarli dal medico, a visitare i parenti in ospedale, a pagare le bollette alla posta e alla banca. Pur con grande rincrescimento per la povera donna costretta dal consorte agli arresti domiciliari, se è stato deciso che il burqa non è ammesso a Novara, non si può fare marcia indietro a causa di un ricatto che, paradossalmente, fa l'occhiolino alle femministe.
Il vero punto della questione è, però, un altro. Premesso che il velo integrale per la nostra sensibilità è e rimane un obbrobrio mortificante, perché nasconde il viso e impedisce i movimenti, e premesso anche che chi, sia pure per ragioni di forza maggiore, decide di trasferirsi in Europa non può non tenere conto degli usi e dei costumi europei, sarebbe ora, dopo almeno vent'anni di intensissima immigrazione musulmana, che il nostro Paese si desse infine una regola. 0, almeno, che aprisse in proposito una discussione seria.
La Francia ci ha messo nove anni, ma recentemente si è alla fine data una legge che proibisce il burqa e il Belgio ha appena fatto altrettanto. Da noi, invece, già regna una specie di federalismo anzitempo, per cui ciascuna regione, o, meglio, ciascun comune — sul modello di quanto è avvenuto sìnora a Novara, Como, Bergamo — finirà per varare le regole che crede meglio, non raramente in contraddizione con quelle del comune vicino. Quanto basta, insomma, per disorientare gli italiani e convincere gli stranieri della nostra debolezza e insipienza, tanto da farli probabilmente sentire autorizzati a proporre un ricatto come quello messo in atto dal signore di Novara: sul corpo delle donne, naturalmente, ma questo è ancora un altro discorso.








Il marito
«Rispetto le regole ma così non la farò più uscire di casa»

Corriere della sera, 04-05-2010

E adesso, signor Ben Salah?
«Adesso è un problema, non so proprio come farò a pagare quei 500 euro di multa...».

Veramente ci riferivamo a sua moglie, al velo: le consentirà di girare a volto scoperto?
«Assolutamente no, la religione è tassativa...».

E come farà la signora? «Starà in casa...».Sempre, giorno e notte?
«Se questa è la legge in Italia, che devo fare?».

Ben Salah Braim ha 36 anni, aspetto giovanile, una barba curata che gli incornicia il volto. Vive con la moglie Amel Marmouri,
26 anni, in un modesto appartamento in via Leonardo da Vinci, zona multietnica di Novara. La casa si affaccia in un cortile
interno intasato di bambini urlanti, biancheria ad asciugare, resti di pasti.
Signor Ben sapeva dell'ordinanza?
«Sì».

Però sua moglie è uscita velata: come mai?
«Pensavo che almeno il venerdì, l'unico giorno in cui mia moglie esce di casa per andare alla moschea, le fosse consentito
girare con il burqa...».

L'ordinanza del sindaco parla chiaro.
«E io la rispetto. Sono qui da 10 anni».

Cosa pensa di quest'ordinanza?
«So che non è contro la mia religione, so che in Italia è vietato a tutti, però...».

Però?
«Però Amel non può essere guardata dagli altri uomini».









Parla  Izzedin Elzir, imam a Firenze e presidente dell'Ucoii
"Il volto coperto è illiberale la legge italiana va rispettata"

la Repubblica, 04-05-2010
VLADIMIRO POLCHI

ROMA—«Noi siamo per la libertà della donna e contro ogni velo che ne nasconda il volto». Izzedin Elzir, imam a Firenze e presidente dell'Ucoii, ribadisce la linea della sua comunità: «Va rispettata la legge italiana che vieta niqab e burqa».
Cosa prescrive a tal riguardo l'islam?
«Sull'argomento si distinguono due scuole islamiche, entrambe autorevoli, che danno interpretazioni diverse del Corano: la prima chiede la copertura integrale del corpo della donna, la seconda prescrive invece che mani e viso rimangano scoperti».
A quale scuola si rifanno i musulmani italiani?
«L'Ucoii (Unione delle comunità islamiche in Italia, ndr) si è più volte espressa a favore del viso scoperto della donna e per il rispetto della legge italiana, che esige la riconoscibilità di ogni persona».
Davvero l'Ucoii, considerata l'ala più dura e intransigente dell'islam italiano, si batte contro niqab e burqa?
«Noi non siamo ambigui. Ripeto: siamo per la libertà di ogni persona di vestirsi come crede, in base alla propria cultura e tradizione».
Siete dunque favorevoli anche all'ordinanza del sindaco di Novara contro il velo integrale?
«Contro il velo integrale basta rifarsi alla legge italiana sull'ordine pubblico del 1975. Non si sente il bisogno di nuovi interventi ad hoc. Non vanno, infatti, creati problemi dove non ce ne sono. E guai poi a confondere burqa, niqab e hijab».
Facciamo chiarezza, allora.
«I primi due nascondono il volto della donna, rendendolo irriconoscibile. Il terzo è il semplice velo che copre i capelli. Ecco: questo nessuno potrà mai impedirlo, perché la nostra Costituzione garantisce la libertà religiosa di tutti».








«Se vogliono stare qui devono rispettare le nostre leggi»

La Stampa, 04-05-2010

Un incontro casuale per strada con una donna velata: è nata così la scelta del sindaco Massimo Giordano, leghista, 40 anni di cui 9 da primo cittadino, di multare le donne coperte da niqab o burqa.
Perché? «C'è un problema di sicurezza: in una comunità civile la gente non può andare in giro coperta. Poi come si pensa di entrare a far parte della nostra comunità con usanze simili?»
Non teme che queste donne siano chiuse ancora di più in casa?
«No. I mariti devono prendere atto che in Italia la donna è uguale all'uomo, la libertà è fondamentale e nella famiglia deve esserci rispetto recipro-
co. Per noi sono valori di riferimento: se non li condividono perché vogliono vivere qui?».
Cosa risponde a chi l'accusa di razzismo?
«Razzista è chi impone alla moglie di indossare questi abiti. Il problema per gli stranieri è di non andare oltre un certo limite per non irrigidire chi
li ospita: burqa e niqab per noi sono troppo».








Il giurista
«La soluzione è un ricorso al Tar»

Corriere della Sera, 04-05-2010
Mariolina Lossa

ROMA — «Ho qualche dubbio sulla legittimità di quest'ordinanza». Il costituzionalista Nicolò Zanon (foto) fa le sue osservazioni dopo aver letto le tre paginette firmate dal sindaco leghista di Novara.
Che cosa non la convince professore?
«L'ampiezza del divieto è discutibile. È vero che il Testo unico degli enti locali dà al sindaco poteri di ordinanza in tema di sicurezza e ordine pubblico. Ma vietare il burqa, come è scritto, anche nelle aree prossime agli uffici pubblici e quindi non soltanto dentro gli uffici pubblici o dentro altri luoghi istituzionali come le scuole, gli ospedali, il municipio è, ripeto, discutibile». Potrebbe essere illegittima?
«Il dubbio c'è. La questione è delicata, qui si entra nella sfera dei diritti individuali, di manifestare liberamente i propri sentimenti religiosi. In mancanza di una legge che vieti il burqa, non si dovrebbe andare oltre la necessità del riconoscimento dell'identità della persona. Quindi, mi sembra eccessivo dire che questa necessità sussiste non solo, per esempio, dentro un ufficio postale ma anche nell'area esterna all'ufficio, per strada, e mi pare che si vada un po' oltre quando si scrive che lo scopo è anche quello di evitare il disorientamento dei cittadini».
Eppure il ministero dell'Interno ha dato il via libera al sindaco di Novara.
«Che dire? Bisognerebbe chiedere al ministero, io ritengo che il dubbio resti e che l'ordinanza potrebbe essere impugnata davanti al tribunale amministrativo e dichiarata illegittima».









Feeling interrotto
La Cei strìglia i padani per sganciarsi su immigrazione e Sud

Libero, 04-05-2010
CATERINA MANIACI

«Spero che l'Unità d'Italia sia un tesoro nel cuore di tutti e di ciascuno, a cui tutti vogliano contribuire anche in modo diverso, ma con questo tesoro e convinzione che appartiene a tutti». Lo ha affermato l'arcivescovo di Genova e presi¬dente della Conferenza episcopale italiana, car-dinale Angelo Bagnasco, al convegno per i 150 anni dell'Unità d'Italia promosso dalla Cei. Bagnasco ha poi ricordato che «la Chiesa ha portato il suo contributo in ordine alla solidarietà e al senso del bene generale e per la storia presente, perché senza passato non ci sono né presente e né futuro». Parole lette come una risposta indiretta alle dichiarazioni del ministro Roberto Calderoli, il quale aveva detto che non era sicura la partecipazione della Lega alle celebrazioni, dichiarazioni che avevano provocato molte polemiche nel mondo politico. «Il bene comune deve essere la stella polare per tutti, al fine di costruire un futuro veramente umano per tutti», ha proseguito il cardinale. La storia di questi 150 anni di unità politica italiana «testimonia in modo chiaro come, a condizione di un'elevata tensione morale, anche nei momenti più difficili, certo non meno di quelli attuali, sia possibile perseguire e conseguire accordi che per lunghi periodi consentono una convivenza civile di grande qualità». L'unica cosa da temere, ha aggiunto il presidente della Cei, «è una cattiva ricerca storica, una propaganda ideologica, di qualsiasi segno, spacciata per verità storica».
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato un messaggio di saluto al convegno: «Ancora una volta il contributo dei cattolici può risultare essenziale al fine di promuovere quel confronto aperto e costruttivo tra diversi orientamenti che è cruciale per l'attuazione delle necessarie riforme istituzionali e per il perseguimento di obiettivi di inclusione sociale e integrazione culturale».
Di nuovo un attacco frontale alle posizioni leghiste, allora, da parte delle gerarchie ecclesiastiche? Quando invece, subito dopo le elezioni re¬gionali, alle prese di posizione dei neogovernatori leghisti sulla pillola Ru486, molti vescovi hanno approvato pubblicamente queste posizioni. Comportamenti "schizofrenici", da parte della Chiesa? No, le gerarchie hanno sempre espresso aperto dissenso rispetto, ad esempio, alla politica sull'immigrazione. E hanno sempre lanciato alla Lega l'allarme sulle divisioni e le contrapposizioni (tra Nord e Sud, soprattutto) del Paese. Dunque, il richiamo al valore dell'unità è consequenziale a questa linea. Ed è anche un implicito mo¬nito ai leghisti: possiamo essere d'accordo con voi sui temi etici, sulla presenza nel territorio -sembrano dire i vescovi - ma sul resto la linea è questa e non cambia. D'altro canto, dalla Ceinon è mai stato nascosto l'interesse per il federalismo. «La prospettiva di riarticolare l'assetto del Paese in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d'Italia. Potrebbe invece rappresentare un passo verso una democrazia sostanziale, se riuscisse a contemperare il riconoscimento al merito di chi opera con dedizione e correttezza all'interno di un gioco di squadra»: questo, infatti, spiegano i vescovi nel documento su "Chiesa italiana e Mezzogiorno", presentato il 24 febbraio 2010. Un federalismo, solidale, realistico e unitario, dunque, sarebbe proprio lo strumento adatto per rafforzare l'unità del Paese.









Il triste primato dell'Italia per le violazioni sui migranti

il manifesto, 04-05-2010
Raffaele K. Salinari*

E stato pubblicato il 28 aprile il Rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa. In una lettera di accompagnamento indi-rizzata alla Farnesina, il Comitato, che ha visitato l'Italia nel periodo da 27 al 31 luglio dello scorso anno, così conclude: «Il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura spinge (urge nel testo originale in inglese) le autorità italiane a rivedere sostanzialmente le correnti pratiche di intercettazione dei migranti in mare, come pure ad assicurare che ogni persona all'interno della giurisdizione della legge italiana, incluse quelle che vengono intercettate in mare al di fuori delle acque territoriali italiane da vascelli di controllo nazionali, ricevano il necessario aiuto umanitario e le cure mediche che le loro circostanze richiedono, e che essi abbiano effettivo accesso alle procedure atte a garantire il rispetto del principio della non respingibilità». Il principio della «non-respingibilità» è alla base della Convenzione sullo status dei rifugiati, sottoscritta dal nostro paese nel 1951 dove, all'articolo 33, si dice chiaramente: «Gli Stati contraenti non espelleranno o respingeranno {«refou-fer>) un rifugiato in nessun modo oltre le loro frontiere ove la sua vita o libertà possano essere minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza a gruppi sociali specifici o a causa della sua opinione politica». Inoltre nello specifico dell'Europa comunitaria, vige l'articolo 3 delle Convenzione europea dei diritti umani, che estende il principio della «non-respingibilità» {«non refoule-ment» in francese) a tutte le persone che possono essere esposte al rischio di tortura, umiliazioni, trattamenti degradanti, qualora tornassero in paesi nei quali questo rischio è acclarato. In conclusione, dice il Rapporto: «Come risultato del principio di 'non-respingibilità' gli Stati sono obbligati a verificare se i migranti hanno bisogno di queste diverse protezioni, e nel caso, agire di conseguenza».
Il Rapporto analizza poi in particolare i respingimenti in mare verso la Libia che furono attuati in quel periodo, e torna sulla violazione da parte delle autorità italiane di entrambe queste Convenzioni, elencando una serie di mancanze, inclusi i dati necessari a verificare l'identità, la provenienza e l'effettiva necessità dei migranti di richiedere eventualmente asilo. Inoltre, il Rapporto chiarisce che, secondo la Convenzione ed anche il Protocollo delle Nazioni Unite contro la tratta ed il traffico di esseri umani, che prevede all'articolo 16 che debba esserci una particolare attenzione ai soggetti più vulnerabili, donne e bambini, una buona parte di quei soggetti lo fossero. In specifico, il rapporto denuncia le condizioni cui sono sottoposti questi soggetti al loro rientro in Libia e sottolinea come lì tutte le condizioni negative evidenziati dalla Convenzione contro la tortura, siano possibili.
Basterebbe questo a mettere il nostro Paese in una posizione estrema nel panorama della sempre più destrorsa e xenofoba Europa ma, vogliamo aggiungere noi per completezza di informazione, che l'attuale politica sui respingimenti, viola anche la Convenzione Onu sui diritti dei minori, che obbliga gli Stati firmatari a verificare se ci sono minori a bordo delle barche di migranti e, in questo caso, ad assisterli indipendentemente dal loro status. E dunque, tre violazioni conclamate caratterizzano l'attuale clima sull'immigrazione, a cui si aggiungono quelle legate al diritto allo studio, alla salute, e le «normali» violazioni delle Convenzioni Ilo sui diritti dei lavoratori migranti.
Non c'è che dire, un bel record per una nazione baluardo delle frontiere della «fortezza Europa». Eppure, come ci ricordava un vecchio detto, sotto queste mura sempre più alte e sempre più militarizzate, si accampano quei «dannati delle terra» che, se non saranno accolti ed integrati nei nostri territori, faranno ardere i fuochi dei loro accampamenti con fiamme sempre più alte che, alla fine, illumineranno solo le rovine della nostra democrazia.
* Presidente Terre des Hommes








La rabbia del fidanzato di Sanaa «Ergastolo per il padre omicida»

il Giornale, 04-05-2010

È iniziata ieri pomeriggio, davanti al Gup di Pordenone Patrizia Botteri, l'udienza sulla richiesta di rito abbreviato avanzata dai legali di El Keta-oui Dafani, l'immigrato marocchino che il 15 settembre 2009 uccise la figlia Sanaa perché contrario alla sua relazione con un giovane italiano.
L'istanza era stata presentata dai legali dell'uomo, Leone Bellio e Marco Borrella, in alternativa al processo con rito immediato, già fissato per il 27 settembre prossimo davanti alla Corte d'assise di Udine.
Nell'aula del Gip ieri mattina si è presentato anche il fidanzato di Sanaa, Marco De Biasio, rimasto ferito nell'aggressione omicida del padre della ragazza, e che si è costituito parte civile, assieme al ministero delle Pari opportunità, alla Regione Friuli Venezia Giulia e alla Provincia di Pordenone. All'udienza, presente anche la madre della ragazza, Dafna Charuk Dafani, assieme alle due figlie più piccole, accompagnata dall'imam di Pordenone, Mohamed Ouadi.
Il legale di De Biasio, Massimo Ranaldi, ha precisato che il giudice dovrà decidere soltanto il tipo di rito abbreviato cui si accederà, scartando la possibilità che il giudizio arrivi alla Corte d'assise. «L'alternativa - ha riferito - è un abbreviato condizionato dall'acquisizione di una perizia psichiatrica di parte, oppure l'abbreviato semplice che comunque la difesa dell'imputato ha diritto a ottenere».
Nel corso della prima fase dell'udienza, De Biasio ha potuto vedere per qualche istante la mamma di Sanaa ed è anche stato abbracciato dalle due sorelline della vittima.
«Da questo processo mi aspetto il massimo della pena e nulla di più»: ha detto ai giornalisti l'uomo, poco prima di entrare in aula.
Sull'esito del procedimento, per il quale i legali del padre di Sanaa hanno chiesto il giudizio abbreviato, De Biasio ha affermato di credere che «non ci sia un caso più eclatante, veritiero e con tutte le prove schiaccianti come questo, pertanto - ha sottolineato - mi attendo una pena esemplare». Per quanto riguarda infine il rapporto con la madre e le sorelline di Sanaa, De Biasio ha riferito che «ci sono stati nelle prime settimane ma ultimamente meno, in quanto sono sorte delle difficoltà per una sorta di ostruzionismo che avverto da chi circonda la famiglia. La possibilità di vederle è davvero molto limitata. Con la comunità marocchina - ha concluso - non c'è invece alcun tipo di rapporto».
Nel giorno dell'inizio del processo prende posizione anche il presidente delle donne marocchine nel Paese. «Oggi tutta l'Italia si schiera dalla parte delle donne, dalla parte di Sanaa. Oggi, ribadiamo una volta di più che in quel tribunale siamo tutte Sanaa». È questo il commento di Souad Sbai, parlamentare del Pdl e presidente di Acmid Donna (Associazione delle donne marocchine in Italia). «La nostra presenza è il simbolo della lotta senza quartiere che intendiamo ingaggiare per sostenere e proteggere le donne segregate e offese nella loro dignità».









TETTO PER GLI STRANIERI A SCUOLA: LO SFORAMMO NON È PICCOLO, ANZI...

laPadania, 04-05-2010
SERGIO BIANCHINI

È notizia ufficiale del ministero della Pubblica Istruzione: le scuole che hanno sforato la soglia del 30% di stranieri nelle iscrizioni alle classi prime è pari al 16%.
Questa percentuale non è affatto piccola: in tutte le tabelle relative a fenomeni sociali o politici una percentuale del genere sarebbe considerata rilevante, pensiamo ad esempio al tasso di disoccupazione oppure, in politica, alle percentuali dei partiti, compresa la Lega, che al 16% starebbe benissimo (oggi). Inoltre, come al solito e come ovvio, la media è la sintesi di molte realtà diuerse, anche molto diverse: ad esempio a Cremona e Mantova lo sforamento si aggira intorno al 35%.
Ovviamente i mondialisti convinti o solo faciloni tendono ad annacquare la questione, dicendo che molti stranieri non hanno problemi linguistici Illusione. Infatti si tratta non solo di ridurre le difficoltà di natura linguistica, ma anche di rendere effettiva la trasmissione della
cultura della comunità accogliente che deve integrare gli stranieri Ciò può avvenire ovviamente con la comunanza della lingua, ma non solo: anche la cultura organizzativa della vita quotidiana e delle relazioni sociali quotidiane che si è formata in secoli viene trasmessa per osmosi dai contatti tra ragazzini e genitori e non solo dalle lezioni dei docenti. Sopra la soglia del 30% questa trasmissione sarebbe evidentemente molto difficile.
I mondialisti accaniti ignorano completamente questo problema e hanno una loro semplicissima ricetta (che a noi rozzi e ignoranti era sfuggita) per ridurre la presenza degli stranieri nelle classi dare la cittadinanza italiana a tutti i bambini. Viene in mente quel frate che nel medioevo per poter mangiare carne il venerdì chiamava pesce la bistecca.
Ma la cosa che più fa riflettere circa il futuro è che questo risultato non è la conseguenza di una azione di governo delle iscrizioni Infatti tutte le richieste di iscrizione alle scuole sono state accolte e tutte le richieste di deroga hanno avuto la stessa risposta positiva da parte delle autorità ministeriali.
D'altra parte i ricorsi legali contro eventuali decisioni contrarie alle iscrizioni erano già pronti e la magistratura li avrebbe certamente accolti Perciò è sicuro che in futuro le percentuali aumenteranno senza sosta.
Cosi si manifesta ciò che avevo già detto mesi fa, e cioè che la soglia del 30% è inapplicabile proprio là dove sarebbe più necessaria, e cioè nelle situazioni dove tendono a formarsi ghetti territoriali. Infatti, se la percentuale di stranieri in un territorio o in un quartiere raggiunge il 50% o più, come si fa a diradare la presenza nelle scuole e nelle classi? Bisognerebbe negare la scelta scolastica territoriale e ciò è praticamente impossibile, soprattutto in presenza di minorenni.
Quindi, per evitare la formazione delle classi ghetto, appare indispensabile evitare la formazione dei territori e dei quartieri ghetto.








Lira, da 10 anni in Italia Le rimuovono l’auto e la spediscono in Russia

L'Unità, 4-05-2010
Shukri Said Andrea Billau
Osservatorio Italia-razzismo

Il caso che qui vogliamo illustrare rientra nelle aberrazioni che scaturiscono dalla realtà (fuorilegge da parte dello Stato) relativa ai rinnovi dei permessi di soggiorno: tempi di attesa lunghissimi e mancata trasparenza delle amministrazioni pubbliche sono cose di cui la storia di una giovane cittadina russa, Lira Ahmetchina, risulta essere, purtroppo, esemplare.
Lira  ha vissuto in Italia dal 1998, con un regolare permesso di soggiorno dal 2000 che le è sempre stato rinnovato, anche nelle more della legge Bossi-Fini, poiché disponeva di un regolare contratto di lavoro. L'ultima richiesta di rinnovo risale al febbraio del 2007 e da quel momento Lira, con in mano la ricevuta delle Poste, ha atteso il rinnovo prima dalla questura di Chieti e poi dalla questura di Pescara, dove era stata trasferita la pratica. Uscita e rientrata dall'Italia senza problemi, il 20 gennaio si reca alla stazione dei Carabinieri di Vasto perché le era stata rimossa l'auto e qui le viene notificato che la questura di Pescara non le aveva rinnovato il permesso di soggiorno, viene trattenuta, portata a Roma nel Cie di Ponte Galeria e rispedita a Mosca il 2 febbraio. Probabilmente il cambio di  lavoro, pur senza intervallo di disoccupazione, non verificato dall'Amministrazione, potrebbe essere stato all'origine della revoca del permesso, ma è una supposizione visto che le motivazioni dell'atto non sono ancora in possesso del legale. L'immediatezza poi dell'espulsione non ha permesso ulteriori verifiche e così dopo 10 anni di permanenza regolare nel nostro paese e di onesto lavoro, di una vita sociale regolare, Lira si vede vanificato tutto come se fosse una pericolosa terrorista e da Mosca aspetta giustizia.








Gli annunci della Lega

Corriere della Sera, 04-05-2010
Caro Romano, la Lega ha proposto di proibire scritte e insegne commerciali non in italiano, già una volta in passato venne proibito l'uso
di termini non italiani con risultati spesso ridicoli, Vorrei sapere come verranno tradotti, ad esempio, sushi bar o kebab. Il problema però
è anche sapere dove ci si fermerà o se non arriveremo al punto di fare indossare agli extracomunitari, specie africani o asiatici, una stella
(carmina?) verde.
Adriano Marcolin, Milano
Esiste la politica dei fatti e quella degli annunci. La Lega può essere molto attiva e concreta, soprattutto nelle amministrazioni locali. Ma cede
spesso alla tentazioni di annunciare ciò che, per fortuna, ha scarse possibilità di essere realizzato.







La storia Il caso di un ragazzo peruviano e l'impegno dell'imprenditore Artom: cittadinanza a chi studia qui
In Italia dalle aule dell'asilo al diploma Ora rischia l'espulsione (per burocrazia)

Corriere della sera, 04-05-2010
Andrea Galli

MILANO — Le elementari in via Bergognone, e quanto è cambiata questa parte di Milano, c'erano gli operai e gli immigrati, oggi ci sono la Giorgio Armani spa e le location di moda e design. Le medie al Carlo Porta, sì, lui, Porta, il poeta del milanese: dialetto, lingua, simbolo. Le superiori all'istituto Marcili, intitolato a quell'Ercole Marcili pioniere, a inizio secolo scorso, dell'avanzata della Fabbrica nell'hinterland. Cinque più tre più ancora cinque: Davide Rosales Munoz, classe 1987, ha frequentato per tredici anni le scuole di Milano, Italia. Difatti è di Milano (è arrivato nel 1990, con la mamma Maria) ma non è italiano.
Peruviano, va avanti con i permessi di soggiorno. Di rinnovo in rinnovo è incappato in un funzionario distratto oppure poco esperto della materia. Il funzionario, a marzo, sorvolando su una circolare che l'avrebbe aiutato a non commettere l'errore (il ragazzo è carico della mamma, ha diritto a rimanere), ha decretato che a Davide, non avendo un'occupazione fissa, restavano due mesi di tempo. 0 si trova un impiego, con contratto regolare e contributi, altrimenti sarà espulsione: l'ultimo giorno utile è domenica prossima. «Tiro avanti con lavoretti in nero, mando i curriculum, mi rispondono "la chiamiamo tra un anno, se è passata la crisi"». Direte: d'accordo, è la solita malastoria, l'ennesima ingiustizia, quindi? Quindi, stavolta, il punto è un altro.
«Ci metto tutto, la faccia, e il nome, Arturo Artom. La chiameremo proposta-Davide. Per un ragazzo che fa il percorso scolastico da noi, dall'inizio alla fine, dev'esserci, automaticamente, l'ottenimento della cittadinanza italiana. È una questione di civiltà, intelligenza, rispetto. Ci sono imprenditori, ci sono intellettuali, che vogliono seguirmi? Io andrò avanti. E, fin da subito, aspetto con ansia le possibili obiezioni. Politici che sono contrari mi dicano la ragione. Ascolti, io credo molto in questa sfida. Qualcuno si unirà, strada facendo. Chi è accordo, si faccia sentire. Apriamo il dibattito. Discutiamone».
Artom, 45 anni, torinese, è un ingegnere molto noto e, dicono, mago nel settore delle telecomunicazioni: arriva, porta idee, genera introiti e passa all'idea, e al posto, successivo. Davide è figlio, abbiamo detto, di Maria, 40 anni, che lavora alla Don Gnocchi, l'istituto di cura e assistenza per i disabili dedicato al sacerdote divenuto beato, lo scorso ottobre, nel Duomo di Milano. La sorella di Maria è colf a casa Artom. Tutta una famiglia, alla fine. Arturo Artom l'ha visto crescere, Davide. E quando la zia gli ha raccontato dei problemi del permesso di soggiorno del nipote, l'imprenditore, che nel nostro incontro ribadirà una premessa («Io sono tutto che anti-italiano, anzi, credo molto in noi, nelle nostre idee»), l'imprenditore, si diceva, è partito.
Ingegnere, ci perdoni: non teme che poi gliela mettano giù in politica? E, davvero, non c'è assolutissimamente niente di politico? Sa com'è, Fini che spinge per una cittadinanza dall'iter più corto, il resto del Pdl contrario... Artom risponde dall'ufficio pieno di mobili, arredi, oggetti made in Italy; dice: «Niente di politico. Le faccio un rapido conto, volgare, che tengo pronto per gli oppositori più ostinati. Quanto costa, all'Italia, far studiare ogni anno un ragazzo? Scuola, insegnanti, mezzi pubblici, spese dei genitori e via dicendo: quanto costa? Migliaia di euro, sette-ottomila all'anno che dalla prima pagella al diploma diventano oltre centomila. E noi siamo disposti a sperperare così tanto? Quanti altri giovani con la stessa storia di Davide sono già stati espulsi?».
Davide, rimasto solo, confessa che in realtà gli anni di scuola, nel suo caso, sono stati 14: «Una volta non sono stato promosso, alle superiori. Non riuscivo a studiare bene, non mi trovavo a mio agio, non so, non mi sono ambientato. I professori, i compagni? No, no, è stata colpa mia, gli altri non c'entrano».











L'IMAM FRANCESE
«Il velo integrale non fa parte della nostra religione»

il Giornale, 04-05-2010

Un noto esponente della comunità musulmana di Parigi, Hassen Chalghoumi, si schiera contro il burqa
«Non possiamo riassumere gli insegnamenti dell'islam con uno straccio nero che copre il volto della donna». È questa l'opinione di Has¬sen Chalghoumi, noto esponente della comunità musulmana france¬se e imam della moschea di Seine-Saint-Denis, un sobborgo nei pressi di Parigi.
«La nostra religione - ha detto - è più grande di questo e l'islam non c'entra nulla col niqab», ossia il velo integrale. In un'intervista al quotidiano arabo pubblicato a Londra AsharqAlAwsat, l'imam Chalghou-mi ha dichiarato che il niqab danneggia la condizione della donna musulmana nella società e rappresenta una forma di dominio sessuale priva di fondamento nel Corano.
«Com'è risaputo, il volto e le mani della donna non sono interdetti nella religione», ha spiegato l'uomo, ricordando che «il niqab non esisteva ai tempi in cui la rivelazione è scesa sul profeta Maometto». A quell'epoca, «Dio ha ordinato ai credenti di abbassare lo sguardo. Tuttavia - ha sot-
tolineato - le donne che indossano il niqab fanno sì che la gente le guardi». L'imam Chalghoumi, personaggio contestato, vittima negli ultimi mesi di minacce per le sue posizioni contrarie al velo integrale e favorevoli al dialogo con la comunità ebraica francese, ha messo in evidenza che «negli anni Cinquanta del secolo scorso la donna francese ha lottato per ottenere il diritto di voto e per conquistare il proprio spazio nella società, mentre nel 2010 la donna musulmana vuole mettersi il niqab, che le impedisce di partecipare in modo normale alla vita pubblica». In queste settimane, la Francia sta discutendo un progetto di legge che vieta l'uso del niqab e del burqa nei luoghi pubblici.
Nel frattempo, il Belgio ha preceduto Parigi approvando giovedì alla Camera una normativa analoga. Il regno è il primo Paese europeo ad approvare una norma simile. Intanto, una vice-presidente del Parlamento europeo, capogruppo dei liberali tedeschi del Fdp a Bruxelles,
ha rivolto ieri un appello per impedire l'utilizzo del velo islamico integrale in tutta l'Unione. «Mi piacerebbe che la Germania e tutta l'Europa vietassero il velo islamico in tutte le sue forme», ha dichiarato Silvana Koch-Mehrin sul giornale Bi-Id am Sonntag.
Secondo il predicatore francese, che vive in Francia da oltre dieci anni, è necessario che i musulmani «rispettino le leggi dei paesi europei nei quali vivono», mentre dagli ambienti fondamentalisti giungono indicazioni radicalmente opposte, contravvenendo con i veri principi dell'islam, che è «la religione della giustizia, dell'uguaglianza e della misericordia», afferma l'imam. Chalghoumi si è detto convinto che i musulmani in Francia dovrebbero occuparsi di questioni più urgenti del velo integrale. «Il 60 per cento dei detenuti in Francia sono figli di immigrati musulmani e noi ci preoccupiamo del niqab e della sua legittimità» ha rilevato, infine concludendo: «I musulmani in Europa devono domandarsi quali sono le loro priorità».









L'immigrazione divide entrambi i partiti Usa

il Sole, 04-05-2010
di Paul Krugman

La questione delle politiche migratorie negli Stati Uniti divide entrambi i grandi partiti, ma in modo diverso.
I democratici individualmente sono lacerati (come me) perché sono favorevoli ad aiutare chi ne ha bisogno, e questo li induce a guardare con simpatia agli immigrati, e in generale sono anche più favorevoli a una società multiculturale e multirazziale. Quando guardo gli immigrati di oggi, mi sembrano fondamentalmente simili ai miei nonni, che vennero in America per cercare una vita migliore.
Sul versante opposto, però, l'immigrazione libera non si concilia con una forte rete di sicurezza sociale: se l'obiettivo è garantire la copertura sanitaria e un reddito decoroso per tutti, non si può estendere l'offerta al mondo intero. Per questo i democratici hanno sentimenti contrastanti sull'immigrazione: e d'altronde non è un argomento semplice.
I repubblicani, da parte loro, o amano l'immigrazione o la odiano. L'ala filo imprenditoriale del partito ama la manodopera a buon mercato, e sarebbe felicissima di avere politiche migratorie che garantiscano l'afflusso di questi lavoratori e al tempo stesso facciano in modo che non possano né votare né, di fatto, organizzarsi sindacalmente. Ma la destra culturale, in molti casi di tendenza xenofoba, non ama avere sul suolo patrio gente culturalmente diversa, nell'aspetto e nella lingua.
E dunque l'immigrazione è un argomento che spacca in due anche i repubblicani, ed è una frattura che riflette la storia del partito. Per lungo tempo il partito repubblicano è stato guidato essenzialmente dagli interessi delle imprese, mentre la destra culturale andava a rimorchio. Poi, nel 2004, George W. Bush si è presentato per un secondo mandato nelle vesti di difensore della nazione contro gli spauracchi gemelli del terrorismo islamico e del matrimonio gay. Dopo la sua vittoria, annunciò che i risultati gli conferivano il mandato per... privatizzare la previdenza sociale.
Il reale significato della recente raffica di proteste del movimento dei cosiddetti Tea party è che il grande capitale non controlla più le leve del partito repubblicano e che la base della destra culturale, con la sua paura per l'"altro" nella società americana, non si lascia più né dirigere né controllare. Le improvvise polemiche sulla questione dell'immigrazione sono parte di questo fenomeno.
I democratici pensano che questa discordia costituisca un vantaggio politico per loro. Non ne sono tanto sicuro, almeno per quel che riguarda le elezioni parlamentari di quest'anno. Ma so che sul lungo periodo, se il partito repubblicano diventerà il partito dei maschi bianchi arrabbiati a briglia sciolta (diversamente da prima, quando era il partito dei maschi bianchi arrabbiati legati al carro dell'elite imprenditoriale) il suo futuro rimarrà incerto.













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